MASSONERIA LE ORIGINI SEGRETE

MASSONERIA LE ORIGINI SEGRETE

 

 

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1a parte dell’iniziazione al Terzo Grado (Maestro)

 

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2a parte dell’iniziazione al Terzo Grado

 

La storia occulta della massoneria

Per la maggioranza degli storici la frammassoneria risale al XVIII sec., quando venne resa pubblica. Ma esistono prove che questa società segreta andò materializzandosi lentamente molto prima della costituzione della Gran Loggia d’Inghilterra nel 1717. Le sue origini perdute potrebbero risalire ai misteri egizi, alla sapienza sufi, all’occultismo ebraico e ai templari. Che fondamento ha questa ipotesi? Esiste una storia perduta della massoneria?

 

di Josep Guijarro

Per gli storiografi la massoneria nacque nel 1717 grazie ai pastori protestanti inglesi James Anderson e J.T. Desaguliers, ma è ovvio che i loro riti e credenze erano ispirate a leggende molto più antiche, le cui origini continuano a essere oggetto di discussione. Discendono per caso dagli Antichi Misteri Pagani, dal Tempio di Re Salomone, dai Templari o dai Massoni Operativi del Medioevo? Al British Museum sono conservati due dei documenti massonici più antichi che si conoscano. Sembra che risalgano rispettivamente al 1390 e al 1450. Il primo ha il nome di Manoscritto Regius, mentre il secondo è il Manoscritto Matthew Cooke. Questo è costituito da due parti, conosciute come “La Storia” e “Gli Incarichi Antichi”, che facevano parte delle Regole generali massoniche compilate nel 1720, e che anche James Anderson utilizzò come materiale di riferimento per la sua Costituzione di tre anni prima. Nel migliore dei casi, quindi, le prime menzioni alla massoneria risalgono al XIV sec. E’ questa l’età della potente società o esiste un’origine anteriore, mitica e misteriosa?

 

Estetica salomonica

Il pioniere degli occultisti Eliphas Levi ci ricorda una leggenda massonica che rapporta le origini di questa istituzione con un manoscritto dell’VIII sec. riguardante la costruzione del Tempio di Salomone e il suo architetto Hiram Abiff. Il mitico tempio era un autentico trattato di geometria che riproduceva nelle sue strutture simboliche i differenti piani e livelli del cosmo. La vera importanza di questa storia però è da ricercare nel punto di vista allegorico. Quindi, questa costruzione non sarebbe altro che una riproduzione della volta celeste dove il Sole è il re e l’altare punterebbe verso la costellazione dell’ariete. Cosa che risulta evidente nel testo biblico della Lettera agli Ebrei (9:24), quando si dice che «Cristo infatti non è entrato in un santuario fatto da mani d’uomo, figura di quello vero, ma nel cielo stesso…». Ancora oggi, la decorazione delle logge massoniche prevede sul soffitto una decorazione che rappresenta la volta celeste con tutt’intorno i segni dello zodiaco. La Bibbia dice che per la costruzione del Tempio di Gerusalemme furono necessari 153.300 operai, divisi gerarchicamente in tre gradi: 70.000 apprendisti, 80.000 funzionari o compagni e 3.300 maestri. La leggenda sostiene che comunicavano tra di loro con parole segrete, segni e rintocchi diversi per ogni categoria. Secondo la tradizione massonica, Hiram completò la costruzione del Tempio in 7 anni e poi venne assassinato a martellate. «Quando la costruzione del Tempio di Salomone stava per finire – spiega l’erudito di massoneria Mario Pérez Ruiz – tre compagni volevano conoscere i segreti dei maestri e in tal modo sfruttare il grado superiore. Ma, non conoscendo la parola segreta, assassinarono a martellate Hiram Abiff». Gli assassini seppellirono il cadavere lontano da Gerusalemme e Salomone ordinò che venisse cercato da 9 maestri… Che lo trovarono. Per riconoscere il luogo dove venne sepolto vi piantarono un ramo di acacia. La storia della morte di Hiram ha una relazione simbolica con quella di Osiride. L’architetto del Tempio dei giudei è stato assassinato presso la porta occidentale, dove tramonta il Sole. Nella mitologia egizia anche le Sale di Amenti, governate dal dio della morte e della reincarnazione, si trovano a Occidente. Osiride ritorna dal regno dei morti a Nord, che nella mitologia egizia è associato alla costellazione del Leone. Hiram Abiff torna dal regno dei morti tramite una stretta di mano massonica denominata “la presa del leone”. Infine, sia nei misteri massonici che in quelli egizi, il “dio” risorto viene sepolto in una collina segnalata con un albero. L’entrata al Tempio di Salomone è fiancheggiata da due colonne conosciute con il nome di Jachim e Boaz, allo stesso modo degli obelischi utilizzati allo stesso scopo all’ingresso dei principali templi egizi. Ad esempio, le iscrizioni sull’obelisco egizio che si trova a Central Park, a New York, mostrerebbero simboli massonici dei tempi di Tuthmosi III. Lawrence Gardner è convinto che Hiram Abiff  riprese il costume egizio di situare pilastri all’entrata dei templi quando pose Jachim e Boaz nel Tempio di Salomone. Il loro interno era cavo ed era stato pensato così per conservare gli archivi e i testi delle norme dei costruttori. Per gli storiografi della massoneria non è una coincidenza: «Tutta la Luce viene da Oriente; tutte le iniziazioni dall’Egitto», scrisse Cagliostro, fondatore del Rito della Massoneria Egizia. Oggi il ricordo della luce d’Egitto continua ad affascinare molti massoni, che non smettono di sognare lo splendore e la perfezione delle piramidi e dei templi della civiltà dei faraoni.

 

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I Tre Pilastri della Massoneria

 

Sufi, sabei e templari

Nonostante tutto – ci ricorda Gérald Galtier – per la maggioranza dei frammassoni, la Terra Santa è quella di Gerusalemme e ciò che andrebbe ricostruito è il tempio di questa città. In effetti, Salomone custodirebbe la chiave che permette di accedere ai segreti della frammassoneria. Già dal XVIII sec. diversi autori suggeriscono che l’origine della massoneria andrebbe cercata nei Templari. Secondo le teorie di questi studiosi, questa confraternita di monaci-guerrieri fondata nel 1118 sarebbe rimasta chiusa per 9 anni nel tempio dei giudei e dopo una rapida espansione in tutta Europa sarebbero stati responsabili del finanziamento di gran parte delle cattedrali gotiche. Per caso il movimento massonico prese le mosse dai Templari? Il celebre scrittore Robert Graves ne deduce che la massoneria fu introdotta in Europa, più precisamente in Scozia, sotto le spoglie di una confraternita di artigiani grazie ai Templari. Questo Ordine avrebbe recuperato in Terra Santa un’abbondante documentazione di origine islamica ed ebraica, cosicché alcuni specialisti percepiscono negli insegnamenti massonici una certa influenza sufi. Il traduttore delle Mille e una notte, Sir Richard Burton, definì il sufismo come il parente orientale della massoneria. Più in là si spinge Idris Shah al concludere che “Boaz” e Salomone non fossero israeliti, ma architetti sufi. Di fatto, Salomone viene venerato dall’Islam come un profeta. Ma Jorge Blaschke e Santiago Río avvertono che i sufi non sono la sua origine primigenia. Le radici dei suoi insegnamenti andrebbero cercate nei sabei, una setta di artigiani e commercianti che professavano una dottrina ellenistica attribuita a Hermes e che si insediarono nell’Alta Mesopotamia e a Nordest di Aleppo tra il IX e l’XI sec. Praticavano un comunismo iniziatico che propugnava un rituale di cameratismo, un’intesa tra corpi dello stesso mestiere. Nella sua opinione, la riforma della massoneria che venne effettuata a Londra all’inizio del XVIII sec. commise un grave errore, in quanto confuse con termini ebraici quelli saraceno, svilendo l’antica tradizione sufi.

 

Costruttori di cattedrali

Comunque, la maggioranza degli storici concordano nel fatto che gli inizi della massoneria sono radicati nelle corporazioni dei mestieri e costruttori medievali. «Parliamo di Uomini che interpretavano in un senso molto sottile questa pedagogia di massa che la Chiesa pone in atto in funzione della pietra, quest’arte illustrativa che tentava di trasmettere al popolo ciò che non poteva leggere perché non sapeva farlo – spiega Eduardo R. Calley – Quando osserviamo un portico romanico siamo di fronte a un libro che tenta di trasmettere delle cose. Nel corso della storia dell’Umanità, costruire edifici ha sempre avuto una funzione sacra perché quello che si costruiva erano i templi. Il resto non ci è rimasto. Ciò che è giunto sino a noi sono le pietre delle ziggurat, delle piramidi, dei grandi templi d’Oriente. Pertanto, c’è sempre stata una connotazione sacra nel mestiere di costruire». Nella sua opinione, questa responsabilità nel Medioevo ricadde sugli ordini monastici e, in particolare, su quello benedettino. In effetti, sotto la direzione dei grandi abati, apparivano le prime espressioni di un’architettura rinnovata che mostrerà le proprie possibilità nell’arte romanica ed esploderà in tutta la sua potenza con il gotico. Sotto la sua protezione troveremo anche le prime prove di una massoneria primitiva, frutto del rinnovamento della conoscenza e delle tecniche di costruzione. I benedettini prima e i cistercensi più tardi dominarono l’edilizia medievale. Ogni convento era una colonia dove, oltre a dedicarsi alla pratica della pietà, si studiavano le lingue, la teologia e la filosofia, ci si occupava attivamente di agricoltura e si insegnavano ed esercitavano tutti i mestieri… Gli abati tracciano i progetti e dirigono le costruzioni, stabilendo in questo modo una corrente di intelligenza tra i conventi. Se Calley è nel giusto, la spiritualità occidentale ha le sue radici nell’esoterismo giudaico-cristiano e il lavoro iniziatici di raffinare la “pietra grezza” – simbolo centrale della dottrina massonica – incontra un antecedente diretto nell’azione di “squadrare la pietra” piantata dai grandi maestri benedettini come allegoria della costruzione dell’ “Uomo spirituale”, adatto al compito di costruire sulla Terra il riflesso della Città Sacra, la mitica Gerusalemme Celeste. Cosa che è di una formidabile ironia alla luce dell’attitudine pugnace che la Chiesa ha sempre dimostrato nei confronti della massoneria. Per dimostrare ciò lo storico argentino si serve di fonti dell’epoca e di scritti storici, come un manoscritto di Wilhelm de Hirsau, uno dei più grandi abati costruttori dell’Ordine Benedettino nell’XI sec., in cui si fa riferimento al grembiule di cuoio e al suo significato profondo. Xavier Casinos assicura che i massoni godevano, inoltre, di privilegi che non avevano altri artigiani, come la libertà o franchigia di spostarsi da un luogo a un altro per effettuare il proprio lavoro. Per questo li si chiamava frammassoni (da francmasons = carpentieri liberi). Questa mobilità, ad ogni modo, diede luogo ai segni segreti, che avevano l’obiettivo di fare in modo che si riconoscessero tra di loro quando iniziavano una nuova costruzione. Durante il XVII sec. ebbe luogo il processo di transizione che portò le corporazioni di costruttori a trasformarsi nella massoneria così come la conosciamo attualmente. Vale a dire che abbandonò la propria operatività per trasformarsi in una società filosofica che manteneva buona parte della simbologia medievale, come il compasso, la squadra, il grembiule di cuoio e il filo a piombo. Con la nascita di questa massoneria speculativa, i suoi membri non dovevano più costruire una cattedrale, ma un’umanità migliore a partire dal tempio interiore di ogni massone. Il cavalier Ramsay introdusse l’ “ipotesi templare”, più adeguata alla nobiltà del XVIII sec. rispetto al carattere borghese delle corporazioni di mestieri, e diede origine al sistema conosciuto oggi come Rito Scozzese Antico e Accettato. A partire da allora, si introdusse un nuovo elemento di controversia tra chi abbracciò l’origine templare dell’istituzione come fondamento storico dell’Ordine e coloro che tentarono di sostenere l’origine nei costruttori di cattedrali.

 

Rosslyn e il segreto dei massoni scozzesi

Questa discussione, che va avanti da più di due secoli, è stata rinfocolata negli ultimi anni dall’apparizione di numerosi libri, tanto di carattere storico come dovuti ai difensori di questa origine templare della massoneria. Molto credono di aver trovato nella Cappella di Rosslyn il legame definitivo che unirebbe la fine dell’Ordine del Tempio e i maestri scalpellini. Secondo gli scrittori britannici Christopher Knight e Robert Lomas, il punto di partenza della frammassoneria va cercato qui, perché i membri della famiglia Saint Clair di Rosslyn divennero i Grandi Maestri ereditari delle Arti, dei Mestieri e degli Ordini di Scozia e ostentarono l’incarico di Maestri dei massoni di Scozia sino alla fine del XVIII sec. La cappella di Rosslyn si trova a 16 km da Edimburgo. Venne eretta tra il 1440 e il 1490 da William Saint Clair e le sue pareti e colonne sembrano nascondere un sapere ancestrale trasmesso trasmesso attraverso le generazioni. La relazione tra i Templari e Rosslyn risalirebbe ai tempi della prima crociata. Henry Saint Clair vi partecipò insieme al fondatore del Tempio Hugues de Payns, sposato a sua cugina Caterina. Al suo ritorno avrebbe ricevuto il titolo di barone. Anche se il suo nome non compare tra i 9 fondatori dell’Ordine del Tempio, è evidente che tra di loro mantenevano stretti vincoli. L’ipotesi di Knight e Lomas è che William Saint Clair sapesse che i manoscritti che sembrava fossero stati recuperati dai Templari nel Tempio di Salomone fossero nascosti in Scozia. Costruì Rosslyn per custodirli e fondare una Nuova Gerusalemme. Ciò naturalmente, presuppone l’ammissione che i Templari non si recarono in Terrasanta per difendere i pellegrini, ma con un proposito più esattamente archeologico che filantropico. Per questa ragione, 9 uomini (come quelli che rinvennero il corpo di Hiram) rimasero per 9 anni chiusi tra quelle mura. Molti esperti hanno condotto ricerche sulla persistenza di questa chiave numerica: il 9. Accade che la nona lettera dell’alfabeto ebraico è la Taw (la Tau greca). Questa lettera, rappresentata dal nono sephiroth cabalistico (Yesod o Fondazione) è legata al simbolismo del serpente taumaturgo e al segreto della sua sapienza. Ma, inoltre, il marchio del Tau era quello che i cainiti portavano sulla fronte quando Mosé li incontrò. Nella Cappella di Rosslyn, curiosamente, i 14 pilastri sono stati disposti in modo che gli 8 del lato Est formano la sagoma di un triplo tau. Sospetto che Hugues de Payns e i suoi 8 fratelli fondatori ignorassero i codici e il significato di ciò che trovarono nel Tempio e, per questa ragione, dovettero ricorrere all’aiuto di cabalisti ebraici e saggi islamici attraverso il loro protettore Bernardo da Chiaravalle, il riformatore dei cistercensi. Due secoli dopo la simbologia era stata svelata e messa in salvo nella Cappella di Rosslyn. Questo santuario sarebbe, quindi, una replica del Tempio di Salomone, con torri e un enorme tetto centrale di forma curva sostenuto da archi. Una ricostruzione del Tempio adornata da simbolismo nazireo (gruppo mistico giudaico facente parte dell’area essena, la cui etimologia viene da “Custode” o “Conservatore”) e templare per dare rifugio al “segreto”. Quando le logge scozzesi decisero di eleggere una Gran Loggia per la loro amministrazione, ne convennero che William Sinclair (discendente diretto per linea paterna del costruttore della cappella) doveva occupare l’incarico vitalizio di Gran Maestro.

 

Il ritorno dell’Antica Alleanza

Ben presto sorsero dei disaccordi in seno alla massoneria inglese. Dopo la fondazione della Gran Loggia di Londra si formarono due gruppi: gli “antichi” e i “moderni”. Questi ultimi erano preoccupati dal fatto che gli antichi avevano deciso di difendere il patrimonio giacobita (paladino del diritto divino dei monarchi) e dalla minaccia che ciò presupponeva per gli Hannover, di estrazione protestante. I giacobiti vedevano nella leggenda di Hiram, nel terzo grado del loro rito, un’allegoria dell’assassinio di Carlo I Stuart, così come i simboli erano stati ripresi dalla congiura tramata dai paladini di questo re per vendicare la sua morte e porre sul trono il figlio. Comunque,secondo quanto riferisce Gerard de Nerval, una versione molto simile della leggenda di Hiram si poteva ascoltare nei caffé di Istanbul sotto forma di racconti. Ciò pone un serio interrogativo sull’origine della cerimonia più importante della frammassoneria, anche se forse la fonte originale del grado di maestro risiede nelle abbazie in quanto, come ci ha chiarito Calley, esiste una notevole somiglianza tra questa cerimonia di esaltazione e i voti del monaco benedettino nella sua ultima tappa di ordinazione. Ciò significherebbe un ritorno all’Antica Alleanza con i cattolici giacobiti, i quali introdussero numerosi elementi centrali dei rituali a base templare e spiegherebbe l’abbondante presenza di ecclesiastici nella frammassoneria del XVIII sec.

 

 

 

Per il ritorno di un re divino

In accordo con l’attuale costituzione, il Gran Maestro della Loggia Unita d’Inghilterra deve essere un principe di sangue reale. Il sangue è un fattore importante, in quanto storicamente un altro ramo della massoneria aspettava l’arrivo del Rex Mundi, un sovrano di presunta natura divina che sarebbe stato destinato a governare il mondo.

 

di Josep Guijarro

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Carlo II Stuart

Nel 1314, dopo lo scioglimento dell’Ordine del Tempio, la Scozia si trasformò in un rifugio perfetto per i Templari che fuggivano dalla persecuzione inquisitoriale. Un re molto debole, Edoardo II, non applicava la bolla papale e i Templari fuggivano in Scozia a formare la cavalleria di Robert Bruce, il quale allora combatteva per l’indipendenza del suo paese. Quale contropartita e forma di gratitudine, Robert Bruce consegnò loro l’abbazia benedettina di Kilwinning, nel Nord della Scozia, che era il cenobio di costruttori più importante del Paese. Ciò facilitò il fatto che la massoneria operativa scozzese, vale a dire le corporazioni di costruttori, assumesse caratteristiche speciali, influenzate dalle concezioni cavalleresche dei Templari e gradualmente, nel corso dei secoli, iniziò a lasciarsi alle spalle il suo carattere operativo per trasformarsi in una massoneria speculativa, di taglio filosofico. Ciò si concretò nel 1736 con la creazione della Gran Loggia di Scozia, il cui Gran Maestro fu William Sinclair di Rosslyn. Anteriormente a questo evento, in concreto con l’esilio in Francia di Carlo II Stuart (1649-1660), si sviluppò quella che in seguito sarebbe stata conosciuta come “massoneria giacobita”, originata dalla massoneria scozzese di influenza templare, la quale si comportò come un partito politico, tentando di restaurare la Casata degli Stuart sui troni di Inghilterra e Scozia.

 

La trama giacobita

Quando gli Stuart vennero espulsi dopo la rivolta del XVII sec. dall’Inghilterra, questa tradizione templare scozzese fa ritorno in Francia. Uno dei responsabili di ciò è Andrew Michael de Ramsay, massone giacobita artefice dell’insediamento della frammassoneria francese e creatore delle prime logge nel regno. Ramsey suscitò la vanità degli aristocratici francesi assimilando la loro adesione alle logge con l’entrata in un ordine di cavalleria. Per favorire il reclutamento, questo scozzese residente in Francia affermò nel 1736 che la frammassoneria aveva la sua origine più remota nell’Antico Egitto e in Grecia. Ramsay raggiunse il suo obiettivo e l’impianto delle logge nel Paese gallo ebbe una progressione spettacolare, riunendo intorno a sé le persone più vicine al potere. Il Grande Oriente di Francia, senza dubbio la loggia più importante dell’epoca, era presieduta nel 1789 dal duca di Orleans, Luigi Filippo, che avrà un ruolo importante nel corso della Rivoluzione Francese. Il cugino del re, conosciuto in seguito con il soprannome di Filippo Uguaglianza, favorì l’usurpazione del potere che ebbe luogo in quel periodo. Quando si tentò di abbattere la monarchia e uccidere il re e la sua famiglia, la pseudofiliazione templare dei massoni risorse: si dedicarono a incoraggiare tutte le cospirazioni contro il re di Francia in nome della vendetta di Jacques de Molay, l’ultimo Gran Maestro condannato a morte dall’Inquisizione. Secondo Eduardo Callaey, «i leader scozzesi stavano preparando un piano generale che avrebbe dovuto restaurare l’Ordine del Tempio in Europa. Grazie al successo ottenuto da Ramsay, questa nuova cavalleria voleva costituirsi in un vero e proprio Ordine chiamato a controllare la frammassoneria e – è giusto dirlo – a servirsi di essa». E, secondo Callaey, «c’è una causa per la rivendicazione templare. C’è un motivo, un’ispirazione. L’Europa del XVII sec. – sostiene – è un’Europa in armi contro l’Islam. L’ultima ondata ottomana è alle porte di Vienna quando viene fermata nel 1680». E chi c’è in prima linea in questi eserciti? Ci sono di nuovo i Buglione, i Borgogna, i Lorena… I discendenti dei protagonisti della I Crociata. E la massoneria del XVII sec. è una massoneria aristocratica che contava al suo interno molti di questi uomini. Callaey ci confessa: «Se fossi stato un Buglione, in queste battaglie contro i turchi, avrei sempre tenuto presente la figura di Goffredo…».

 

Cavalieri di Sangue Reale

Ed è importante segnalare che Goffredo di Buglione, uno dei principali leader della I Crociata, non partecipò ad essa con le stesse intenzioni di altri signori o re. Egli si imbarcò in un viaggio senza ritorno perché credeva di andare a stabilirsi in una terra che gli apparteneva a causa del suo lignaggio. Come poteva un francese pretendere di avere origini giudaiche o addirittura considerarsi discendente di Gesù? La risposta sarebbe nel patto tra Carlo Magno e il sultano Harun al-Rashid. Quest’ultimo aveva un problema con gli ebrei di Babilonia. Sappiamo che dopo la diaspora si stabilì in Mesopotamia un’importante comunità ebraica  governata da un esiliarca, vale a dire da colui che che deteneva l’eredità del sangue del re David. Nell’VIII sec. si scatena una lotta tra due presunti discendenti (due cugini) in esilio. «Al sultano avevano paralizzato il commercio – ci chiarisce Callaey – e i due esiliarci pretendono che sia proprio lui a redimere il contenzioso e a decidere quale dei due deve avere il controllo della comunità ebraica. Quindi, Harun al-Rashid ricorre a Carlo Magno e gli propone di concedere un esilio dorato a uno dei due, con un buon matrimonio, un’alleanza di sangue e un trattamento nobile e in cambio egli farà pressioni sul Califfato di Granada (frontiera occidentale dell’Islam) affinché abbassi la tensione». Quindi consegna a uno dei due, Makhir David (730-793), il contado di Narbona (riceverà il nome di Teodorico I e i titoli di Duca di Tolosa, Conte di Narbona e Principe Giudaico di Francia) e lo sposa ad Auda Martel, una principessa di sangue reale. Nei secoli seguenti, grazie a questa unione, si svilupperà tutta una linea giudaico-carolingia. «C’è qualcosa ancor più interessante – sottolinea Callaey – i carolingi, che avevano usurpato il trono dei merovingi, avevano bisogno di legittimarsi con un lignaggio divino, e perciò tale alleanza venne vista di buon occhio». Questa è, in definitiva, la ragione per cui in Narbona e nel Sud della Francia prospererà la Cabala, si stabiliranno scuole legate allo studio del Talmud e della Torah e ai cabalisti di Provenza. I carolingi ne guadagnarono l’incorporazione del leone nel loro stemma (simbolo della Casa di Giuda), che si trova in tutte le case reali europee che discendono da questo ramo giudaico-carolingio e ciò permise loro di sviluppare tutta una simbologia nella quale appaiono loro, i grandi capi della casa reale, sempre legati all’immagine del re unto.

 

Eredi del Tempio

 

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il barone di Hund

La tradizione templare, forzata alla clandestinità per quasi 400 anni, riemerse nel XVII sec. e si impose come fattore influente sulle credenze massoniche e rosacroce. Ramsay diffidava dell’influenza templare e fu Kart Gotthelf, barone di Hund, a far entrare tale influenza nella tradizione massonica con la fondazione del Rito di Stretta Osservanza. Il barone di Hund fu iniziato da Lord Kilmarnock, Gran Maestro della frammassoneria scozzese, nel 1742. Si ipotizza che quel gruppo potrebbe essere stato erede delle credenze templari importate in Scozia o addirittura dei discendenti della loggia fondata nel XIV sec. dal figlio di re Edoardo III. I suoi responsabili affermavano con convinzione che in Scozia era stata fondata, all’inizio del XVIII sec., una loggia che ebbe la sua carta di fondazione da un capitolo di Templari che era sopravvissuto a Bristol e che rimase operativo per centinaia di anni. L’Ordine aveva una chiara origine stuardista e, in ogni caso, la restaurazione templare formò parte del vasto piano della frammassoneria giacobita. Bisogna sapere che il barone di Hund ricevette gli alti gradi della massoneria nel 1743 e che in seguito affermò di essere stato iniziato in un Capitolo Templare (una struttura gerarchica) in Inghilterra da un cavaliere anonimo con il volto nascosto da un cappello con una piuma rossa. Secondo gli archivi del gruppo Stella Templum, il misterioso cavaliere in realtà era Alexander Montgomery, conte di Eglinton, anche se altri sospettano che si trattasse proprio di Carlo Stuart. Tuttavia, questi smentì sempre qualsiasi vincolo con la massoneria, nonostante l’ultimo Stuart, che morì esiliato a Roma nel 1788, sognava la creazione di un regno templare in Scozia. Chiunque fosse, sicuramente questo enigmatico personaggio diede il permesso al barone di fondare in Germania un ramo alemanno dei neotemplari. Il mito popolare ricorrente a quei tempi nei circoli occulti sosteneva che i Templari erano stati iniziati a un insegnamento gnostico trasmesso dagli Esseni, i quali a loro volta avrebbero iniziato Gesù ai misteri che secoli dopo sarebbero stati riscattati dai Templari a Gerusalemme. Di conseguenza, i neotemplari furono un intento per combinare la sapienza pagana con gli ideali cristiani.

 

Il ritorno del Rex Mundi

Ma, accanto al barone di Hund, vi era un’altra persona che rivendicava la restaurazione dei Templari in Germania.. Mi riferisco a Johann Augustus Starck. Questo professore di lingue era incappato nel templarismo massonico a San Pietroburgo. Era convinto che i Templari avessero ereditato il loro sapere occulto dalla Persia, dalla Siria, dall’Egitto e  trasmesso da una società segreta ancora in attività in Medioriente ai tempi delle crociate. La sua versione del neotemplarismo ebbe l’appoggio degli aristocratici europei, arrivando ad annoverare tra le proprie fila numerosi duchi, conti e principi. In Svezia, Gustavo III divenne suo mecenate perché credeva che fosse stato fondato da Carlo Stuart, essendo lui un paladino dei pretendenti giacobiti. Dopo la morte del barone la Stretta Osservanza si indebolì e si allontanò dalle origini templari sino a derivare nel Rito Scozzese Rettificato. Ramsay sosteneva che la massoneria era nata in Terrasanta ed era uno strumento ideologico dei crociati. E credeva che la sua missione consistesse nel costruire una comunità universale al di sopra delle nazioni, retta da Dio, basata sulla fratellanza e posta al servizio del bene e della verità. A capo di questo impero transnazionale doveva porsi un re di lignaggio divino, un discendente di Gesù, conosciuto come Rex Deus. Partendo dal presupposto che Gesù abbia avuto dei figli, i suoi discendenti si dispersero in tutta Europa e in Asia Minore nel corso dei secoli, imparentandosi con cadetti delle aristocrazie locali.Non deve sorprenderci che gli Stuart, sui quali scommettevano Ramsay e la massoneria templaria, fossero Rex Deus. Secondo le ricerche di Knight e Lomas, quando Giacomo VI di Scozia si trasferì a Londra per essere incoronato Giacomo I d’Inghilterra, portò con sé la massoneria che, a detta di questi autori, è una «variante della dottrina Rex Deus che narra la storia della ricostruzione del regno di Salomone». Sul filo di queste idee il ricercatore Tim Fallace assicura che «la massoneria è stata espressione del cristianesimo nel corso degli ultimi 2.000 anni».

 

 

 

L’altro impero cristiano

di Josep Guijarro

 

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sfinge all’ingresso di un tempio massonico

Gli inizi sconosciuti della massoneria, il suo collegamento segreto con i benedettini e i templari, il ruolo di questa società nella costruzione delle cattedrali e la sua evoluzione sino al XVIII sec. sono gli argomenti di El otro imperio cristiano (“L’altro impero cristiano”), l’ultimo libro dello storico argentino della massoneria Eduardo R. Callaey, presentato lo scorso giugno presso la Gran Loggia di Spagna. «La massoneria mantenne la sua impronta cristiana nel corso di tutta la sua storia; quello che accade è che nel XVIII sec., quando iniziano a svilupparsi le idee di democrazia e libertà di pensiero, la Chiesa e gli stati monarchici non potevano permettere che venisse invertita la piramide del potere». Eduardo R. Callaey appartiene da 18 anni alla massoneria. Ha presieduto 3 logge in Argentina, essendo attualmente il Gran Maestro di una di esse: la Loggia Lautaro, una delle più antiche del suo Paese e della quale fecero parte molti leader dell’indipendenza americana come José de San Martín e Bernardo O’Higgins. E circa una decina di anni fa contribuì alla fondazione dell’Accademia di Studi Massonici, un organismo accademico che intende affrontare la storia della massoneria con un criterio storiografico. «Si sta verificando una proliferazione di letteratura massonica che mischia i Templari, massoni, rosacroce e ogni sorta di setta, quando in realtà la massoneria è un fenomeno sociologico molto particolare. E’ una sorta di telone di fondo che sta dietro alla secolarizzazione attraversata dall’Occidente negli ultimi 200 anni». Callaey si è recato in Europa, precisamente in Spagna, lo scorso mese di giugno per una conferenza in occasione dell’XI Simposio Internazionale di Storia della Massoneria Spagnola, alla quale hanno partecipato un centinaio di esperti, in maggioranza cattedratici, organizzato dalle Università de La Rioja e di Saragozza. E’ stata l’occasione per incontrarlo e discutere del suo ultimo libro, L’altro impero cristiano, (inedito in Italia) che appunto tratta abbondantemente del legame tra templari e massoneria.

 

Massoneria cristiana

Questo primo volume di quella che sarà una tetralogia dal titolo “Il fattore massonico”, tenta di addentrarsi nel mondo e nella storia della massoneria al di là di qualsiasi mitologia. E’ un saggio storico, che abbraccia un arco di tempo che va dalle origini delle logge massoniche nel Medioevo sino al XVIII sec. e ha ricevuto una buona accoglienza in diversi settori associati a questa società segreta. «Quello che tento di spiegare nel libro è che le prime condanne della Chiesa contro la massoneria avvennero in un contesto politico e non clericale. In realtà, i massoni scozzesi cercavano solamente di divulgare l’idea di un cristianesimo transnazionale per superare così le divisioni che avevano decimato l’Europa con le guerre religiose». Tuttavia, «nel XIX sec. le cose cambiano. A quel punto sorge una massoneria di taglio chiaramente anticlericale. E’ il momento in cui si producono le modifiche del Gran Oriente di Francia, che abbandona, tra i propri membri, l’obbligatorietà di credere in Dio, la dottrina della trascendenza dell’anima e toglie la Bibbia dalle are delle logge che si trasformano così in altari laici». Questo fatto è molto curioso perché, apparentemente, nel mondo ha trionfato – per lo meno pubblicamente – la corrente francese, e quella scozzese rimane ignorata, mentre – secondo Callaey – in realtà «una grande percentuale di massoni nel mondo è cattolica». E confessa: «Io sono cattolico apostolico romano e l’80% dei massoni argentini sono cristiani. Il massone non è un uomo particolarmente inclinato alla religione, ma professa lo spiritualismo».

 

Monaci costruttori

In questo primo libro della tetralogia Callaey esplora il nesso tra i templari e i massoni. E ciò non è altro che l’Ordine religioso di San Benedetto, il più potente del mondo occidentale del tempo. «L’Europa era stata decimata dalle invasioni barbariche – ci spiega Callaey – e un giorno appare San Benedetto da Norcia che dice che bisogna salvare ciò che si può dell’antica cultura occidentale. Sono i monaci che si mettono a copiare i libri, a salvare i pochi busti e rovine romane e si pongono a capo della costruzione di chiese nelle abbazie. In pochi sanno che, in soli 300 anni, sono state spostate più pietre che nell’intera storia d’Egitto. Sto parlando di migliaia di cattedrali, abbazie, monasteri… E questo lavoro è stato iniziato dai benedettini» che, secondo il nostro storico, sono la vera origine germinale della massoneria. Sino a quel momento le chiese non erano nelle città. Il trasferimento delle chiese in area urbana si verifica nel periodo gotico. «Ciò implica l’inizio della secolarizzazione del fatto religioso perché, finché non apparirono le cattedrali nel centro delle città, la gente andava nei monasteri perché lì si teneva la messa». In questo contesto, «i benedettini svilupparono un’unità speciale di lavoro che erano le logge di costruttori. Costoro sono i primi a utilizzare in senso cerimoniale tutta la simbologia architettonica, compreso il grembiule di pelle, e a partire da essi si sviluppa l’iconografia massonica».

 

Simbolismo massonico

In effetti, ai grandi abati costruttori veniva consegnato un grembiule di pelle, che i documenti latini descrivono di «mirabile fattura» per distinguerli dall’operaio, il che significava che chi lo portava era un maestro costruttore.«Noi massoni molto spesso utilizziamo l’allegoria della pietra grezza. Per noi il profano che iniziamo è una pietra, un blocco appena estratto dalla cava. Ma il compito allegorico del massone è quello di erigere un tempio di virtù per la gloria del Grande Architetto dell’Universo. E’ una costruzione individuale e sociale. Ogni pietra deve incastrarsi con l’altra e il lavoro del massone è quello di trasformare la pietra grezza in una pietra cubica, capace di partecipare di questa costruzione collettiva». E sul filo di questa idea Eduardo R. Callaey fa una constatazione singolare: «Sono i benedettini che iniziano a parlare di quadrare la pietra. Loro credevano che chi costruisce un tempio deve possedere una serie di virtù ed essere cosciente del fatto che sta innalzando un tempio. Per quadrare la pietra c’è bisogno di un compasso, una livella, un filo a piombo e di tutti gli utensili che fanno parte del simbolismo massonico».

 

Frater conversus

Il problema sorge a metà dell’XI sec., quando il movimento cluniacense, prima tappa espansiva dei benedettini guadagna dimensione e peso politico tale – Carlo Magno colloca un benedettino persino a capo di York per organizzare le scuole dell’impero – da non essere sufficienti al loro progetto. «Nella misura in cui questo processo prende piede si produce una domanda di mano d’opera a causa della quantità di monasteri e abbazie che venivano costruiti simultaneamente. Quindi debbono inventare una figura che non esisteva: un laico annesso al monastero, senza voto di obbedienza né di castità, dato che aveva famiglia in paese, che prese il nome di frater conversus». Questa nuova mano d’opera laica và a integrarsi sotto l’autorità delle logge benedettine di costruttori e a organizzarsi gerarchicamente. «Così nasce la differenza tra l’apprendista e il maestro. Quest’ultimo era colui che conosceva i segreti della costruzione, che erano una cosa molto misteriosa; la scoperta delle proporzioni, della chiave di volta, dei calcoli della tensione tra le pareti e i sordini erano patrimonio dei maestri del mestiere. Ciò coincide anche con il processo storico di formazione delle confraternite di artigiani del Medioevo, quando essere maestro significava automaticamente far parte di un’altra classe sociale, di un altro ceto». I maestri quindi costituivano una corporazione molto chiusa, nelle cui confraternite non entrava un nuovo membro finché non ne moriva uno già esistente. E avevano potere politico anche nei municipi.

 

Il senso dei segni

I benedettini, quindi, inventano i segni segreti che secondo Callaey avevano lo scopo di differenziare le loro conoscenze e di conseguenza il rango ottenuto nel loro lavoro. «All’inizio gli apprendisti erano obbligati a portare la barba, e per quello ricevevano il nome di fratres barbati, mentre il maestro poteva radersi. Inoltre, erano obbligati a usare un segno che permetteva l’identificazione del loro rango. Quando qualcuno terminava di costruire un tempio in un luogo e si trasferiva altrove, eseguiva davanti all’abate il segno  quando erano completamente soli, e questi poteva in tal modo capire  se il rango dell’ultimo arrivato era quello di apprendista o di maestro». Callaey ci svela anche una radice etimologica diversa per la parola “massone”. Secondo San Isidoro di Siviglia nel suo libro Etimologie, dove è riunito tutto il sapere dell’epoca, nell’VIII sec. le impalcature venivano indicate con il vocabolo greco machion. Questo termine sarebbe passato poi al francese come maçon e all’inglese come mason, con il significato in entrambi i casi di muratore. Ancora più interessante è il rapporto tra i benedettini e la preparazione delle crociate e del successivo progetto templare.

 

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il tempio massonico di Philadelphia

 

Istigatori delle crociate

«Praticamente la totalità dei medievalisti del XX sec. conviene sul fatto che la riconquista del Santo Sepolcro fu un progetto cluniacense anteriore alle crociate. Questi monaci non solo si recarono in pellegrinaggio in Terrasanta, ma stabilirono anche, lungo tutto il percorso, abbazie e monasteri per ospitare i pellegrini. Poterono rimanere a Gerusalemme perché Carlo Magno era arrivato a stringere un patto politico molto importante con il sultano Harun al-Rashid, meticolosamente dimenticato dall’Occidente perché ha a che vedere con l’insediamento degli ebrei nel sud della Francia. E iniziarono a sviluppare il concetto di Milizia di Cristo addirittura prima di Sant’Agostino. Per loro il cavaliere era quasi un monaco. Il suo scopo aveva a che vedere più con la fede che con la guerra. E la stessa cosa accade con il fine delle crociate. Decisa da un nucleo molto ristretto di persone, nel quale uno dei personaggi più importanti era San Ugo, abate di Cluny, l’influenza benedettina fu fondamentale nella loro concezione. E vengono ideate fattivamente, proprio come le aveva suggerite papa Gregorio, alla metà dell’XI sec., con il proposito di riscattare i luoghi santi della cristianità». Va attribuita ai cluniacensi anche l’idea di un regno cristiano con base a Gerusalemme che avrebbe controllato tutto l’Occidente. Per dirlo con le parole di questo storico massone argentino: «sono i primi creatori di un progetto paneuropeo. Pertanto, quando Urbano II (un cluniacense) fa il suo famoso discorso, sono mature le condizioni politico-sociali per convocare una crociata pianificata al millimetro con il consenso di tre o quattro nobili europei, tra i quali si distingue Goffredo di Bouillon». Gli studi di Edoardo R. Callaey su questo personaggio sono rivelatori, specialmente per ciò che riguarda la fondazione dell’Ordine di Santa Maria del Monte Sion a Gerusalemme e i suoi rapporti con dei misteriosi monaci calabresi, anche loro cluniacensi, che apportarono materiale logistico alle crociate. «Il processo storico che porta alle crociate coincide con l’auge delle costruzioni romaniche e gotiche. Ragion per cui possiamo affermare che i benedettini – con i loro massoni laici (i fratelli conversi) – e i templari coesistettero nella stessa epoca sotto una regola simile e un’organizzazione di tale grandezza che sembra assurdo pensare che non vi sia stato uno spirito comune tra loro». Allo stesso modo, per questo massone argentino, «la storia della frammassoneria non è completa se non si considera il movimento cluniacense e la storia del Tempio non si risolve né si spiega senza il movimento cistercense. In entrambi i casi sullo sfondo si staglia lo spirito benedettino, l’influenza dei suoi potenti abati e una spiritualità che esce dal chiostro per penetrare profondamente nel secolare. Non può essere evitato qui il marchio perfetto della triade massonica della Sapienza, Forza e Bellezza. I tre principi essenziali della frammassoneria».

 

 

Alcuni simboli della massoneria

Squadra e compasso: Vi sono diversi livelli di interpretazione per questo importante simbolo massonico. Il principale è relativo al fatto che la squadra, quale elemento di progettazione del Grande Architetto dell’Universo può creare solo linee rette o composizioni angolari. Pertanto è associata alla terra e alla creazione del mondo materiale, al maschile. Il compasso invece puntando dal centro quale elemento cardine della progettazione, è in grado di realizzare solo linee curve e cerchi, quindi identifica il mondo celeste e la creazione spirituale, il femminile. La loro soprapposizione identifica pertanto l’equilibro dei due mondi, cielo e terra, l’individuo androgino, il rebis alchemico. Nelle sue linee la squadra e il compasso nacondono l’esagramma, il sigillo di Salomone. In base ai gradi, la squadra è posta sul compasso (I grado), quindi incrociata (II grado) e infine sotto il compasso (III grado) a indicare quale elemento domina l’individuo, materiale o spirituale, in base al suo cammmino all’interno dell’iter massonico dei tre gradi.

La stella Fiammeggiante: Indica il compagno di II grado, colui che inizia il suo cammino di risveglio e comincia a brillare di luce proprioa. la stella è infatti simbolo dell’uomo. Il fuoco rappresenta l’elemento in grado di bruciare le impurità materiali per far emergere lo Spirito.

Le due colonne: la colonna rappresenta la stabilità e l’unione tra l’alto e il basso, il cielo e la terra. Il loro nome Jachin e Boaz significa “Egli stabilirà” e “nella Forza”. Quindi la loro unione rappresenta la frase “Egli (Dio) stabilirà nella Forza” indicando la stabilità del tempio, che è l’Uomo Perfetto, attraverso la Forza di cui egli sarà epressione. Come la squadra e il compasso indicano il maschile-attivo-destro-Sole (Jachin, la Jod) e il femminile-passivo-sinistra-Luna (Boaz, la Beth), l’uomo androgino.

La Corda e i nodi: La corda cinge ogni tempio massonico. Il numero dei nodi della croda, chiamati “nodi d’amore” varia in base al grado dell’individuo. La corda, come la colonna, unisce il cielo alla terra. Essa rappresenta il cordone ombelicale che unisce l’intero corpo massonico, quale figlio, al Divino Architetto, quale Padre. I nodi sono rappresentazione dei singoli individui che formano tale unione, ma anche rappresentazione dei segreti che non possono essere sciolti (svelati).

Il pavimento a scacchi: Presente anche in molte chiese cristiane medievali, è espressione della profonda unione tra il maschile (bianco) e femminile (nero). Il massone cammina su questo pavimento dominando le due nature, avendole, in sè, equilibrate. E’ inoltre simbolo delle due energie, positiva e negativa, che creano il mondo visibile e ne sono alla base, così come il pavimento è alla base del Tempio.

La pietra grezza e la pietra cubica: La pietra è l’uomo. Il massone deve lavorare su se stesso per sgrezzarsi e divenire gradualmente la pietra cubica (elemento geometrico perfetto) in grado di costruie il tempio divino. Ogni massone è un blocco di questo tempio.

Il grembiule: Si è detto che deriva dalle corporazioni di scalpellini muratorie particolarmente dal grembiule di cuoio del loro Gran Maestro. Non è da escludere però che la tradizione possa derivare dall’antico Egitto, dove il faraone, portava sempre nelle cerimonie un grembiule con rappresentati i simboli della stabilità del tempio divino, principalmente una colonna di serpenti simile allo Djed, così come i massoni portano sul loro grembiule le colonne Jachin e Boaz. Più anagocicamente è simbolo del Corpo di Luce, come il Vello d’Oro di Giasone o la Veste Stellata del Gran Sacerdote eliopolitano.

Il Delta luminoso e l’occhio: Elemento di perfezione, espressione dell’unità trinitaria del Grande Architetto. E’ il fuoco sublimato, Spirito Vivente, che proprio perché eterno possiede un occhio che può osservare in ogni direzione, nei significati più oscuri della realtà invisibili ai profani, così come dominatore di passato, presente e futuro, che per Lui non hanno misteri, in quanto il tutto è sempre esistente, indipedentemente dalla relatività delle dimensioni del mondo.

LEZIONI DI MASSONERIA (TESTO INTEGRALE)

 
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Queste “Lezioni sulla Massoneria ” furono tenute  da Johann G.  Fichte tenne nel 1800 e pubblicate da Fischer nella rivista massonica “Eleusinien”.  Il testo è restituito nella sua forma originale, mondo, cioè, di quelle interpolazioni ad  aggiunte che ne fece il Fischer, seguendo così l’esempio di A. Manuali (Foggia 1986) e  comparando la versione che propone quest’ultimo con quella del Caramella (Genova 1924)  che traduce l’edizione del Flinter.  E’ interessante vedere come una grande mente, un grande filosofo cristiano, vide la Massoneria nella sua forma più pura

LEZIONE PRIMA    -  Si parte dall’esistenza di uomini saggi e virtuosi nell’Ordine Frammassonico.  -  Lo scopo dei saggi é lo scopo finale dell’Umanità.  -  L’evoluzione umana vien posta in pericolo dalla divisione del lavoro  -  In seno alla divisione del lavoro una società particolare non può avere alcun compito.  -  Lo scopo di una società particolare può essere soltanto quello di risollevare a cultura  umana universale l’unilateralità delle classi sociali.  -  Limiti di questa determinazione dello scopo: educazione alla libertà etica o alla  sensibilità morale?  -  Può valere la Frammassoneria come fine a sé stessa?  -  Che cosa opera la cultura massonica nel Massone: l’immagine dell’uomo maturo.  -  Quale azione esercita la cultura massonica sul mondo: influsso reciproco delle classi  sociali.      LEZIONE SECONDA     -  Lo scopo finale dell’esistenza umana: i problemi di questa vita alla luce dell’eternità. I  tre punti principali di questo problema: Chiesa, stato, dominio sulla natura.  -  Qual’è l’oggetto della cultura massonica? Procedendo dall’educazione dell’intelletto,  essa é istruzione.  -  Lo scopo ecclesiastico come oggetto dell’istruzione massonica: la concezione  universalmente umana della religione  -  La classe particolare, a cui é affidata l’educazione religiosa della maggiore società.  -  Lo scopo politico nell’istruzione massonica: Amor di patria e sentimento cosmopolita.  -  Il lavoro nella concezione massonica.   -  Le istituzioni segrete di cultura son certo altrettanto antiche quanto la divisione delle  classi.   -  Queste istituzioni segrete costituiscono sicuramente una tradizione continua attraverso  tutta la storia. -  La forma didattica di queste istituzioni deve essere metaforica, e quindi segreta: né può  usare altro che la comunicazione orale.   -  Il contenuto di questa istruzione non può essere altro che la sapienza della cultura  universalmente umana, che ogni epoca deve cercare nei misteri.

Si parte dall’esistenza di uomini saggi e virtuosi nell’Ordine Frammassonico Voi non potete esigere ragionevolmente che io vi debba concedere altra conoscenza  dell’Ordine salvo che esso esiste. Ciò che pretendete di sapere dai vostri libri intorno alla  maniera della sua esistenza, io già posso non riconoscerlo, per ciò che tutte queste letture  non hanno generato in voi alcun sapere e solo vi hanno avviluppato nelle contraddizioni.  E nel dubbio di quale dei vostri autori dovete mai fidarvi, se non possedete alcun criterio  per valutarli e nessun termine medio per collegarli? E per quanto voi possiate anche  credere, o, per usare il vostro linguaggio, trovare verosimile o più verosimile alcunché  secondo la critica storica: tuttavia mi richiamo al vostro proprio sentimento, quando  sostengo, che la vostra vera conoscenza della cosa, strettamente intesa, non va più in là  della esistenza dell’Ordine.  Ma questo é anche per me affatto sufficiente, e solo vi invito a concatenare a questa  conoscenza sicura altrettanto sicure conclusioni: vogliamo però noi trovare che cosa é in sé  e per sé stesso l’Ordine Frammassonico? – No, non tanto questo, ma piuttosto che cosa  esso può essere in sé e per sé stesso, o, se volete, che cosa deve essere.  Questa domanda vi stupirà, perché non l’avevate ancora mai fatta, ma essa é, secondo il  Sovrano, l’unica che voi possiate fare. Ciò che Ordine è, apprendetelo per amor mio, se vi  piace, dai frammassoni sfracellati; – che cosa può essere, siete in grado di trarlo da una  fonte migliore, dalla vostra ragione. Ma se sapete ciò, voi non crederete, secondo una certa  coerenza, che esso sia realmente in sé e per sé stesso così, quanto che così può essere  secondo la vostra logica convinzione; per lo meno non potrete sostenere la prima tesi (ma  nemmeno negarla), perchè per far ciò dovreste essere degli iniziati. E avete più probabilità  di essere con pieno diritto un legislatore massonico, che non di poter arrischiare con  qualche diritto questa tesi.  Cerchiamo su questo campo, dove tutto vacilla, un punto saldo su cui poggiare  sicuramente il piede, e muoviamo da dati di fatto indiscussi.  Sapete che nei primi decenni del secolo XVIII precisamente in Londra, viene fuori  pubblicamente una società, che verosimilmente é sorta ancor prima, ma della quale  nessuno sa dire donde venga, che cosa sia e che cosa voglia. Essa si propaga, non ostante  ciò, con inconcepibile rapidità, e si diffonde attraverso la Francia e la Germania in tutti gli  stati dell’Europa cristiana, e perfino in America. Uomini di tutte le classi, reggenti,  principi, nobili, dotti, artisti, commercianti, entrano nella sua cerchia: cattolici, luterani e  calvinisti si fanno iniziare e si chiamano l’un l’altro Fratelli.  La società che, non si sa per qual ragione, o almeno, com’io vi prego di credere, molto  accidentalmente, si chiama Associazione di Liberi Muratori, attrae l’attenzione dei  governi, vien perseguitata nella maggior parte degli stati, per esempio in Francia, in Italia,  in Olanda, in Polonia in Ispagna in Portogallo in Austria in Baviera e a Napoli, colpita dal  bando di due pontefici, dappertutto gravata delle accuse più contraddittorie, e sopra di  essa si getta ogni sospetto che sia odioso alla gran massa e attiri l’odio di questa. Ma essa  resiste a tutte queste tempeste, si diffonde in altri stati, si trapianta dalle capitali nelle città  di provincia, dove prima appena la si conosceva di nome: e trova inaspettatamente  protezione e appoggio in un luogo, se nell’altro deve affrontare gravi pericoli: là vien cacciata come nemica del trono e promotrice delle rivoluzioni, e qua invece acquista la  fiducia dei migliori governanti.  Così essa arriva fino ai nostri giorni. Voi vedete come in quest’epoca i membri di tale  società si domandino una buona volta seriamente: ma donde veniamo? Che cosa siamo e  che cosa vogliamo? E vedete come d’ogni luogo si raccolgono per rispondere a queste  proprie domande; come si guardano a vicenda, seri in viso, e ciascuno attende la risposta  dal suo vicino, e infine come tutti comprendono, gridando o tacendo, che nessuno di loro,  di quanti si son radunati, lo sa. Ora che fanno? Forse ritornano a casa, spiegano ai loro  Fratelli la generale in scienza? Si sciolgono reciprocamente dai loro impegni e si separano  l’uno dall’altro con un po’ di vergogna? – Niente affatto! l’Ordine perdura e si estende, allo  stesso modo di prima.  L’associazione soffre cose ancor più aspre. La ricerca del suo segreto vien più incalzante,  esso é portato a conoscenza di tutti in pubblici scritti, per esempio nel Segreto dei  frammassoni Scoperto, nella Frammassoneria Atterrata o Tradita; la considerazione di  alcune Sette Massoniche é innalzata al grado della perfetta consapevolezza, di altre a  quello della verosimiglianza: si trova qua e là la Massoneria ha servito solo a velare scopi  abominevoli e si introducono questi scopi nella sua luce, che li uccide. Che accadrà ora? I  frammassoni si dichiareranno sciolti dal segreto così tradito, per liberarsi d’un tratto dal  sospetto di scopi innominabili, chiuderanno le logge, e metteranno nella loro biblioteca il  frammassone sfracellato. – no! L’associazione continua a vivere, come se mai si fosse detta  una sola parola né mai si fosse stampata alcuna lettera intorno a lei, e fosse mantenuto nel  suo seno, senza romperlo mai, il silenzio.  Infine l’associazione stessa si scinde interiormente; e cessando ogni unità, i Fratelli si  dividono in sette, che chiamano sistemi, si tacciano vicendevolmente di eresia, si mettono  in bando, e ripetono il gioco di una Chiesa che sola rende felici. Il venerabile Servati  chiede: « e s’io volessi diventare frammassone, dove stanno i veri maestri? » e nel suo  denso libro non sa dare alcuna risposta: intanto i massoni di tutti i colori e distintivi  rispondono concordemente: « in nessuna, in nessuna altra parte che presso di noi ».  Or che ne segue? il profano, che prima aveva tuttavia rispetto almeno per il nome di  Fratello, trova adesso ridicoli i massoni che a vicenda si perseguitano e si accusano di  eresia; e ricade sopra la Massoneria qualche cosa che é ben peggio di tutte le persecuzioni:  il freddo scherno e la derisione della gente colta. Ne trarremo però senza esitazione la  conseguenza dello scioglimento della mirabile società? No, ancora una volta! Essa si  conserva e diffonde come sempre, e molti timidi Fratelli, che arrossirebbero fino alla radice  dei capelli se si dicesse di loro in un circolo elegante che sono massoni, vanno  coscienziosamente alla loggia allo stesso modo di prima.  E come si é talora detto per ischerzo: « il maggior segreto dei frammassoni é, che non ne  hanno nessuno »; così ora si può dire a buon diritto: « il segreto più divulgato e tuttavia  più nascosto dei frammassoni é che essi sono e continuano a esistere. Invero, che cosa é  mai, che cosa può essere ciò che lega insieme tutti questi uomini di pensiero vita e cultura  quanto mai diversi, e li tiene vicini fra mille difficoltà, in quest’epoca, di chiarificazione e  di progressiva freddezza?».  Andiamo anche più in là, e consideriamo più da vicino questi stessi uomini. Forse si tratta  di gran teste deboli, fanatici, ipocriti, intriganti o ambiziosi, che hanno fatto lega tra loro. Sicuro, é ben concepibile come l’uomo astuto e disonesto possa unirsi con dei pazzi, per  guidarli ai propri fini o almeno divertirsi a spese della loro pazzia; concepibile come  l’ambizioso possa cogliere il fanatico nella sua brama di misteri e per soddisfare il proprio  orgoglio prendere ai suoi ordini l’uomo che altrimenti stia sopra a lui per condizione e per  autorità; concepibile come l’intrigante si possa unire con teste deboli per far loro dire e -  pagare ciò che gli piace. Ma no! – In tutte le epoche si trovano nell’Ordine gli uomini più  saggi, più onesti, più rispettabili per ingegno, sapere e carattere; e in genere vi sono  parecchi – certamente ve n’é uno – tra i Fratelli, a cui voi vi gettereste in braccio con piena  fiducia, come al direttore e alla guida della vostra vita.  Però – non trascuro alcuna possibile obbiezione – quest’uomo saggio e onesto può essere  entrato, per un qualsiasi accidente e per un qualsiasi capriccio di gioventù, in un Ordine  che gli fosse sconosciuto nella sua intima essenza: viene poi a conoscerlo, e trova che non  val nulla, che procede innanzi sulla base di un giochetto infantile: ma non può tornare  indietro, perché una certa vanità gli impedisce di dichiararsi illuso: mentre il suo interno  pudore lo distoglie dal dedicarsi a tal vuotaggine, – e così egli si ritira, senza parere, nel  silenzio. – Se questa é la vera istoria di tutti gli uomini onesti e saggi dell’Ordine, allora  fermiamoci qui, chiudendo le nostre ricerche, vergogniamoci di aver onorato l’Ordine  anche tanto così della nostra attenzione, e abbandoniamolo con un risolino di compassione  ai fanatici in buona fede e agli intriganti egoisti.  Ma così non é [la storia], per quanto son vere le vostre e le mie esperienze. Gli uomini  veramente saggi e onesti, che noi conosciamo, sono andati innanzi nell’Ordine, se ne sono  seriamente occupati, si sono affaticati per lui e gli hanno anzi sacrificato altri scopi  importanti.  E ora sono arrivato al punto che ritengo saldo e sicuro per voi, che non siete Massoni, e per  ogni ragione conseguente: quanto é vero che anche soltanto un uomo indiscutibilmente  saggio e virtuoso si occupa dell’Ordine Frammassonico, – di tanto é vero ch’esso non é un  giuoco, di tanto é certo ch’esso ha uno scopo, anzi [uno scopo] serio e sublime. Così  avremo dunque trovata la base da cui poter volgere lo sguardo a tutto il resto e spingere  innanzi il piede con circospezione.    Però, prima di far questo, vi sento dire: « È vero che uomini saggi e virtuosi si occupano  seriamente dell’Ordine: é un fatto. Ma di che cosa si occupano? Dell’Ordine come esso é, o  come e quale esso, per opera loro appunto, può diventare? Forse lavorano solo allo scopo  di farne alcunché e scrivere sulla tabula rasa dei frammassoni qualche cosa che sia degno  di loro? Se é così, voi avete con la vostra deduzione dimostrato soltanto ciò che si sapeva,  che cioè l’uomo saggio e virtuoso nulla fa per ischerzo, ma niente avete conseguito a  favore dei frammassoni ». – tutto [ho conseguito] di ciò che posso conseguire per loro  appo voi: e poiché non ho altro modo di rispondervi, formulerò, sebbene essa sia già,  perfettamente adatta al mio scopo finale, la mia proposizione così: quanto é certo che  uomini saggi e virtuosi quanto mai seriamente si occupano dell’Ordine Frammassonico, di  tanto é certo che esso può avere un fine razionale, buono, sublime.  Questo fine, possibile o reale, cerchiamo ora di trovarlo nel proseguire per questa via. Noi  possiamo cioè sapere che cosa possa, e che cosa necessariamente debba volere l’uomo  saggio e virtuoso – quanto é vero che la saggezza e virtù é soltanto una, e determinata da leggi eterne della ragione. Dobbiamo quindi limitarci a indagare che cosa possa proporsi  come scopo l’uomo saggio e buono in tal colleganza, – e con ciò avremo trovato con  certezza dimostrativa l’unico scopo possibile dell’Ordine Frammassonico.

Lo scopo dei saggi é lo scopo finale dell’Umanità    Ciò che vuole l’uomo saggio e virtuoso, ciò che é il suo scopo, é lo scopo finale  dell’umanità. L’unico scopo dell’esistenza umana sulla terra non é né cielo né inferno, ma  solo l’umanità, che quaggiù portiamo in noi, e la sua massima possibile perfezione.  Diversamente da questo nulla conosciamo: e ciò che noi chiamiamo divino, diabolico,  bestiale, null’altro é che umano. Quanto non é contenuto nello scopo della perfezione più  grande possibile, quanto non si riferisce ad esso, o non ha rapporto con esso né qual parte  né quale mezzo, non può costituire lo scopo di nessun uomo, e l’uomo saggio e virtuoso  non può proporselo come scopo sia nel più generale che nel più particolare dei casi: ciò  che sta sopra o sotto all’umanità, giace anche fuor della cerchia del suo pensiero, dei suoi  sforzi, del suo agire.  In una qualsiasi misura quello scopo viene alla luce in tutti gli uomini, senza che essi  chiaramente lo pensino e lo perseguano di proposito, semplicemente per via della loro  nascita, e vien pure conseguito mediante la loro vita nella società: sembra come se non  fosse il loro scopo, bensì un scopo unito a loro. Ma l’individuo cosciente lo pensa  chiaramente, esso é il suo scopo, ed egli se lo pone qual meta cosciente di tutto il proprio  agire.  Come viene esso perseguito nella grande società umana? Forse tutto opera in favor suo  direttamente e senza deviazioni, con forze associate? Non pare. [La società] non pensa né  lavora con la chiarezza e con la consapevolezza proprie dei singoli saggi; su lei pesano le  colpe del mondo trascorso, e occupata com’é di questi peccati, essa appena ha tempo di  lavorare per una posterità che a sua volta avrà da lavorare per un’altra. Essa deve  sostenere la sua gran lotta con la natura ostinata e con il tempo infingardo; essa vuole  acquistar vantaggio su entrambi, e intanto la sua attività é sottoposta a una condizione  svantaggiosa, ma inevitabile: essa ha divisa in parti l’insieme dell’evoluzione umana, se ne  é distribuite le varie branche e attività, e a ciascuna condizione sociale ha assegnato il suo  campo speciale di collaborazione. Come in una fabbrica si risparmiano tempo e spese con  ciò che il singolo operaio per tutta la sua vita fa soltanto quella data forma di molla, di  chiodo, ruota, o recipiente, dà soltanto quel dato colore, sorveglia e guida solo quella data  macchina, e ciascun altro del pari per tutta la sua vita eseguisce la tal altra forma di lavoro,  cui da ultimo riunisce in un tutto un capomastro sconosciuto a tutti loro: egualmente  procede [la cosa] nella grande officina dell’evoluzione umana. Ciascuna classe lavora e  produce alcunché per tutte le altre, oltre a ciò che ciascuno dovrebbe fare per la propria  parte e per la sua stessa persona: e quelle producono alla lor volta anche per lei ciò per cui  non ha né tempo né attitudine l’uomo ben altrimenti occupato per il loro benessere.  Al benessere e al perfezionamento del tutto guida ogni opera dei singoli l’invisibile mano  della provvidenza. – Così scende il dotto nelle profondità dello spirito e della scienza, per  evocare alla luce ciò che dopo alcune epoche sarà a tutti facile e giovevole, mentre il  contadino e l’operaio lo nutrono e lo vestono; l’impiegato dello stato fa valere il diritto, che  senza di lui dovrebbe applicare la comunità stessa, e il guerriero difende l’inerme, che lo  nutre, contro la potenza straniera.

L’evoluzione umana vien posta in pericolo dalla divisione del lavoro Ora, ciascun singolo si forma in grado eminente soltanto per la condizione che ha scelto.  Dalla giovinezza in poi egli viene per sua scelta e per circostanze accidentali determinato  verso una forma di vita, e viene tenuta in conto della migliore quell’educazione che  prepara il ragazzo per la sua futura vocazione nella maniera più conforme allo scopo;  rimane posto in disparte tutto ciò che sta nella più stretta relazione con quella, o ciò che in  lui non può, come s’usa dire, essere utilizzato. Il giovinetto destinato a diventare un dotto  impiega tutto il suo tempo a imparare le lingue e le scienze, e proprio con preferenza per  quelle che sono necessarie per guadagnarsi il pane in avvenire, quindi con minuziosa  esclusione di quelle che richiede la formazione del dotto in generale. Tutte le altre forme di  vita e attività gli sono estranee, com’esse [del resto] sono estranee l’una all’altra. Il medico  ha rivolto tutta la sua attenzione alla sola medicina, il giurista alla legislazione del suo  paese, il mercante a quel determinato ramo del suo commercio, il fabbricante alla sola  produzione del suo manufatto. Nel suo campo egli sa quanto occorre, e anzi con maggiore  chiarezza e fondatezza: questo [sapere] gli é quindi particolarmente caro, e lo considera  come sua proprietà acquisita; in esso vive come nella sua casa paterna. – E tutto questo é  bene, ciascuno fa in ciò il proprio dovere, e il tenore contrario non solo sopprimerebbe tutti  i vantaggi della società, ma sarebbe dannoso anche al singolo, come al tutto.  Ma da ciò sorge in tutti necessariamente una certa incompiutezza e unilateralità, che, se  non proprio necessariamente, almeno però abitualmente si trasforma in pedanteria. La  pedanteria, che ordinariamente si confonde con la sola classe erudita – forse perché essa vi  é più visibile, forse perché vi si dimostra maggiore intolleranza, – domina in tutte le classi  sociali e il suo principio fondamentale é dappertutto il medesimo, cioè il seguente: di  tenere in conto di educazione generalmente umana l’educazione appropriata al proprio  stato particolare, e fare ogni sforzo per realizzarla. Così l’erudito pedante stima solo la  scienza e deprime ogni altro valore; le sue lezioni e conversazioni in società di gente mista  procedono allo scopo di comunicare ai suoi uditori una particella della sua dottrina e farli  bramosi della precisione di pensiero ch’egli possiede. Il mercante pedantesco sprezza per  contro l’erudito e proclama: « non vi é che computo e denaro! il denaro é la soluzione [del  problema] della vita ragionevole e felice». il guerriero sprezza l’uno e l’altro, stima  soltanto forza fisica e agilità, coraggio bellico e difesa dell’onore com’egli la intende, e non  gli rincrescerebbe arruolare tutti quelli che sanno battere il tempo di marcia. i teologi in  modo eminente (poiché la loro classe ha ottenuto fra tutte il maggior influsso, o per amore  del cielo o per timore dell’inferno) si affaticano, da quando hanno esistenza, a educare in  tutti gli uomini, fino giù ai ragazzi del villaggio, dei teologi ben fondati e dei dogmatici di  polso. – « Mirate avanti tutto al regno di Dio, il resto é cosa meschina! » dicono i teologi, e  con loro tutte le altre classi sociali, – e sappiamo bene quello che intendono per il regno di  Dio.  Così domina dappertutto una grande unilateralità, ora utile e ora dannosa: così ciascun  individuo non é soltanto un dotto, ma teologo o giurista o medico, – non é soltanto uno  spirito religioso, ma cattolico o luterano, ebreo o maomettano, – non é soltanto un uomo,  ma politico, mercante, guerriero; e così dappertutto si impedisce, con l’educazione di  classe più alta possibile, la più alta possibile evoluzione dell’umanità, il sommo fine dell’esistenza umana; anzi essa deve restar impedita, perché ciascuno é gravato  dall’ineliminabile dovere di educarsi il più perfettamente possibile per la sua particolare  occupazione, e questo é quasi impossibile se non si affronta il rischio dell’unilateralità.

In seno alla divisione del lavoro una società particolare non può avere alcun compitoRitorniamo ora, seguendo queste premesse, alla Frammassoneria, per non staccarcene più,  e costruiamovi sopra alcune durevoli conseguenze.  La Massoneria invero non può proporsi nessuno degli scopi, a cui si dedica già  notoriamente e apertamente qualcuna delle classi, degli indirizzi e ordinamenti esistenti  nella società umana; essa non può voler attraversare la strada, né procedere accanto ad  alcun’altra associazione: poiché in tal caso essa sarebbe superflua, in quanto volesse fare  già quel che già accade senza di essa. – Né potrebbe addurre a propria scusa il fatto che la  pubblica istituzione, di cui volesse mettersi a fianco e adottare lo scopo, fosse manchevole  e difettosa. É cosa di mera usurpazione il voler far meglio in via di occupazione secondaria  ciò che altri non possono far meglio come loro occupazione principale; è una pazzia il  pronunciare sentenza di condanna sopra istituzioni, che forse si conoscono soltanto  secondo il loro aspetto esteriore, e non secondo le inevitabili difficoltà che esse trovano  nell’oggetto della loro attività. Ciascuna di queste istituzioni in seno allo stato porta in sé  stessa il germe del miglioramento e tende alla perfezione: per la Massoneria può solo  presentarsi, in generale, il problema, se vi é un’istituzione per un certo scopo, e non come  essa vi soddisfa; poiché di ciò altri hanno a curarsi. Se essa volesse attivamente invadere  un piano d’azione estraneo, non farebbe che diffondere il disordine, e in pari tempo  disturberebbe e devierebbe la sua attuazione; sarebbe anzi sommamente nociva, in quanto  dovrebbe oltre tutto far ciò in segreto, poiché pubblicamente non si conosce alcun singolo  ramo dell’incivilimento umano ch’ella potesse intraprendere.  L’uomo savio e virtuoso non potrebbe sostenere una tal società, qualora essa volesse  occuparsi di questioni ecclesiastiche o politiche, filosofiche erudite o commerciali: egli  dovrebbe anzi, una volta conosciuta la sua esistenza perturbatrice, giudicarla a fondo. E  non occorrerebbe altra maggiore fatica che di farla conoscere; poiché é supremo interesse  dell’intera società umana e di ciascun suo ramo, dello stato, della Chiesa, del pubblico  dotto e commerciante, di annientare una tale associazione, tostoché essa venga conosciuta. Così resterebbe interamente e incondizionatamente escluso dalla Massoneria ogni scopo di  cui già si occupi una qualche classe sociale; e sarebbe egualmente pazzesco e ridicolo che i  suoi membri si occupassero in segreto di fare buone scarpe, che di riformare nel tutto o  nelle parti lo stato. Ogni Massone, che volesse negare ciò, porrebbe in non cale non solo il  suo buon volere e la sua intelligenza massonica, ma il suo stesso buon senso.  Ma un qualche scopo essa deve però averlo: altrimenti sarebbe un vano, vuoto scherzo, e  l’uomo savio e virtuoso tanto poco potrebbe occuparsene, quanto se essa si proponesse il  suddetto scopo dannoso. Ma questo può essere solo uno scopo di tal genere, che la  maggiore società umana non abbia per esso alcuna speciale istituzione; uno scopo per cui  ella, giusta la natura dello scopo stesso e quella della società, non possa avere alcuna  speciale istituzione.  Poiché se la società potesse avere una tale istituzione, all’uomo savio e virtuoso meglio  converrebbe accogliere questa istituzione in seno della grande società e farnela anzi  scaturire, piuttosto che voler promuovere il suo fine mediante una separazione da questa  società. La natura della grande società e dello scopo pertinente alla sua cerchia esigerebbe  incondizionatamente che egli richiamasse attenzione dello stato sopra questo ramo sin qui dimenticato, e quasi non si riesce a concepire come, della sua attività; allo stato egli  dovrebbe poi, e di nuovo incondizionatamente, lasciar piena libertà di pensare o no alle  istituzioni corrispondenti; in nessun caso potrebbe egli segregarsi con una società per  dedicarsi attivamente a questo scopo, perché ei non é fatto, assolutamente, per questa  forma di attività.  Si domanda ora se può darsi un siffatto scopo, razionale e buono, per il quale la maggiore  società non possa, giusta la sua natura, avere alcuna istituzione particolare, e quale sia  questo scopo; – e l’unico scopo possibile della Massoneria (considerata nel suo puro  aspetto di società « separata ») sarebbe così trovato. Vediamo.

Lo scopo di una società particolare può essere soltanto quello di risollevare a cultura  umana universale l’unilateralità delle classi sociali Verrò tosto a illuminare più da presso la vostra congettura che io pensi in qualche modo di  porre la Frammassoneria come fine a sé; stessa, quando vi avrò posto innanzi, come chiave  di volta di questa serie di riflessioni, la seconda conseguenza della nostra precedente  considerazione su la maggiore società umana.  Abbiamo riconosciuto essere un male, che la cultura che si svolge dentro la maggiore  società e a suo vantaggio vada sempre del pari congiunta con una certa unilateralità e  incompiutezza, la quale si oppone alla evoluzione più alta possibile, ossia puramente  umana, e impedisce il singolo uomo, come intera umanità, di procedere felicemente verso  la méta.   Ci é dato ora un scopo, che la maggior società umana non può affatto prender di mira, in  quanto esso le sta ben al di sopra e vien posto primieramente per l’esistenza della società  [stessa]: uno scopo che può venir conseguito solo uscendo dalla società e segregandosi da  lei, lo scopo di annullare gli svantaggi della forma educativa nella maggiore società, e  assorbire la cultura unilaterale per una particolar condizione nella cultura generalmente  umana, nella [cultura] universale dell’uomo tutto quanto – come uomo.  Questo scopo é grande, poiché ha per oggetto ciò che per l’uomo assume il massimo  interesse; esso é razionale, poiché esprime uno dei nostri più sacri doveri; é possibile, in  quanto é possibile tutto ciò che noi dobbiamo fare: ed é [invece] quasi impossibile, o  almeno estremamente difficile, a conseguirsi nella grande società, perché la condizione, la  forma di vita, le relazioni [sociali] avvincono l’uomo di legami sottili ma saldi, e lo  attraggono, senza che egli se ne accorga, in una cerchia [invalicabile], laddove egli  dovrebbe procedere innanzi. Pertanto [tale scopo] é raggiungibile solo mediante una  segregazione dalla società: ma non mediante una segregazione perpetua, perché ne  sorgerebbe una nuova uniteralità, e perché con ciò andrebbero perduti per la società i  vantaggi della cultura puramente umana in qualche modo acquisita, e perché a questo  soltanto si vuol mirare, a fondere insieme entrambe le forme educative, e così innalzare la  necessaria cultura di classe; – bensì mediante il ritiro nella solitudine, poiché questa  rafforza la nostra unilateralità più che non la sopprima, e ricopre il nostro cuore d’una  corteccia egoistica; – dunque soltanto con l’aderire a una società separata dalla [società]  maggiore, ma che non nuoce a nessuna delle nostre relazioni dentro a quella e che ha  ricevuto in sorte l’ufficio di metterci di tempo in tempo davanti agli occhi ed a cuore il fine  dell’umanità, per farne il nostro [scopo] pensato, e che lavora con mille espedienti a  straniarci dalle nostre scostumanze professionali e sociali, ad elevare la nostra cultura a  [cultura] puramente umana.  Questo, o nessun altro, é lo scopo della società frammassonica, in quanto é certo che si  occupano di essa uomini saggi e virtuosi. – Il Massone, che nacque uomo ed é passato  attraverso l’educazione della sua classe, attraverso lo stato e le sue rimanenti relazioni  sociali, deve essere su questo terreno nuovamente educato da capo a fondo per essere  uomo. – Ma ciò può essere soltanto lo scopo di una società « separata »; e risponde quindi,  per noi, al problema che avevamo impostato: che cosa é l’Ordine Frammassonico in sé e  per sé? Ovvero, se preferite, che cosa può essere? « Peraltro, voi dite, questo scopo é da una parte troppo ampio, dall’altra troppo ristretto.  Troppo ampio, perché può essere conseguito per altre vie, con la meditazione, i viaggi,  l’affaccendarsi in mezzo agli uomini e nella vita sociale; troppo ristretto, perché nessuna  società di qualsiasi specie può, secondo la sua natura, operare il perfetto raggiungimento  di esso ». Quanto al primo punto, sul quale soltanto in seguito verrà tutta la luce  necessaria, io rispondo per ora sol brevemente così: l’uomo può staccarsi dal cammino  prefissato e prendere un atteggiamento che esorbiti dalla sua condizione; può imparare a  cancellare dalla sua personalità esteriore la pedanteria, ed elevare il suo modo di pensare a  una maggiore universalità che non prima. Ma il suo intima rimane da tutto questo  imperturbato: egli continua sulla sua vecchia strada, pur dietro a siepaglie ed eleganti  pareti. Mediante la mera riflessione egli può forse cancellare dentro di sé lo spirito di  classe, ma anche conferire al suo carattere individuale, che ancor più é diverso da quello  della pura umanità, tanto maggiore caparbietà. Ciò che deve essere qui operato in tutta  serietà può avvenire solo in una società separata come noi l’abbiamo dedotta, e come voi  presto la concepirete, in mia compagnia, secondo la sua complessiva attività.

Limiti di questa determinazione dello scopo: educazione alla libertà etica o alla  sensibilità morale?    La seconda obiezione che avete accennata é più importante; e io aggiungo alla mia  precedente definizione dello scopo [massonico] questa significativa limitazione: in quanto  una tale cultura possibile mediante una società espressamente indirizzata a questo fine.  Vi é, infatti, una forma di cultura generalmente umana, in forza della quale ciascuno  prende soltanto se stesso, la sua coscienza e Dio per testimoni e giudici: é l’educazione alla  libertà etica. Voi conoscete la mia convinzione a questo riguardo. « ciascuno che si creda  onesto di fronte a sé stesso, – così scrivevo altrove, alcuni anni fa, – deve instancabilmente  osservare sé stesso e lavorare per nobilitarsi: il che deve essergli diventato, in forza  dell’esercizio, affatto naturale. Ma questa occupazione non sembra, giusta la sua natura,  esser capace di alcuna comunicazione.   Andai da un pittore, ch’io volevo veder lavorare: ed egli mi mostrò tutti i suoi dipinti,  perfino quelli ancora incompiuti; ma per quanto lo pregassi, egli non vi volle por mano  sotto i miei occhi, e affermava che le opere del genio riescono solo nella solitudine. Questo  mi trasse a considerare l’opera del genio morale dentro di noi, e intuii la verità, che anche  in ciò bisognava essere soli; trovai sempre più confermato [il concetto] che il vero sforzo  per nobilitarsi é assai timido e vergognoso, anzi si ritrae in sé stesso e non può affatto  comunicarsi [ad altri]. – Giammai avevo posto in questione il mio miglioramento innanzi à  me stesso: come potevo desiderare di metterlo tuttavia in discorso innanzi ad altri! Bastava  che io agissi diversamente, e che i miei amici, come io medesimo, conoscessero la crescita  della pianta solo dai suoi frutti. Pertanto non si deve mai portare alla luce il proprio  miglioramento, né abbassarsi mai a una mera confessione dei propri difetti, ma estirparli.  Dobbiamo provarne nausea: allora non staremo più a rigirarli per un verso e per l’altro,  per esprimerli con esatte ed eleganti determinazioni. Qualora si volesse, per un malinteso  sentimento del dovere, obbligare anche a questo – per un certo spirito eroico nell’amicizia  (o a favore di un fine sociale), si verrebbe soltanto a prender confidenza con essi, a  renderseli cari, per lo meno a non paventare più l’esistenza di difetti che si sono così  clamorosamente condannati, per lo meno a infiacchirsi nella confessione, in quanto la si  mettesse in conto di miglioramento ». E così é. Formare la propria educazione alla libertà  etica per una data condizione sociale, parlarne con altri, lasciarsi trascinare da loro al  rendiconto e confessarsi a loro o farsi confessare, – scompiglia l’animo da capo a fondo:  poiché ciò trae a deporre il santo pudore, a diventare il più peccaminoso tipo di ipocrita,  l’ipocrita verso sé stesso; e una società che si ingeriva di questo condusse effettivamente al  più tetro ascetismo monacale. – Pertanto la Massoneria non ha niente a che fare con questa  forma di educazione alla pura umanità: come [non ha niente a che fare con essa] nessuna  società che non sia composta di fanatici e che abbia compreso l’Oraziano:    Insani sapiens momen ferat, aequus iniqui,  Ultra, quam satis est, virtutem si pelai ipsa (1).    tutto ciò che accade secondo una qualsiasi distinzione fra gli uomini, sia che miri alla  capacità tecnica o a conoscenze o alla virtù, é profano di fronte alla Massoneria: ma di fronte a ciò che riguarda la libertà etica, la Massoneria stessa é profana e irreligiosa: poiché  quella é il santo dei santi, in paragone del quale il santo stesso é volgare. – Questo solido  concetto, interamente determinato e chiaro in sé, dovremmo elevarlo assolutamente a  canone della Massoneria e a principio di una critica di ogni cosa massonica, qualora  avessimo da impiantare una critica siffatta.  Altra cosa é certamente, per accennare in breve anche questo, l’educazione dello spirito e  [altra] l’aspirazione alla sensibilità morale, la formazione dei costumi esteriori e  dell’esteriore osservanza alla legge. Questa appartiene senza dubbio alla Massoneria.  Ora voi avrete presente all’animo immagine della Massoneria, come essa é in sé e per sé  stessa, o può e deve essere unicamente. Ma aggiungerò ancora alcuni tratti a questa  immagine. Qui si raccolgono invero, liberamente, uomini di tutte le classi e portano ad un  sol cumulo la cultura che ciascuno poté acquistare secondo la propria individualità, nella  sua condizione. Ciascuno porta e dà quello che possiede: la testa pensante concetti chiari e  precisi, l’uomo d’azione capacità e agilità nell’arte del vivere, il religioso la sua religiosità,  l’artista il suo entusiasmo artistico. Ma nessuno dà [il suo contributo] nella stessa maniera,  in cui egli l’ha ricevuto nella sua classe sociale e nella sua classe lo trapianterebbe.  Ciascuno lascia del pari da parte l’elemento singolo e specifico, e mette fuori ciò che egli  ha realizzato nel suo intimo come risultato: si sforza di dare il suo contributo in modo che  possa pervenire a ciascun membro della società; e l’intera società si affatica a sostenere  questo suo conato e a conferire appunto così utilità generale e universalità alla sua cultura,  fin qui unilaterale. In tal colleganza ciascuno riceve nella stessa misura di quello che dà;  appunto per via di questo, che egli dà, gli viene dato; e precisamente la capacità di poter  dare.    Note:  1. [horat. epist. i, 6, 15-16: « porti il sapiente nome di stolto, e il giusto di iniquo - quando  egli ricerchi la virtù stessa più di quanto occorre »]. Il saggio si attira nome di pazzo, e  Aristide diventa ingiusto, «tosto che egli pratichi la stessa virtù più del giusto » [Wieland];  – ovvero: quando egli ricerca la virtù stessa affannosamente per false vie.

Può valere la Frammassoneria come fine a sé stessa? Ora soltanto rispondo alla vostra domanda: “Non si può porre la Frammassoneria come  scopo a sé stessa”; semplicemente perché essa mi porge l’occasione per alcune  determinazioni complementari.  Voi siete giunti a questa idea, come da voi medesimi comprendete, paragonando la  Frammassoneria con la religione. Si può domandare, quale sia il fine della Chiesa: – il  propagamento della religione? Senza dubbio, proprio di questa, poiché essa è meramente  il risultato, l’esigenza dello spirito e del cuore nella loro armonia, il frutto della nostra  saggezza, il più alto fiore della nostra ragione, la dignità della nostra natura. A che cosa  deve essa ancora valere, o servire qual mezzo, che [altro] deve proporsi a scopo finale?  Così l’Ordine dei Liberi Muratori esiste per mantenere, per conservare la Frammassoneria;  essa pure non é buona per alcunché, ma buona in sé e per sé, non già mezzo per un  qualsiasi scopo. A che altro deve mai ancora mirare? Ciò ch’essa opera e può operare, ciò  che essa ha generato in lui e anche in altri deve generare, questo deve conoscere il vero  Massone: e questo é – Frammassoneria.  Pertanto sarebbe vano, in generale, il ricercare un suo fine, come il rispondere a tal  richiesta e l’impostare il concetto d’un siffatto fine (come noi abbiam fatto); essa verrebbe  ad esistere in forza di sé medesima, dovrebbe assolutamente essere e sarebbe una parte  costitutiva dell’assoluto.  E vi é un certo senso, in cui si può benissimo concepire questa tesi e nel quale essa é vera e  importante; ma essa non sembra essere espressa in forma sufficientemente determinata. Si  parla spesso, non preciserò qui se con esattezza filosofica, di un senso ampio e amplissimo,  ristretto e strettissimo delle parole e delle proposizioni nella filosofia. Sicché ciascuno  potrebbe dire: « se io chiamo la Massoneria fine a sé stessa, penso alla Massoneria nel suo  significato più ristretto. Ma questa é per me appunto quella cultura comune [a tutti],  puramente umana, che tu hai posto come fine della Massoneria. Quindi per me il suo fine  é – essa medesima ».  Ciò é giusto in sostanza, ma le parole sono un po’ oscure a comprendersi. – L’uomo é fine a  sé stesso e quella cultura puramente umana é una maniera di essere dell’uomo  assolutamente postulata, quindi una parte costitutiva di ciò che é fine a sé stesso, ossia  dell’assoluto. Ma si doveva pur da ognuno riconoscere per espressioni equivalenti  Massoneria e cultura universalmente umana? La sentimentalità massonica (dopo che si  abbia cioè spiegato a bella prima l’espressione nel modo teste concesso) può essere  chiamata fine a sé stessa, ma suona poi tanto Massoneria, Ordine Frammassonico, quanto  sentimentalità massonica? La Massoneria non é una cultura o un sentimento, ma una  società o colleganza. Non posso dire: il Fratello n. n. ha compiuto secondo la sua  Frammassoneria questa lodevole azione, ma essa è una prova dei suoi buoni sentimenti  massonici; ovvero: il signor n. n. ha in sé la Frammassoneria, senza essere accolto  nell’Ordine, sebbene egli può possedere la vera (massonica) sentimentalità di una cultura  universalmente umana. – Ma poiché ora la parola « Massoneria » indica associazione, essa  non può essere chiamata fine a sé stessa, ma soltanto mezzo, poiché l’associazione per il  fine prefisso é solo mezzo e non deve essere in senso assoluto, ma solo sotto la condizione  di una certa situazione del mondo, quale essa é pur ora presente. Invero, soltanto perché lo scopo, che la società separata si propone, non può essere  conseguito nella grande [società] come essa é presente, verrà fondata la società: separata.  Ma la più grande società non é necessariamente così come essa é: può venir pensata nel  campo della ragione affatto diversamente, per lo meno senza la condizione più sopra  indicata nella formazione dell’individuo: deve piuttosto progredire del continuo verso il  meglio, e questo meglio consiste, affatto particolarmente, anche nell’uguaglianza e  armonia della cultura di tutti gli individui. Se essa fa questo, nella stessa misura appunto  ch’essa in ciò progredisce la società, separata diventa meno necessaria; e quando quella ha  raggiunto la sua méta, [questa é ormai] superflua e inconsistente. Ora, di una cosa tanto  relativa si può dire che sia parte costitutiva dell’assoluto.  Si potrebbe replicare, che sia scopo di tutta l’umanità costituire un’unica grande  colleganza, come presentemente dovrebbe essere quella massonica. Ma la stessa mera  esistenza della Massoneria dimostra che ciò, che noi abbiamo chiamato fine in sé, non é  ancora affatto conseguito.  L’esempio, di cui si fa uso per quella tesi, deve porre in più chiara luce il suo opposto. Si  dice: non si potrebbe ricercare un fine della religione (o più precisamente: della religiosità,  del sentimento religioso), ma invece un fine della Chiesa. Benissimo! solo che al concetto  della religiosità appunto corrisponde non già il concetto della Massoneria, ma piuttosto  quello della cultura puramente umana; a quello della Chiesa per contro [corrisponde]  proprio quello della Massoneria, o (che poi é lo stesso) dell’Ordine dei Liberi Muratori. -  Massoneria significa dunque (per riassumere tutto in breve) non il sentimento, bensì  associazione: ma questa, per generare quel sentimento, e condizionata da alcunché di  accidentale, che appunto per questo non potrebbe nemmeno essere e nel fatto non  dovrebbe essere. La Massoneria non é quindi fine a sé stessa, tanto poco quanto, secondo  quella particolare opinione, la Chiesa; e per l’una come per l’altra si può, con tutti i diritti  filosofici, ricercare i loro fini e determinarli in forma chiara e precisa.  Questo spero di aver fatto nei riguardi della Massoneria. Ma non siamo ancora alla fine:  non solo dobbiamo ancora indagare che cosa e come operi la Massoneria tanto verso i suoi  membri che verso il mondo, ma altresì distinguere compiutamente l’un dall’altro i principi  fondamentali più sopra affermati e applicarli più largamente, affinché essi diventino atti e  sufficienti alla valutazione della situazione presente della Massoneria e dell’attività  massonica.

Che cosa opera la cultura massonica nel Massone: l’immagine dell’uomo maturo Il nostro primo quesito sarà pertanto: che cosa opera l’Ordine nel Massone? – il secondo  [invece]: quale azione esercita esso sul mondo? – mi stringerò in breve, e potrò così  accontentarmi di [dare] fruttuosi accenni.  Se l’associazione non é intieramente vana e inattiva, colui che vi si trova deve però, senza  dubbio, – stia pure egli a quel livello della cultura che più gli talenta, – avvicinarsi alla  maturità assai più che non avrebbe fatto lo stesso individuo, fuori dell’associazione. Nel  caso dell’uomo sveglio e pronto ciò vale anzi per ogni nuova relazione in cui egli entra. Io  prendo qui maturità e pienezza di cultura universalmente umana per termini equivalenti,  e a buon diritto. La cultura unilaterale é sempre immaturità: quand’anche da una parte  dovesse essere eccesso di maturità, dall’altra però sarebbe certamente, appunto a tal uopo,  aspra e acerba immaturità.  Il principale segno distintivo della maturità é la forza mitigata dalla grazia. – Tutti quei  suoi potenti corrucci, quei larghi impeti e assalti sono le prime e anche necessarie tirate e  scosse della forza che si sta sviluppando; ma essi non si constatano più, dopo che é  compiuto lo sviluppo e si é pienamente realizzata la bella forma spirituale. O per dirla coi  termini retorici della scuola: una volta venuta la maturità, l’ardita poesia si disposa alla  chiarezza della mente e alla rettitudine del cuore, e la bellezza entra in connubio con la  saggezza e la fortezza.  Questa é l’immagine dell’uomo maturo ed evoluto, qual io lo concepisco: la sua mente é  del tutto chiara e libera da pregiudizi d’ogni specie. Egli signoreggia il regno dei concetti e  stende il suo sguardo sul dominio della verità umana più lungi ch’é possibile. Ma la verità  é per lui, interamente, soltanto una, solo un tutto unico e indivisibile; nessuna parte di essa  egli antepone ad un’altra. Anche la stessa cultura dello spirito é tuttavia per lui solo una  parte dell’intera cultura: e tanto poco gli va a genio di farla finita esclusivamente con  quella, quanto meno gli verrà in mente di farne a meno. Vede benissimo, e non si fa  ritegno di convenirne, quanto altri siano in ciò più addietro di lui; ma non si sdegna per  questo, poiché sa quanto dipenda anche in ciò dalla fortuna. Non impone a nessuno la sua  luce, e tanto meno la mera apparenza della sua luce; sebbene egli sia sempre pronto a  darne, secondo le sue capacità, a ciascuno che lo desideri, e a dargliela in quella singola  forma che gli é più gradita, – Tuttavia egli si tiene contento anche quando nessuno ha  brama dei suoi lumi. É integralmente retto; coscienzioso, forte contro sé stesso nel suo  intimo, senza dare esteriormente la minima importanza alla sua virtù, né imporne agli altri  la contemplazione mediante affermazioni della propria onorabilità e sacrifici clamorosi e  affettazione di alta serietà. La sua virtù é tanto priva di artificio e, direi quasi, pudica,  quanto la sua sapienza; il suo sentimento dominante presso le debolezze degli altri uomini  é di benevola compassione, non già, affatto, di sdegnoso corruccio. Egli vive fin di quaggiù  nella fede in un mondo migliore, e questa fede soltanto conferisce agli occhi suoi valore,  significato e bellezza alla sua vita su questa terra; ma egli non impone menomamente  questa fede a nessuno, bensì la porta in sé, come un tesoro nascosto. -  Questa é l’immagine dell’uomo perfetto, l’ideale del Massone. Né egli bramerà una  perfezione maggiore di quella che l’uomo possa raggiungere, né vorrà vantarsene: la sua  perfezione non può essere altro che umana, e l’umana. Ciascun uomo deve esser compreso del dovere di accostarsi sempre più sicuramente a questa mèta; se l’Ordine ha anche  soltanto un poco di attività, ciascun membro deve essere preso da questo moto di  accostamento in forma ognor più visibile e con piena coscienza; questa immagine deve  ondeggiargli innanzi come ideale prefisso e ben prefisso e ben vicino al suo cuore:  dev’essere parimenti la natura in cui egli vive e respira.  È ben possibile che non tutti, anzi forse nessuno singolarmente di coloro, che si chiamano  massoni, raggiungano questa perfezione. Ma chi ha mai misurato la bontà di un ideale, o  anche solo di un’istituzione, da ciò che effettivamente ne conseguono gli individui?  L’importante si é ciò che questi possono conseguire nelle condizioni stabilite; quanto poi  l’istituzione vuole e addita con ogni mezzo a sua disposizione, questo i suoi membri  debbono conseguire.  Né io affermo che i massoni siano necessariamente migliori di altri uomini: tanto meno che  non si possa conseguire la medesima perfezione anche fuori dell’Ordine. Ben sarebbe  possibile che un uomo, non mai entrato a far parte dell’associazione dei Liberi Muratori,  somigli all’immagine sopra delineata: e proprio in questi istanti ondeggia innanzi agli  occhi della mia mente la figura di un uomo, nel quale io la trovo eccellentemente attuata, e  che pure conosce l’Ordine tutt’al più di nome. Ma lo stesso uomo, se fosse diventato  nell’Ordine, e per mezzo di questo, ciò che egli é diventato nella grande società umana,  sarebbe meglio capace di innalzare anche altri allo stesso suo grado, e tutta la sua cultura  sarebbe più socievole, più comunicabile e quindi anche nell’intimo suo essenzialmente  modificata. Ciò che sorge nella società ha maggior vita e forza per la prassi che non quanto  vien generato nella solitudine.  Questi sono gli accenni che volevo dare intorno all’attività dell’associazione dei Liberi  Muratori sopra i suoi membri. E essa, deve operare il felice avvicinamento all’ideale più  sopra determinato, o nulla [deve] affatto; [perché] quanto sta più in alto di quello non può  in generale essere attuato, e quanto sta più in basso, può dappertutto essere attuato. Ma si  capisce da sé che i membri debbono essere sensibili al suo benefico influsso; e, del pari, che  le istituzioni debbono essere di tal natura, che tanto il più quanto il meno sensibile si  avvantaggi però e progredisca nella sua giusta proporzione.  E ora si presenta ancora il problema, se questa associazione operi anche sul mondo. Quale azione esercita la cultura massonica sul mondo: influsso reciproco delle classi  sociali    Se questo problema si potesse pure con piena serietà presentare in forma di dubbio, ancora  si potrebbe, effettivamente, domandare se l’Ordine agisca anche sul mondo, sulla  maggiore società umana. Quest’uomo così educato nell’intima santità dell’Ordine, non  rimane dunque come prima di fronte al mondo, e come prima occupa in esso il suo posto?  Non resta, com’era prima, sposo, padre di famiglia, compagno, membro della condizione  che egli riveste nel mondo? Può forse mancare che la sua cultura, ottenuta nell’Ordine, ma  diventata ora intieramente sua propria, cosi da formare una parte costitutiva della sua  personalità, a cui egli non può tanto arbitrariamente rinunciare, quando abbandona la  loggia, – può forse mancare che questa cultura si manifesti in tutte queste relazioni  [sociali]? E non agisce così l’Ordine, in forma sommamente benefica, sul mondo, mediante  i suoi membri?  Richiamo la vostra attenzione su qualche cosa che vi sosterrà nelle vostre proprie  riflessioni.  Nessuno occupa il suo posto nella più grande società in maniera meglio idonea di colui  che può stender lo sguardo oltre il suo posto medesimo, che non vede soltanto questo, ma  anche intuisce e contempla la sottile linea di separazione dove esso trapassa e penetra  nella più grande società: come é il caso del grande e illustre scienziato, che volge lo  sguardo non solo alla sua disciplina, ma anche a quelle confinanti, e anche a tutto quanto il  campo del sapere. Soltanto colui che sta in tal modo nella sua posizione, agisce per il  mondo con gli occhi aperti e con buona coscienza di sé: l’altro é un cieco strumento di  lavoro; che forse opera affatto rettamente al suo posto, ma la cui attività soltanto per opera  del tutto viene da ultimo indirizzata alla verace mèta. Il primo sa, a tempo opportuno, ora  lasciar perdere parte delle esigenze e delle norme della sua condizione, ora attenervisi  strettamente, e ora acuirle; quest’altro nulla intende del poi, ma procede, come una  macchina, oggi e domani per il cammino a cui s’é fermamente abituato. Ora, é proprio la  Massoneria quella che innalza tutti gli uomini sopra la loro condizione; essa educa quindi,  in quanto educa degli uomini, anche i più abili membri della più grande società: dotti e  sapienti amabili e popolari, uomini d’affari non soltanto capaci, ma anche forniti di  giudizio, guerrieri umani, buoni padri di famiglia e savi educatori dei loro figliuoli. A  qualsiasi relazione umana si voglia pure pensare, la Massoneria esercita su di essa il più  vantaggioso influsso.  La società umana deve inoltre essere occupata in un continuo progredire: tutte le sue  relazioni devono diventare sempre più pure, e perfezionarsi sempre più.  In particolare, uno stato ben governato progredisce nella legislazione,  nell’amministrazione, nelle istituzioni educative, e tien sempre un orecchio aperto a tutte  le obiezioni e correzioni. Uno stato siffatto, tutto occupato a procedere verso la perfezione,  nulla può intraprendere con dei professionisti che non abbiano mai proteso lo sguardo  oltre la ristretta sfera della loro particolare vocazione e che non potrebbero progredire se  non sulla via fino a ieri battuta; essi diventano inutili tosto che vien fuori un  miglioramento: e poiché non vogliono diventare inutili, si impuntano contro i  miglioramenti, e impiegano tutto il proprio influsso per impedirli, oppure preparano ad essi, nonostante il loro buon volere di promuoverli, una cattiva riuscita. Dove é così  disposta la maggioranza dei professionisti di uno stato, là si rimarrà in eterno all’antico. –  È vero che già uno studio fondamentale delle scienze eleva sopra a questa angusta cerchia  della routine professionale e delle contratte abitudini; la scienza mostra la reciproca  dipendenza di tutte le relazioni umane e indica i punti, dai quali si deve muovere il passo  più avanti. Ma la scienza esercita poi effettivamente questo influsso sul mondo? – Quando  anche la maggioranza usasse studiare più a fondo che non faccia; quand’anche essa non  fosse solita a dimenticare senz’altro, dopo alcuni anni, questa mezza cultura che porta via  seco, in qualche modo, dalle università: quand’anche tutto ciò non fosse, a che giova il  mero sapere, senza esercizio pratico? – Qui, dove nulla può ulteriormente giovare, ritorna  ora a mezzo la Massoneria, come un istituto di esercizio pratico per la versatilità; e riempie  una lacuna, che la grande società civile doveva necessariamente lasciar aperta.  Vi rammento qui, di passaggio, lo stato in cui tutti noi viviamo, al quale non si può negare,  senza somma ingiustizia, il vanto dello sforzo verso la perfezione. Non sentenzierò se  questa tendenza proceda pure all’infuori della Massoneria, che in esso da lungo tempo é  fiorita, ovvero se e come fin qui sia stata sostenuta dalla Massoneria stessa; ma posso  recisamente affermare che questa tendenza deve trovar nell’Ordine un buon appoggio per  l’avvenire.  Ponderate inoltre la seguente osservazione. In un notevole scritto, in cui le condizioni  sociali dell’uomo vengono divise in due classi, e alla prima classe sono ascritti coloro che si  occupano della cultura intellettuale e morale degli altri, come pure di governarli  [politicamente], alla seconda coloro che si curano delle esigenze della vita terrena, – in  questo scritto é stato mostrato che il fondamento principale della passata deficienza di  molte relazioni umani risiede nella difficoltà dell’azione reciproca e del mutuo influsso di  entrambe queste classi, l’una sull’altra, e che non si può giungere a un miglioramento  fondamentale, finché non sia interamente instaurato questo mutuo influsso. – Se ora  considerate come un male, al par di me, questa mancanza di connessione e d’influsso, voi  computerete anche l’Ordine Frammassonico in conto del miglior rimedio e del mezzo più  adatto per un miglioramento fondamentale. Esso riunisce infatti in sé almeno entrambi gli  estremi di queste due classi, e li avvicina di più l’uno all’altro, senza riguardo alla loro  occupazione di grado e di professione. Perciò é imperiosamente necessario che in una  loggia (come, del resto, per solito accade) stiano a fianco non solo persone colte, ma anche  uomini in dotti, e non solo indotti, ma anche dotti: e che nessuno guardi l’altro di traverso  per il fatto che egli é tale, e quello non é. – Un membro della seconda classe, che impara qui  a deporre la sua diffidenza, la sua ombrosità, il suo timore, il suo odio o il suo disprezzo  almeno verso i membri della prima classe, che sono suoi Fratelli nell’Ordine; un membro  della prima classe, che apprende qui a scacciare il suo dispregio, almeno per i membri  della seconda classe, che sono suoi confratelli, – porterà seco certamente questa  disposizione sentimentale anche fuor della loggia, nel mondo, estenderà la sua migliorata  concezione di queste classi anche ad altri membri di esse che non sono Fratelli dell’Ordine,  e comunicherà tal concezione migliore ad altri non iniziati della sua propria classe. Un  retto cittadino, che in qualche modo dentro all’Ordine si convincesse, che un dotto non é  necessariamente un pedante, anche fuori dell’Ordine non farà più questa supposizione in  modo così incondizionato, e certo comunicherà, occasionalmente, anche ad altri onesti cittadini, che non siano «Fratelli», la sua scoperta. Un dotto, che in qualche modo avesse  appreso nell’Ordine che un impiegato o un cittadino senza studi non é punto un uomo  ignorante e corto di mente, col quale non si possa parlare di nessun argomento razionale o  dal quale nulla si possa imparare, tratterà con riguardo tali persone anche fuori  dell’Ordine e diffonderà questa sua scoperta in conversazioni e scritti. – E così l’Ordine  massonico sarebbe una delle più importanti istituzioni in pro del mondo, quale, senza di  lui, vi manca interamente.  Ma da ultimo – il che per altro io posso soltanto accennare a rapidi tratti – L’Ordine  potrebbe appunto operare proprio per lo stato, per la Chiesa, per il pubblico colto, ed  essere utilizzato da tutte queste realtà sociali, per preparare a poco a poco quei  miglioramenti, per i quali si facesse prevedere l’opposizione della unilateralità.  Avete ora dati sufficienti sulla idoneità, utilità, anzi indispensabilità dell’Ordine  Frammassonico nella grande società civile e umana. Che cosa esso possa operare, vi é  chiaro per naturali ed esatte conseguenze [tratte] dal presupposto del suo scopo; la sua  attività deve seguire dal fatto ch’esso ha per iscopo di far acquistare ai suoi membri, in tal  colleganza, una cultura universale, puramente umana, in opposizione alla cultura  particolare di classe; ma questo scopo razionale é superiore a ogni biasimo é poi tanto  certo ch’esso lo abbia, quanto é vero che si occupano assiduamente di lui uomini seri,  saggi e virtuosi.

Lo scopo finale dell’esistenza umana: i problemi di questa vita alla luce dell’eternità. i  tre punti principali di questo problema: Chiesa, stato, dominio sulla natura    Noi vogliamo ora lavorare affinché i principi fin qui posti siano sufficienti, nella loro  applicazione, alla valutazione di cose massoniche, e quindi alla valutazione della presente  condizione della Massoneria, in generale, o alla valutazione del rituale, delle leggi e degli  organismi massonici in particolare, della condotta massonica di singole logge e Fratelli, e  infine anche, nel caso che si trovasse necessaria una riforma, a giudicare dove e come  propriamente si dovesse riformare. Ma ora, affinché questi principi appaiano realmente  sufficienti a tale scopo, essi debbono essere ancor più compiutamente distinti l’uno  dall’altro e venir applicati ancor più diffusamente. Per questo fine però dobbiamo  nuovamente risalire ai primi principi e accordarci intorno ad essi.    Primo principio. lo scopo finale dell’esistenza umana non é posto, in generale, in questo  mondo presente. Questa prima vita è soltanto preparazione e semente di una più alta  esistenza, di cui sentiamo intimamente la certezza, nonostante che nulla possiamo pensare  sulla costituzione e specie e maniera di essa.    Secondo principio. Gli scopi che ci sono proposti per la vita presente, nonché questa  medesima vita presente, conservano per noi valore e significato solo perché i primi ci  vengono comandati, e perché soltanto nell’ultima questi scopi possono venir attuati. Tutta  la  nostra possibile attività si presenta a noi, e può a noi presentarsi, solamente come esigenza  di quei supremi scopi della vita presente.    Non abbiamo pertanto da fare, in via prossima e immediata, se non con la vita presente: il  suo fine prefisso é l’unico concepibile, e dev’essere perseguito con chiara coscienza  dall’uomo savio e buono. Vogliamo [ora] ridurlo ai seguenti tre punti principali, e così  descriverlo e distinguerne le parti più precisamente.    In primo luogo: tutta quanta l’umanità deve formare un’unica comunità puramente  morale e religiosa. Questo é lo scopo della Chiesa, s’intende della Chiesa nella forma  ideale, che come Chiesa visibile si trova ancora qua e là. A questo scopo si riferisce ogni  educazione dello spirito con valore di mezzo.    In secondo luogo: tutta quanta l’umanità deve formare un unico stato interamente  giuridico; il mutuo rapporto dei singoli uomini negli stati, il rapporto reciproco di questi  stati sulla terra, deve essere ordinato, da capo a fondo, secondo l’eterna legge di giustizia  della ragione; questo é lo scopo di ogni legislazione nei singoli stati e di tutte le alleanze e  trattati dei popoli fra loro. – A ciò si riferisce buona parte delle scienze, quando non si  consideri alla leggera [soltanto] la cultura spirituale da conseguirsi per mezzo loro (come,  per altro rispetto, ci accadde di fare più sopra), ma il loro effettivo contenuto, come il  mezzo per lo scopo. In terzo luogo, infine: l’essere razionale deve interamente dominare la natura priva di  ragione, e il morto meccanismo essere sottoposto al comando di una volontà. Lo scopo che  solo, in qualche modo, un essere ragionevole dietro l’impulso della sua natura, si può  prefiggere, deve essere attuabile fuori di lui nella natura senza vita, e la natura  conformarsi alla volontà razionale.   -  A ciò é mezzo parte meccanica, e buona parte delle scienze, giusta il loro contenuto.  -  Applichiamo ora queste idee fondamentali più strettamente al nostro proposito. Qual’è l’oggetto della cultura massonica? Procedendo dall’educazione dell’intelletto,  essa é ISTRUZIONE    Il perseguimento di questi scopi, o meglio, di quest’unico fine totale dell’umanità é poi  diviso nella maggiore società umana fra parecchie singole classi, in modo che i membri di  queste si educano esclusivamente, o almeno in grado eminente, soltanto per la loro classe  e, più tardi, mediante la loro classe. Voi vedete, com’é conseguenza necessaria di questo  indirizzo che i membri di una classe ricevano di regola solo una parte della cultura umana,  ma in nessun modo [questa cultura] nella sua integrità, e che una maggiore o minore  unilateralità di spirito e di cultura costituisca il distacco dei singoli. Secondo questo  necessario indirizzo e sotto queste circostanze difficilmente si potrà trovare da qualunque  parte un uomo intero e perfetto: bisognerebbe comporselo riunendo più persone di  condizioni diverse e opposte: a gran stento si potrebbe trovarlo in una singola persona, nel  vasto campo dell’universa società umana e delle sue consuete istituzioni di cultura.  Ora importa di trarre a un sol centro questa unilaterale cultura di classe e mescolarla a una  cultura universale e puramente umana; nello stesso tempo (per attenermi all’immagine  teste introdotta) realizzare effettivamente la suddetta composizione di un uomo intero e  perfetto fuor da parecchie persone, ciascuna delle quali ha qualche altra cosa, che pure  appartiene a un uomo intero, e ciò non soltanto nel pensiero, ma in modo che, per  un’accorta mescolanza, ciascun individuo per sé sia di fatto, in quanto é possibile,  quell’uomo intero e perfetto. Questo problema non é mai risolto nella grande società: ma  io mostrai, essere l’unico scopo possibile e ammesso di una minor società, sorta per  segregazione dalla società maggiore, e composta di tutti i ceti e di tutte le popolazioni  civili: la quale si chiama, appunto, Frammassoneria. Di qui ricaviamo inoltre l’importante  e affatto luminosa conseguenza, che ogni oggetto della cultura umana il quale possa venir  conseguito nella vita sociale ma in altra maniera che nella maggiore società, é ad un tempo  oggetto della cultura massonica, – e che é bene ed é necessario, che il Massone si sia  appropriata la maggior parte possibile della cultura, sia con le scienze, o con l’arte, o con le  occupazioni e l’esperienza. Sennonché ogni unilateralità, ossia ciò che nella maggiore  società, per la separazione di un ramo della cultura del suo complesso totale, tocca a  questo singolo ramo e ne dipende: e inoltre ogni accidentalità, che si sia radicata in un  aspetto di questa cultura per condizioni [speciali di tempo e di luogo, - tutto questo viene  nella Massoneria staccato dal resto, e nella fusione [delle colture] rimane indietro quai  caput mortuum. Così la cultura religiosa, tanto per dare un esempio, é senza dubbio parte  dell’educazione massonica; ma la religione del Massone e qualche cosa di affatto diverso  da quella di una Chiesa comunque costituita, o pur anco di una setta particolare, o infine  dei deisti e « illuminatori » della bibbia, che superficialmente filosofeggiano o interpretano  disonestamente.  Ma prima che facciamo ora un passo più in là, debbo premettere la trattazione di un  importante verità, e contraddire a un comune pregiudizio, la cui sussistenza nell’animo  vostro turberebbe potentemente l’impressione di ciò che ancora ho da dire. E se questa  verità dovesse sembrarvi non pertinente a questo punto e conforme [piuttosto] alla serie  dell’altre finora proposte: attendete solo alla susseguente proposizione, e troverete con  quanta esattezza essa la prepara e introduce. Espongo in chiari termini il mio principio: ogni forma volontaria di educazione nella  società procede dalla cultura dell’intelletto. É vero che (così io affronto fin dall’inizio la  possibile obiezione) esso non é, di gran lunga, sufficiente a conoscere la verità: bisogna  avere anche la potente volontà di obbedirla; e questa decisione volitiva non scaturisce a  nessun costo dalla mera conoscenza, né alcuno può dimostrarne a sé o ad altri la necessità  per mezzo di principi: essa é qualche cosa di affatto diverso, di indipendente dalla  semplice perspicacia, e non vi é alcuna conseguenza nell’espressione egli deve scorgere  questo, e dunque deve anche volerlo.  Ma la stessa migliore volontà, se una [volontà] siffatta fosse possibile dentro a un grande  oscuramento dell’intelletto, non sarebbe di alcuna utilità né di valore alcuno, qualora non  si potesse altresì concepire ciò che poi si dovesse volere con la propria volontà. Coloro  adunque che al non desiderato maestro, recante loro dell’istruzione, gridano: « niente  scienza! ciò riguarda la scuola; agire, agire – questo é quel che importa! » – senza dubbio  non sanno, a giudicarli con la massima indulgenza, quello che si dicono.  Agire, é certamente ciò che conta, la perfezione della cosa! ma come volete mai agire,  senza indagare ampiamente, e conoscere, che cosa fate? Volete operare ciecamente, come  l’animale? – Questo non é veramente il punto! – chi dicesse così e respingesse da sé ogni  conoscere per amor del fare, mi parrebbe simile a un cieco, che al medico, il quale  promette di restituirgli la vista, gridi ribelle: « Che mi giova poi il semplice vedere, questo  sguardo, che soltanto mi potresti dare! la mia conoscenza non acquista con esso alcun  vantaggio. Volgere gli occhi a un oggetto, posarveli sopra, contemplarlo e penetrarlo e  considerarlo persistentemente, – questo importa, qui sta il punto! » – Pazzo! nessuno nega  che il punto stia qui. Getterai dunque l’occhio tuo riaperto, torbido e opaco sugli oggetti,  come un torello, e lascerai ondeggiare innanzi ad esso le figure in mutuo riflusso?  Certamente, in questo modo, con il tuo sguardo non guarderai nulla. Ma tu aspetti invano  questo indirizzarsi e affiggersi e soffermarsi del tuo sguardo da un qualche medico, o da  un collirio qualsiasi: da te medesimo, dalla tua propria forza l’hai a trarre. Bensì nessuno  sguardo puoi volgere e affiggere, se tu prima non hai uno sguardo, che io ti darò  facilmente. Sarà poi affar tuo il retto uso di esso.  Vedete che il volere non é per il conoscere, ma il conoscere per il volere.  Che cosa si deve dire, pertanto, a coloro che, quando osservano come taluno soprattutto  lavori in pro della conoscenza chiara e distinta, gli gridano: Ma l’uomo non é già puro e  semplice intelletto! – Certo che non é soltanto questo; egli é per sé stesso, – per sé stesso,  dico – anche volere; ma nessuno può influire immediatamente sul volere dell’altro,  nemmeno anzi insinuargli una volontà, o eccitare e commuovere il suo volere. Questo  scaturisce sempre e soltanto da un’intima fonte, non mai dall’esterno.  Conosco, per mio proprio conto, solo due maniere di influsso sopra gli uomini. La prima, e  di gran lunga la più importante, avviene per mezzo dell’insegnamento. Ma sapere non é  ancora agire: a questo deve ciascuno decidersi da sé medesimo. Per sospingerlo anche a  ciò, nulla ci resta che (secondo mezzo) il buon esempio, mediante il quale gli si mostra in  parte l’attuabilità della prescrizione, e in parte la amabilità dell’esecuzione.  Per mio proprio conto, ripeto, non conosco se non queste due maniere. Pure rammento che  voi ne conosciate e difendiate anche una terza: volete migliorare l’uomo servendovi ancora  della commozione e del turbamento, di quel che voi chiamate cuore: opinione a cui sono inclini tutti i pubblici oratori. Ma credetemi! di quanto é certo che solo il durevole  miglioramento della volontà merita di esser chiamato miglioramento, di tanto é sicuro che  nulla devesi. Perseguire col mezzo suddetto, anzi che il suo frequente uso é proprio  dannoso. Commovendo un individuo e facendogli versare un fiotto di lagrime, o  trascinandolo via in sublimi sentimenti, si può benissimo, sì, condurlo a un’effimera buona  azione, trattenerlo da un misfatto: ma quando é passato il rapimento dello spirito, egli è  nuovamente lo stesso uomo di prima, e non abbiamo ottenuto nessun altro vantaggio che  l’azione esteriore, di cui non ci deve importare mai nulla, se miriamo al vero scopo. Ma  ben può accadere assai facilmente che ciascuno, il quale spesso pianga e di leggeri, si creda  per questo un uomo buono, e tralasci quello sforzo e travaglio personale, che solo lo  avrebbe, potuto salvare.  Così adunque l’istruzione é anche nella Massoneria, come in ogni istituzione di cultura, la  cosa più essenziale. Secondo questi presupposti io proseguirò tosto a indicare i rapporti  che passano tra gli oggetti della cultura massonica già indicati e l’istruzione, – e risponderò  a questa domanda: se le cose stanno come ho esposto più sopra, qual é, in conseguenza di  ciò, l’oggetto dell’istruzione massonica, e come e perché, per quali caratteri essenziali,  questa istruzione diventa massonica? Lo scopo ecclesiastico come oggetto dell’istruzione massonica: la concezione  universalmente umana della religione    Come scopo complessivo dell’umanità io vi affermai che essa deve formare un’unica  Chiesa puramente morale, uno stato interamente politico, e sottomettere la natura priva di  ragione al comando di una volontà. Mi fermo per ora alla prima parte di questo fine,  all’educazione alla pura eticità e alla religiosità, e comincio con una tesi affatto divergente  dalla solita, che cioè non vi é alcuna educazione e cultura massonica alla moralità. Inoltre,  non vi é in generale da nessuna parte una tale educazione, né può esservene alcuna; ed é  senza dubbio uno dei tratti caratteristici più nocivi della nostra epoca, che ancora si abbia  questa credenza, in quanto così si dimostra apertamente che ancora non si conosce punto  la vera eticità, e la si scambia con quella medesima capacità pratica, osservanza alle leggi e  simili, per cui certamente vi é un’educazione.  L’eticità (si parla spesso di pura eticità, mentre si dovrebbe dire senz’altro eticità, perché  non vi é una eticità impura, e ciò che é impuro, é appunto per questo anche nonetico),  l’eticità pertanto consiste nel compiere il proprio dovere chiaramente conosciuto con  assoluta libertà interiore, senza alcun impulso esterno, esclusivamente perché esso è  dovere. Questa decisione l’uomo può attingerla soltanto da sé medesimo, non può  apprenderla né sentirsela dimostrare, tanto meno esservi indotto dalla preghiera, dal  pianto o da costrizione di sorta.  Questa eticità che risiede nell’interno dell’uomo, é in generale soltanto una, quella buona  volontà di cui testé dicemmo; qualche cosa di positivo, che non é capace di accrescimento  né diminuzione, non di scambio né di mutamento per via delle circostanze; non può  quindi esservi, come talora si opina, nessuna particolare eticità massonica. – L’unica vera  eticità é quella a cui pensavo quando vi dissi che vi sono oggetti, i quali, non essendo  assolutamente oggetti della cultura sociale, nemmeno potevano essere oggetto della  cultura massonica: intorno ad essi si può venir a discutere solo con sé stessi e con Dio, ma  in nessun modo con chiunque altri: e nei loro rispetti la Massoneria sarebbe anzi una  profanazione. – Certamente vi sono speciali doveri che la Massoneria impone ai suoi  membri, e che questi non avrebbero se non fossero membri di questa società; ma se questi  stessi doveri si osservino per puro amor del dovere, o per altri moventi, é questione che  risolve per conto suo l’uomo, e non il Massone.  Sebbene non vi sia dunque alcuna particolare eticità massonica, vi é però una semplice  religione massonica, o – per evitare ogni malinteso, – una special concezione massonica  della religione, e appunto per questo anche un’educazione massonica alla religione: si  capisce alla religione morale, non chiesastica, con la quale la Massoneria non ha  assolutamente nulla a che fare. Consideriamo ciò più da vicino.  la Massoneria, giusta la sua missione da noi indicata, deve eliminare da ciascun singolo  ramo della cultura umana la parte accidentale, di cui é stato ricinto da condizioni di tempo  e di luogo, nonché l’unilateralità e l’esagerazione, che dovette sorgere per il distacco di  questo singolo ramo dal ceppo complessivo della cultura, – e porre tutto l’umano nella sua  purezza, secondo la sua connessione in seno al tutto. Questo é per Ora, la cultura religiosa ha senza dubbio assorbito nella maggiore società una folla di  elementi accidentali e unilaterali, e se é mai necessario che siano nuovamente soppressi  gl’influssi di questa forma di cultura, ciò deve avvenire lungo la via massonica. – Le idee  religiose dei popoli si sono, né può invero essere altrimenti, conformate ai loro costumi e  usanze, alle loro visioni della vita umana, alle loro scienze ed arti; sulle quali hanno tutte  quante lo stesso diritto, tanto l’una che l’altra. Senza dubbio la divinità é apparsa loro, in  complesso, e fra loro si é potentemente rivelata: all’ebreo nella sua miracolosa salvazione  dalla schiavitù d’Egitto, al romano nella fondazione del suo Campidoglio eterno, agli  arabi, quando, d’in mezzo a loro, un uomo riunì le orde disperse, e chiamò alla vita uno  smisurato impero, quasi dal nulla. – Sennonché, quand’essi combattono fra loro, e l’uno  rinnega la storia dell’altro, e gli vuol imporre la propria, come se fosse l’unica: allora  cominciano ad aver torto.  Ogni uomo che nasca nella società, nascerà necessariamente in una determinata parte di  essa, dentro l’ambito di una qualche nazione; e riceve, in una con le rimanenti fatture della  nazione, anche questa forma esteriore e nazionale della religiosità. I teologi di tutte le  nazioni si son sempre affaticati per elevare lo spirito della loro classe a un livello  universalmente umano: e vi sono riusciti anche troppo. Questa forma affatto accidentale,  che non é puramente umana, ma un contrassegno di umanità, l’uomo perfettamente  evoluto deve deporla: egli non dev’essere né un giudeo, né un amico incirconciso del  giudaismo; né un romano o un arabo, che ha lì la sua religione [bella e fatta]: ma diventare,  assolutamente, un uomo, che pure ha la sua religione.  L’idea religiosa nella maggiore società, per il fatto che essa é divisa dalla rimanente cultura  umana e che dovette venir affidata a una particolare associazione, alla Chiesa visibile, ha  conservato una indisconoscibile unilateralità. Per l’uomo che nulla ha da fare, e niente  altro deve fare, se non convertire altri alla religione, la religione, quella cioè che egli deve  procurare altrui, é assolutamente fine, e unico fine della sua vita. Egli la riconosce per tale,  e ne ha pieno diritto. Privo del puro sentimento umano, egli viene facilmente indotto al  tentativo, di voler rendere ogni cosa a sé intorno eguale a lui medesimo, e far diventare a  tutti la religione – il che qui non si riferisce più, per lui, a quelli, che la procurano ad altri,  ma piuttosto a quelli, che la debbono avere per conto proprio, – [far diventare, dunque]  questa religione fine e compito unico della vita. E viene facilmente indotto ad ammonire  coloro che gli sono affidati, a mettersi una buona volta in regola, a diventare veramente  pii, e a mirare senza pregiudizi verso l’eterno. Gli si crederà, lo si ubbidirà e – la sentenza  più indulgente ch’io possa dare – si acquisterà uno spirito religioso assai unilaterale.  Non così [procede] il vero Massone: al quale questa lotta per una divina beatitudine per sé  stante appare del tutto simile agli sforzi di un uomo, che aspiri a nuotare, e a nuotare  elegantemente, senza entrare nell’acqua. Egli non conosce alcuna aspirazione all’eterno,  fuorché il coscienzioso perseguimento del temporaneo, per puro amore del dovere; non gli  vien desiderio di volger la mira alla gemma celeste, ch’ei non può, scorgere; ma solo mira  allo scopo terreno prefissogli, nella salda fiducia che dietro vi sia nascosto il bene celeste, e  che questo verrà a lui senza sua ulteriore fatica, perché egli abbia raggiunto il terreno.  Per lui la religiosità non é già nulla di isolato e per sé stante, cosicché si potrebbe essere  ben forte in fatto di pietà, ma nel rimanente debolissimo e assai arretrato, e anzi uomo  cattivo. Egli non é religioso, ma pensa e agisce religiosamente; la religione é per lui, non un oggetto, ma solo l’etere di cui gli appaiono circonfusi tutti gli oggetti. Egli rivolge  interamente tutta la sua forza ad ogni opera che quaggiù gli si presenti, e l’osservatore  potrebbe pensare, che per lui non ci sia da occuparsi d’altro che del conseguimento di  questo scopo; e che questo esaurisca pienamente tutto il suo essere e tutte le sue fatiche.  Ma di fatto egli non si preoccupa punto della mera esistenza di questo scopo: il quale non  ha ai suoi occhi il minimo valore per sé e mediante sé in grazia di sé medesimo. Soltanto  per l’eterno, a lui invisibile e inafferrabile, che é celato dietro a questa scorza dell’elemento  terreno, egli si affatica; e solo a causa di questo bene riposto ha per lui un significato quello  che l’osservatore vede. Il suo intimo senso é sempre nell’eternità, le sue forze sono sempre  tra voi. Ma non gli é concesso di vivere solo con questo senso nel cielo, sull’ali  dell’immaginazione, e lasciare frattanto riposare le forze sulla terra: poiché non si dà senso  alcuno, senza forza attiva, che porga alcunché da sentire.

La classe particolare, a cui é affidata l’educazione religiosa della maggiore società, e che  non vede, né può vedere, altra efficacia del suo ufficio da questa infuori, perché essa di  fatto, quand’anche procede al vero scopo, deve rimanere invisibile, può facilmente essere  indotta a cercar di considerare l’utilità, e procurare al suo ufficio un’efficacia visibile e  comprensibile, alla sua attività un influsso sociale e civile. Chi, fra questi membri della  classe, la pensa in tal modo, ricorre poi al consueto espediente, di voler trarre gli uomini  alla moralità con il timore delle pene oltremondane e con la speranza di un’eterna  ricompensa, e chiamar ciò religione. infelice! egli non sa, che quanto egli ottiene per mezzo  del timore e della brama di compenso, non è assolutamente moralità, ma solo esteriore  onoratezza e ossequio alle leggi, e che egli, per quel che sta nelle sue forze, contribuisce a  uccidere per sempre coloro, sui quali esercita l’opera sua, tanto nei riguardi della moralità  che della religione.  Non così [procede] il Massone: il quale sa che nella maggiore società, là dove non v’é  eticità alcuna, bisogna che si ottenga per lo meno l’esteriore osservanza alle leggi, – e sa  come sia un pretesto falso, anzi sommamente pericoloso, il ritenere questa osservanza  delle leggi una preparazione alla moralità, mentre essa dovrebbe sussistere, e venir  conservata nella sua integrità con ogni sforzo, affinché la società umana possa durare  intatta. Ma egli non si dedicò mai a questo scopo, perché sa altresì, che lo stato ha già  istituito a tal fine prigioni e case di disciplina e altre note istituzioni; ed é ben lontano dal  desiderare, che la cosa più santa che abbia l’uomo, la religione, sia avvilita fino a sostituire  volontariamente gli sbirri mancanti.  Per quel che concerne il Massone stesso e la società massonica, si capisce da sé che chi  ancora abbisogna di essere disciplinato con il premio e la pena per conservarsi uomo  onorato, non può appartenere a questa società, in quanto, lontanissimo com’é dall’aspirare  a un miglioramento dell’educazione da lui ricevuta per la società, manca di questa stessa  cultura: sicché non e’é da far conto sopra un tale individuo nelle intraprese massoniche.  Il Massone deve fare il bene ed evitare la colpa per sentimento del dovere, o almeno  almeno per sentimento dell’onore, quand’anche (sebbene ciò non sia possibile) egli non  avesse la benché minima nozione, o credenza, di Dio e della religione: e questo non come  Massone, ma come uomo, che sia anche soltanto capace della Massoneria come noi  l’intendiamo. – Pertanto il Massone non può voler considerare né usare la religione come  stimolo alla virtù; non fosse che per l’unico motivo già enunciato, perché essa [cioè] non  può essere tale, in quanto è contrario alla virtù tutto quel che si fonda sopra uno stimolo  esterno.  Senza nocumento potrebbe tuttavia la religione essere usata per tranquillare lo spirito e il  cuore, per calmarli con lo spettacolo dell’evidente contrasto fra la legge del dovere e il  corso del mondo. Ma anche a tal uopo essa non verrà usata dal Massone perfetto, in  quanto egli non ha bisogno di tale conforto.  Certamente ciascuno é tratto a bella prima verso la religione dalla contemplazione di quel  contrasto. Dal mio intimo mi é posto un fine, quell’ultimo fine terreno dell’umanità, e mi  son date azioni, fatiche, sacrifici da compiere per questo fine. Non posso rifiutarmi di  ascoltare questa voce [che parla] nel mio cuore. Ma quando osservo lo svolgersi delle circostanze e dei destini del mondo, ogni mio lavoro per questo fine mi pare perduto, anzi  sembra talora essergli d’impedimento. Pare che tutto venga guidato, bene o male che sia,  da una cieca forza invisibile, senza riguardo di sorta per il mio lavoro, come appunto  accade. – Questa considerazione, costante! che tosto si impone all’uomo coscienzioso, ma  freddo osservatore, é quella che conduce l’uomo alla religione, e gli presenta, in luogo del  fine terreno, del quale egli dispera nonostante che non cessi di lavorare per esso, un fine  invisibile, eterno.  É forse pertanto il bisogno che lo conduce alla religione; ma l’uomo perfettamente evoluto,  quale io voglio pensare, una buona volta, il Massone, non si ferma a questo punto: ora che  egli ha la religione, che essa é divenuta parte costitutiva di lui medesimo, egli non ne sente  più il bisogno, appunto perché la possiede. La legge del dovere e il corso del mondo non si  contraddicono più, perché egli conosce un mondo più alto, di cui questo porge soltanto  quella parvenza che lo travaglia. Il dubbio, che lo spinse alla fede, é ora per lui risolto per  sempre. Il che fa sì che ora la sua religione acquisti appunto il carattere, che per essa ho  più sopra indicato, di essere cioè per lui non più oggetto del suo operare, ma, per cosi  esprimermi, organo e strumento di ogni sua attività. Essa non é per lui alcunché, ch’egli  ancora si foggi per trarne a sé ricordo e ammonimento, ma ciò per cui mezzo egli fa,  inconsapevolmente, ogni altra cosa. Essa è l’occhio della sua vita, che egli, quando é  lasciato a sé stesso, e quello non gli viene riflesso da uno specchio di artificiosa riflessione,  non vede, ma col quale vede tutto il resto di ciò che gli viene alla vista.  E ora credo di aver esaurito tutto ciò che riguarda, dal punto di vista massonico, la prima  parte del fine complessivo di tutta l’umanità. Mi son fermato a parlarne molto  ampiamente, perché ciò serve di chiarimento a quanto segue, e perché volevo darvi, a  proposito di questa parte importante, un compiuto esempio della dottrina e concezione  massonica.

Lo scopo politico nell’istruzione massonica: Amor di patria e sentimento cosmopolita Il secondo punto fondamentale del fine complessivo dell’umanità si riferisce alla  produzione di un ordinamento puramente giuridico fra gli uomini, [ossia] dei cittadini in  uno stato e degli stati fra loro, affinché intera umanità formi alfine un unico Stato, retto e  ordinato secondo le eterne leggi di giustizia della ragione. Ora importa soltanto  determinare la sentimentalità e il modo di pensare del genuino massone, mediante i quali  egli coopera alla produzione di questo fine principale dell’umanità. Ciò posso fare in breve  e con precisione nella forma seguente: il rapporto che passa ai suoi occhi tra il fine terreno  e quello eterno, è per lui, identicamente, il rapporto del fine presente e prossimo dello  stato, in cui egli vive, al fine terreno dell’umanità intera. – Come ogni cosa terrena per lui  significa soltanto l’eterno, e solo per questo eterno, di cui egli riconosce in essa la spoglia  mortale, ha valore ai suoi occhi: così per lui tutte le leggi e ordinamenti del suo Stato e  tutte le circostanze del suo tempo significano solo l’intero genere umano, e soltanto  all’intero genere umano si riferiscono, e unicamente per questo rispetto hanno valore e  significato.  Ma pure non credere che per tal modo l’uomo perfettamente colto sia sottratto al suo Stato  e votato a un pigro e freddo cosmopolitismo: all’opposto, egli diventa in forza di questo  sentimento il più perfetto e il più utile cittadino dello Stato. – Allo stesso modo cioè, che  egli, nei riguardi della religione, nonostante che il suo sentire sia tutto immerso  nell’eternità, tuttavia la sua forza é tutta quanta consacrata alle cose terrene: in questo  modo nei riguardi della legalità l’intera sua forza é votata al suo Stato, alla sua città, al suo  impiego, a quel determinato lembo di terra dove ora appunto egli vive, nonostante che il  suo sentire si estenda al tutto. Nell’animo suo amor di patria e sentimento cosmopolita  sono intimamente congiunti, anzi stanno entrambi in [questo] preciso rapporto: l’amor di  patria è in lui l’azione, il sentimento cosmopolita è il pensiero; il primo è il fenomeno, il  secondo è l’interno spirito di questo fenomeno, l’invisibile nel visibile.  Poiché allo stesso modo che una religione, la qual voglia sussistere per sé stessa, é nulla e  vana, e perfino ridicola: così un cosmopolitismo, che voglia sussistere per sé medesimo ed  escluda il patriottismo, é vano, nullo e pazzesco. « Il singolo é niente, dice questo  cosmopolita; io penso, mi preoccupo e vivo soltanto per il tutto; questo deve migliorare, su  questo si debbono stendere ordine e pace ». bene: ma ditemi ora, come pensate di  accostarvi a questo tutto con i benefici sentimenti, che assicurate di nutrire a suo riguardo,  posto che volete beneficarlo così in generale e tutto in blocco? É dunque il tutto alcunché  di diverso dalle singole parti, congiunte nel pensiero! può dunque, in certo modo, esservi  un miglioramento nel tutto, se non comincia a esservi un miglioramento in una qualche  singola parte? Ma allora prima diventate voi stessi migliori, e poi cercate di render  migliori anche i vostri due vicini, a destra e a sinistra; dopo di che io penso che il tutto é  certamente divenuto migliore, perché ha uno o due o tre individui che sono in esso  migliorati.  Questo é riconosciuto dal Massone; e perciò il suo cosmopolitismo si manifesta per mezzo  della più potente attività in prò di quel determinato punto, sul quale egli sta. – Comunque  poi possano essere costituite le leggi civili alle quali egli é sottoposto, e per quanto  profondamente egli possa scorgere la loro manchevolezza, – Pure ubbidisce loro come se fossero espressioni della pura ragione: poiché sa che leggi e costituzione, anche  manchevoli, sono pure meglio che niente, e che le leggi difettose sono di preparazione ad  altre migliori; [infine] che nessun singolo può mutare o sopprimere in esse alcunché, senza  il consenso di tutti, ma che poi con la sola tacita disubbidienza nessuno, assolutamente, le  può toglier di mezzo. Solo quando le imposizioni che gli fa il suo stato sono esattamente e  indiscutibilmente contrarie a giustizia, allora si capisce senz’altro, che egli non si assume  di eseguirle, anche se dovesse per questo andare in rovina: e ciò anzi nemmeno come  Massone, ma come semplice uomo di retto carattere. A parte quést’unico caso, qualunque  siano gli obblighi e gli scopi di uno stato, e per quanto essi possano essere arretrati in  confronto di ciò che, come di gran lunga migliore, dovrebbe accadere secondo la sua  opinione: egli [tuttavia] li eseguisce, con tale cura e tal dispendio di forze, come se non  avesse altro da fare; perché si trova ormai a non aver nulla da ordinare, ma solo da  eseguire, e sa che nello svolgersi del tutto é fatto conto anche sulla sua obbedienza. Salvo  che egli é in ciò diverso da coloro che obbediscono per timore o guadagno o consuetudine,  in quanto fa ogni cosa volonterosamente per il bene dell’universo e per amore di questo.

Il LAVORO nella concezione massonica Per quel che concerne la terza parte del fine complessivo dell’umanità, a quella [cioè], che  la natura priva di ragione venga interamente sottoposta al volere razionale, e l’essere  razionale domini sul morto meccanismo, – appartiene essenzialmente al suo modo di  pensare, che egli sappia questo, che egli riconosca in ciò lo scopo dell’umanità, e che egli  pertanto consideri e valorizzi ogni attività umana, per minima che sia, da questo lato. La  familiarità con questo fine, e il rispetto per esso, gli serve ad apprezzare gli uomini non  secondo il grande o piccolo posto che essi occupano, ma secondo la fedeltà con cui lo  amministrano. Il più basso lavoro meccanico, considerato da questo punto di vista, é pari  alla più alta attività spirituale: poiché tanto quella che questa estendono il dominio della  ragione e ampliano l’impero da lei conquistato. un contadino o un operaio che, in grazia  del suo dovere e per amor del tutto, esercita l’opera sua con vero attaccamento e  attenzione, e la porta a compimento, agli occhi della ragione ottiene un posto più alto dei  dotti incapaci e degli inetti filosofi. Chi si impadronisce di questo concetto, non solo  valuterà con giustizia il mondo e le sue relazioni, ma anche innalzerà il proprio valore  mediante il sublime punto d’appoggio che ha acquistato.  Far sorgere, consolidare, vivificare questa maniera di pensare é il punto a cui deve  sboccare tutta l’istruzione che io chiamo massonica. Ora voi potrete considerare come  dovrebbe essere impartita questa istruzione, e del pari, come nulla potrebbe venir  acquisito senza istruzione.

Le istituzioni segrete di cultura son certo altrettanto antiche quanto la divisione delle  classiDiamo in poche parole uno sguardo a tutta la strada lasciataci indietro.  La Frammassoneria é, secondo le nostre ricerche, una Istituzione destinata a cancellare  l’unilateralità della cultura ricevuta dall’uomo nella maggiore società e ad elevare questa  [cultura] fatta a mezzo a [cultura] universale e puramente umana. Ci siamo domandati:  quali sono le parti e gli oggetti della cultura umana, che si devono ricevere in questa  associazione? E abbiamo risposto: la cultura alla religione, come cittadino di un mondo  invisibile, la cultura per lo stato, come cittadino di una data parte del mondo visibile,  infine [l’educazione] per la capacità e l’abilità di dominare la natura priva di ragione, quali  esseri razionali. E ancora abbiam chiesto: quali sono i mezzi dell’associazione, per  comunicare questa cultura ai suoi membri? E rispondemmo: l’insegnamento e l’esempio.  Rimaneva ormai da rispondere ancora alla domanda: che cosa può essere propriamente lo  scopo finale dell’istruzione massonica e del massonico esempio?  E si é risposto: nella religione, l’eliminazione d’ogni elemento accidentale introdotto dalle  condizioni di tempo e di luogo nell’idea religiosa della società, si che la religione é  unilateralmente concepita o come unico fine separato di tutto il nostro operare, o qual  mezzo per un qualche fine sensibile. Rispetto alla cultura per la legge e il diritto: intima  congiunzione tra il sentimento cosmopolita e la coscienza di cittadino d’uno stato, nella  quale il Massone osserva con la più scrupolosa esattezza le leggi del suo paese e la  imposizione delle autorità a lui superiori, ma non come se esistesse soltanto il suo paese  (patriottismo devastatore dei romani, etc.), ma perché esso é una parte dell’intera umanità.  Infine rispetto allo scopo, di sottomettere la natura alla ragione, la familiarità con questo  scopo gli giova, in parte a svegliare in lui la fedeltà al suo ufficio e fargli proprio un punto  di vista superiore per le sue attività apparentemente subordinate, in parte a mettergli in  mano la vera misura per la valutazione dei fedeli realizzatori degli scopi dell’umanità,  qualunque sia il posto dov’essi si trovano. – A questa méta deve mirare l’istruzione  massonica per produrre quelle convinzioni, che conducono a tal modo di pensare.  Su che cosa si fondi l’esempio massonico in quanto tale; come divenga manifesta presso i  membri dell’associazione una maniera di agire in cui non si può disconoscere la  plurilateralità del loro sentimento, la purezza del loro pensare; dove ponga ciascuno la  mira, per cooperare al bene degli altri, senza pretese né vanità, col sacrificio dei suoi diritti  di cittadino, di scienziato o di artista, e riguardando esclusivamente a quanto giova e serve  fruttuosamente per la vita, in vantaggio della cultura puramente umana: – tutto ciò lo  potrete ricavare e distinguere da voi medesimi, secondo quel che si é detto. Per ora  vogliamo occuparci in comune solo dell’istruzione massonica, e una volta considerato il  suo contenuto, indagare ancora come pur possa sorgere, propagarsi ed accrescersi un tale  istruzione?  Teniamoci costantemente fermi anche in questa indagine, come in tutto ciò che precede, al  punto di partenza di un profano, che nulla sappia, [nemmeno] storicamente, dei misteri e  dell’Ordine, tranne quanto generalmente si conosce, ma che brami di progredire con  amore di verità e logica coerenza. Finché, nello stato di natura, gli uomini non si educano propriamente da sé, e cioè con  coscienza, riguardo e secondo una regola, ma vengono educati dalle circostanze, a cui essi  dolorosamente si sottomette: non é certo ancora il caso di parlare di quella cultura, alla  quale soltanto qui pensiamo, né in forma pubblica, nella maggiore società civile, né in  forma segreta, in una più ristretta e separata associazione. Per il momento, l’umanità non  si matura, in tali condizioni, se non alla capacità di un’educazione riflessa e calcolata.  Ma viene questa maturità: è sorgono classi particolari, istituzioni religiose o [almeno] un  sacerdozio, leggi, costituzione e autorità; sorge, in una parola tutta quella condizione del  genere umano.   Siccome, secondo la mia ipotesi, tutti provengono dal medesimo punto, dallo stato di  natura, non può essere da principio molto notevole la diversità della loro cultura, né  diventar molto grande l’unilateralità e la deficienza di questa cultura.  Ma il processo di separazione continua: le nuove stirpi umane sono d’ora in poi generate  in una certa classe e per una certa condizione sociale. Ad ogni nuova generazione le  diverse classi si trovano sempre più nettamente staccate l’una dall’altra; indi a poco a  poco, insieme ai vantaggi dell’educazione sociale, vengono a introdursi i suoi sopra  descritti svantaggi, – e con questi anche l’esigenza di portar loro rimedio per l’unica via  possibile, cioè mediante un’associazione separata.  Non m’é ignoto, che in parecchi stati e ordinamenti politici, specialmente del mondo  antico, esistevano molteplici correnti e istituzioni affatto pubbliche, le quali si opponevano  a una tale netta separazione delle classi, quale la constatiamo nel mondo moderno, e  procuravano un certo equilibrio nella loro evoluzione generale. Ma so altresì, che queste  correnti esistevano però solo nei più piccoli stati del mondo antico, e che anche in quelli  esse erano ben lontane dal produrre un pieno equilibrio.  In una parola: le deficienze dell’educazione umana, che, secondo le nostre conclusioni,  possono essere eliminate solo mediante un’associazione quale noi concepiamo la  massonica oggi esistente, debbono essere tanto antiche quanto l’ordinamento sociale:  posto che sono una conseguenza necessaria di questo. ma se esse sono esistite, vi son pure  sempre stati senza dubbio, anche degli uomini eccellenti, che le hanno osservate. Ma se  esse sono state osservate, senza dubbio quei medesimi che le osservano hanno ad un  tempo trovato altresì l’unico mezzo possibile per mettervi rimedio, quello [cioè] della  segregazione in società chiuse, rivolte allo scopo della cultura puramente umana, e si sono  uniti con altre persone della stessa idea per attuare i loro disegni. É dunque sommamente  verisimile, che accanto alla cultura pubblica vi sia sempre stata nella società una cultura  segreta, che è proceduta di pari passo con la prima, con essa é ascesa e caduta, ed ha avuto  su quella un influsso inosservato, a sua volta godendo o soffrendo essa stessa per  l’influsso dell’altra: come ad esempio Pitagora e la sua famosa lega negli stati della Magna  Grecia. Poniamo adunque, come prima proposizione che meriti il nostro interesse, la tesi  seguente: può ben darsi che, fin dove giunge a risalire la storia, vi siano sempre state  istituzioni educative segrete, ossia separate, e che si debbono necessariamente separare, da  quelle pubbliche.

Queste istituzioni segrete costituiscono sicuramente una Tradizione continua attraverso  tutta la Storia Soltanto là non trova posto [alcun] istituto segreto di cultura, dove non c’é neppure alcuna  istituzione pubblica, per opera della maggiore società ordinatamente costituita. Fra rozzi  selvaggi o in mezzo a popoli di pastori erranti non occorre nessuna istituzione per  cancellare l’unilateralità del sacerdozio o della legislazione, dato che essi non si sono  nemmeno elevati fino ad avere un sacerdozio e una legislazione. Tra loro non si debbono  cercare pertanto misteri di sorta, poiché si tratta di assurda superstizione; nessun mistero  che corregga e innalzi la verità autorizzata della nazione, poiché essi non hanno ancora  neppure una verità nazionale.  Ma quale cammino abbia preso la pubblica cultura, noi lo sappiamo con qualche certezza  dalla pubblica storia. É vero che l’origine e la fonte prima di questa cultura si nascondono  in una segreta oscurità, o si avvolgono nella poesia mitica: e abbiamo anzi trovato, anche  posteriormente, popoli dotati di alta cultura (pensate per ora soltanto agli indiani e ai  cinesi), la cui storia culturale non si riattacca per nulla alla catena, su cui stendiamo lo  sguardo, né forma di essa anello alcuno, e che da soli ricondurrebbero a una alta  scaturigine di civiltà della nostra specie, che non sia quella conosciuta dalla nostra storia.  Frattanto però, lasciate da parte queste considerazioni, possiamo sorgere anche nella  nostra storia un progresso e una ininterrotta catena di civiltà, che procede dagli egiziani ai  greci, da questi ai popoli dell’Asia minore, da questi di nuovo ai greci, dai greci ai romani,  e da questi, dopo la fusione con il cristianesimo sorto frattanto in oriente, fino ai moderni  europei.  In tutto questo processo ci fu bisogno di istituzioni segrete di cultura: é verosimile, [così]  suona la nostra prima proposizione sopra enunciata, che ve ne siano effettivamente state.  Tutta quanta la cultura pubblica nella suddetta serie di tempi e di popoli é sempre una e  medesima cultura, un filone compatto, che agevolmente assume l’impronta del carattere  nazionale di ciascun popolo a cui esso perviene, e che si accresce e si perfeziona per i  progressi dello spirito umano presso ciascun popolo.  È pertanto sommamente verosimile – e questa é la seconda natural conseguenza da noi  ricavata, restando dal punto di partenza del profano – che una simile e compatta catena di  cultura segreta si sia snodata accanto a quel filone di cultura pubblica giù per gli stessi  tempi e popoli, e, precisamente come la pubblica, sia pervenuta fino ai nostri tempi; é  possibile che, come si congiunse alla pubblica cultura il cristianesimo proveniente da  un’altra origine, nella stessa epoca anche la cultura segreta esistente si sia annessa la  cultura segreta degli stessi popoli orientali, dalla cui pubblica cultura sorse il  cristianesimo.

La forma didattica di queste istituzioni deve essere metaforica, e quindi segreta: né può  usare altro che la comunicazione orale    Per quel che riguarda la cultura pubblica, fu indiscutibilmente opportuno, siccome  ciascuno deve avere ad essa, per quanto ne sia capace, il più facile accesso possibile, ch’ella  fosse esposta in durevoli monumenti, a misura che fu ritrovata l’arte di rendere fissi e  visibili all’occhio i pensieri veloci e la parola fugace. Ma alla cultura segreta deve poter  accedere, giusta la sua essenza, non già chiunque, ma solo colui, che é già passato  attraverso la cultura pubblica e da essa é già perfezionato al possibile. – La cultura segreta,  com’é chiaro per tutto quanto si é detto, non può precedere a quella pubblica, ma piuttosto  presuppone essa stessa la pubblica; tanto meno può andare di pari passo con questa, senza  che vengano avviliti gli scopi di entrambe: ma può facilmente seguirla.  Ora, si può peraltro arrivare – lasciate ch’io distingua questo punto con perpetua cura – alla  méta vera e propria di ogni cultura segreta, alla educazione puramente umana per due  vie: o da sé solo, con l’ingegno e il profondo riflettere e indagare, con l’educazione del  proprio spirito e del proprio cuore secondo i risultati di tal riflessione; o per mezzo della  società – che in tal caso non può essere la società più vasta e civile (poiché appunto in  questa ebbe luogo cotale situazione isolata), ma solo una minore e separata associazione.  Nel primo caso la nostra idea, poiché essa é sorta lungo la via del riflettere, assume la  forma della riflessione: si viene ad argomentare, dialettizzare, dimostrare, a contrapporre e  provar sillogismi. – Nulla impedisce che in questa forma la si predichi di sui tetti, o, se  altrimenti si vuole, la si metta in carta, si faccia stampare, e così via.  Così, per trarre dal fatto l’esempio illustrativo, è ben possibile che io abbia cercato di  esporre, secondo la migliore mia scienza e secondo le mie forze, l’intimo spirito di tutti i  misteri possibili, e in nessun punto mi sia trattenuto e chiuso in me, servendomi  continuamente della forma del ragionamento e del consueto linguaggio. Ma io sono in pari  tempo certissimo di non aver comunicato né a voi né a qualsiasi altro neppur la minima  parte di quanto egli non può sapere né io posso svelare. E così si trovano alla portata di  tutti, in tutte le librerie, libri che, sebbene trattino della Massoneria, pure di Massoneria  non rivelano neppure una sillaba; ma per contro – fatene diligente osservazione – in tutte le  librerie si trovano altresì libri di massoni e di non massoni, che della Massoneria non  dicono neanche una parola, i cui autori forse nulla sanno di Massoneria, e che tuttavia  sono interamente e genuinamente massonici.  Perciò, ripeto, nulla impedisce che si divulghino in questa forma i misteri, poiché si  divulga soltanto il discorso o lo scritto, non i misteri; chi non l’ha già in sé, non l’afferrerà  mai. Per costui quel discorso si muta in una serie di suoni incomprensibili, quello scritto in  carta bianca; o, quando pure egli ne ricavi un senso, si tratta di un senso ben subordinato e  incompiuto, non mai di quello integro e pieno a cui mirava l’esposizione. In questo caso si  disputa, e insieme si conchiude un trattato di spartizione, [per stabilire] fino a qual punto  si voglia far valere la tesi sostenuta, e fino a quale no; e con ciò si acquista pur sempre  qualcosa, per lo meno si prepara la strada alla verità. Ma il non intendere o il fraintendere  porta ben piccolo danno, che tanto vale come nessun danno addirittura. Perché, in ultima  analisi, che cosa è mai che viene frainteso, se non un filosofema? A che cosa mai tocca, per  questo, rovina se non, tutto al più, alla gloriola dell’autor primo di tal filosofema, il quale, quando abbia anche solo un barlume di vero spirito, non ripone nella sua gloriola alcun  valore?  Ma per quel che concerne poi il secondo caso, poiché ciascuno riceve la cultura puramente  umana per mezzo d’una società segreta (il che vale, semplicemente, « separata »),  l’istruzione destinata alla società chiusa dovette agevolmente far ricorso a una forma  affatto diversa: non a quella del ragionamento, elle invita alla disputazione, in quanto  fornisce dei principi, stimola a cercare di questi principi la prova, e non vuole estendere le  proprie affermazioni più in là di quel che si estendano i suoi principi: ma [a quella  racchiusa] nella semplicissima espressione: « una volta che é così, così sappiamo: e così  saprà ciascuno elle si ponga al nostro livello ». – Questa istruzione dovette rivolgersi, non  già, come la prima, esclusivamente all’intelletto, ma piuttosto all’integra natura dell’uomo,  e quindi non permettere la discussione propriamente detta: dovette infine, poiché essa  discende, secondo l’ipotesi, dalla più grigia antichità, essere involta in espressioni e  immagini metaforiche.  Se un tale insegnamento perviene a coloro che non ne sono ancora capaci, esso sarà, come  senz’altro s’intende, altrettanto poco compreso, quanto la prima sua forma filosofante e  raziocinante. Ma contro di esso non si discute, né si procede a dettare trattati perché esso  medesimo non ne offre alcuno e vuole essere accolto nella sua integrità: bensì lo si rigetta  tutto insieme come profondamente falso e fanatico, o, se si resta attaccati alle immagini,  come pieno di controsensi e assurdo; lo si dà in balìa alle risate universali. Sennonché,  d’ora in poi, non é più biasimato, come nel primo caso, un individuo, ma avvilita per  sempre una società assolutamente necessaria.  Questo insegnamento della società separata – ed a ciò io volevo accennare – non poteva  quindi essere esposto in durevoli monumenti, a vantaggio di chiunque potesse venir  condotto dal caso a considerarlo: soltanto a colui, del quale fosse maturamente provata e  inquisita la capacità recettiva, poteva essere comunicato. Ma in chi tuttavia non l’intende,  esso muore prima di nascere; mentre a chi realmente lo comprende e rispetta, com’é suo  dovere, dona sicuramente, ma non senza circospezione, anche di più. – Poiché tuttavia si  potrebbe errare in quella disamina delle persone, si dovette servirsi di mezzi esteriori,  quali sono le proibizioni solenni, per assicurarsi la segretezza, anche riguardo alle forme  esterne.  E ora sono alla mia terza e significativa conseguenza: é sommamente verosimile, e così  argomento, che là dottrina segreta potesse venir propagata solo per mezzo della tradizione  orale, senza punto ricorrere alla tradizione scritta; anzi la comunicazione scritta dovette  essere rigorosamente proibita. – Perciò la nostra ipotesi, più sopra enunciata, che una  catena ininterrotta di cultura segreta accanto alla pubblica sia discesa giù dall’antichità  fino ai nostri tempi, deve aver avuto fondamento, in quanto si dovette cercare la dottrina  segreta, non già nei libri, ma in una tradizione orale che ancora perdura; la quale ipotesi  sembra essere confermata anche dalla circostanza che al tempo dell’origine dei più antichi  misteri non si sapeva ancora bene come redigere le idee in iscritto, e così nelle cose segrete  e sacre si rimane ordinariamente al vecchio metodo.  Conosco benissimo tutti gli svantaggi della trasmissione orale, e tutta quanta la difficoltà  di portare alcunché alla condizione di verità dimostrabile, lungo la serie degli anelli di una  tal tradizione; ma so altresì che si possono pure trovare, con la semplice riflessione e senza erudizione storica, dei rimedi a quegli svantaggi e dei chiarimenti a quella difficoltà che é  certamente, possibile, in una parola, dimostrare l’autenticità di una tal tradizione orale,  sebbene lo svolgerla mi condurrebbe troppo lontano.  Da un’osservazione soltanto, che qui mi s’impone e ch’io stimo importante, non posso  astenermi: ed è la seguente. Non poteva mancare che una cultura segreta, realmente  esistente, influisse sulla [cultura] pubblica; che molte circostanze della storia profana, che  stanno in essa come spezzate, si possano pienamente comprendere partendo dalla storia  della cultura segreta; e che alcune personalità, le quali furono anelli della tradizione  segreta, compaiano ad un tempo come notevoli figure nella storia profana. Pertanto si può  ben pensare che la storia profana possa venir spiegata movendo dalla segreta.  Ma viceversa, in conseguenza dei principi fondamentali testé enunciati, era necessario che  i possessori della dottrina segreta lasciassero tosto cadere tutto ciò che per una qualche lor  colpa veniva a conoscenza del pubblico, se ne estraniassero e non continuassero più a  costruirvi sopra; che quindi la storia segreta della cultura non si possa convenientemente  dimostrare per mezzo della profana, e nessun dato di questa possa essere a un tempo dato  di quella. Quel poco che giungeva in mani profane, già per questo cessava di costituire  una parte della sapienza riposta; sicché i tentativi di ricostruire una storia, segreta  partendo dalla profana debbono condursi con gran precauzione.

Il contenuto di questa istruzione non può essere altro che la sapienza della cultura  universalmente umana, che ogni epoca deve cercare nei misteri Così, nell’esposta maniera, potrebbe dunque realmente essere sorto e pervenuto fino ai  nostri tempi un insegnamento, che ora fosse confermato in seno a una separata società. Ma  qual valore e quale significato poté avere questo insegnamento disceso giù per la sequela  dei tempi? Domando io tanto a mio nome che nel vostro. Deve forse esso porre in qualche  modo dei vincoli alla libertà e al progresso della ragione, soggiogare con l’autorità il libero  impulso alla ricerca, e imporre una cieca fede? – Coraggiosamente e più forte che posso e  contro ogni rischio io grido: lungi sia, lungi dal Massone, il quale deve aver rigettato tutti i  vincoli dell’autorità, che egli qui si lasci cacciare tra nuovi vincoli segreti; lungi sia da lui,  che tende a ottenere una cultura puramente umana e in generale a vivere soltanto nello  spirito, [l’eventualità] che egli si lasci qui legare a una nuova lettera; lungi sia dalla società  che disprezza ogni spirito di corpo, [il pericolo] di trasformarsi essa stessa in una  corporazione! – Che cosa furono allora coloro che gettarono il primo seme di questa  istruzione, possibilmente esistente, e quelli che più tardi la svilupparono, perfezionarono,  accrebbero? Che cosa furono dunque, che non fossero anche i loro lontani discendenti?  Che cosa avevano in sé, che anche questi non avessero in sé egualmente? Con quale diritto  fecero quelli ciò ch’essi fecero, che anche questi non avessero lo stesso diritto?  La cultura pubblica col proceder dei tempi ha progredito, ed é verosimile che così abbia  fatto anche la cultura segreta; la pubblica progredirà ancora, né la segreta può arrestarsi e  rimanere indietro alla prima. Ma quell’insegnamento tradizionale, se ne esiste uno siffatto,  non può avere altra autorità che quella conferitagli dalla sua venerabile antichità, non altro  che quella a cui sola può aspirare qualsiasi uomo e qualsiasi attività umana sopra altri  uomini, cioè che si supponga di buon grado di avere in sé nascosta una sapienza, che si  facciano serii sforzi per trovare questa sapienza, e che gioiosamente la si accolga, dopo  averla trovata e confermata nel proprio intelletto e nel proprio cuore.  Questo insegnamento tradizionale non poteva né doveva essere per gli iniziati altra cosa  da ciò che sono per noi, come partecipi della cultura profana, Omero, Sofocle e Platone.  Che si custodiscano fedelmente quelle reliquie [della tradizione], né le si falsifichi, o,  quando siano falsate, si restituiscano nella loro originaria purezza, – é cosa ragionevole e  richiesta dalla giusta venerazione dell’antichità; che poi in ogni insegnamento si parta da  esse, e se ne faccia del pari il testo delle proprie considerazioni, sarebbe un abile  espediente per conservare l’unità della catena giuntaci per tradizione, e perché esse  trapassino ognora tal quale alla posterità; che infine la si interpreti e se ne usufruisca  (perché si volga, in causa d’esse, la mira a una cultura pura e universalmente umana)  secondo l’unico punto di vista possibile dei misteri, é assolutamente necessario, e  illegittima ogni altra spiegazione.  Siffatta restaurazione dell’antico, e inoltre questa interpretazione conforme all’antica  civiltà che le si aggiunge, é l’opera costante di ciascuna epoca e il mezzo con cui si accresce  ed estende la somma dell’istruzione: il che costituiva la seconda parte della mia tesi.  Così, su quel terreno della tradizione, ciascuno costruisce ciò ch’egli ha per l’appunto [da  costruire]; dall’uno si usano saldi materiali da costruzione, dall’altro (per usare qui anch’io  un’immagine impiegata da un sacro autore) paglia e stoppie. Ma tanto la prima che la seconda [costruzione] dev’essere confermata dalla prova del tempo, e conservata per  l’epoca successiva, che può poi decidere se questi materiali debbano essere aggiunti per  qualche utilità all’antico tesoro, o rigettati come di nessun valore.  Ma come può, voi mi avete già da un pezzo domandato, come può talun Massone, se lo  scopo della Massoneria é così pienamente determinato quale fu esposto e distinto,  disconoscerlo al punto da recargli (come ben sanno anche i profani) contributi inefficaci e  alieni affatto? – Ciò si unisce così strettamente con un’altra lagnanza, ch’io spesso ho  sentito, che bisogna dare ad entrambe la stessa risposta; voglio dire la lagnanza sul  temibile contrasto dell’ideale che la Massoneria si prefigge con la comune realtà.  Rispondo: certamente molto ci manca a che siano tutti massoni quelli che recano questo  nome; ma tutti debbono pervenirvi, e non si deve abbandonare nessuno che porti questo  nome. Finché così accade, finché ci si sforzi soltanto verso quell’ideale, l’associazione resta  massonica, anche nel caso che neppure uno dei suoi singoli membri abbia raggiunto tale  scopo, anche nel caso che fino ad oggi stesso lo scopo effettivo della Massoneria  sussistente fosse stato soltanto di cercare il suo scopo.  Voi avete innanzi, un concetto della Massoneria nettamente determinato, in sé chiaro e  universalmente comprensibile. Provate questo concetto; domandate al vostro intelletto e al  vostro cuore, se esso possa esprimere lo scopo della Massoneria e se sarete disposti a far  vostro tale scopo. Allora saprete quello che dovete fare. – Una volta così confermato  siffatto scopo, non limitiamoci a sapere, ma agiamo, anche; per agire con tanto maggior  zelo quanto più potessimo trovare che la realtà sia, secondo la nostra opinione, lontana  dall’ideale.  Chi allo spettacolo delle deficienze degli umani rapporti, e della nullità, dell’inversione,  della corruzione regnanti fra gli uomini, si lascia cadere le braccia, e va fuori dei gangheri  e si lagna della malvagità dei tempi, non é uomo. Appunto nella vostra capacità di  scorgere i difetti degli uomini é insita una santa missione di renderli migliori. Se già tutto  fosse come dovrebbe essere, non ci sarebbe punto bisogno di voi nel mondo, e voi avreste  potuto benissimo restare in grembo al nulla. Rallegratevi che non tutto sia ancora come  dovrebbe essere, sì che abbiate da lavorare e possiate rendervi utili a qualche cosa.

 

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