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la storia infinita dei maro' in india

maro' la storia infinita by Slidely Slideshow

 

Soldati in India e Affari Sporchi - Prima Parte

 

 

Soldati in India e Affari Sporchi. Oltre la Verità

Ufficiale: I Misteri del Caso Marò - Prima Parte

Versioni diverse, Corpi spariti, Dati discordanti

 

La Strana paralisi dell'Ue e degli Organismi Internazionali

Oltre la Cappa Mediatica.

 

 

I Retroscena del "Caso Marò" - Dietro la "verità ufficiale"

 

Roma, New Delhi, Kerala, Kochi

- Nelle ultime ore, Il ministro della Difesa indiano A.K. Antony - all'Agenzia di stampa PTI - ha sostenuto che i due marò italiani sono ritornati in India grazie all' "atteggiamento deciso" della Corte Suprema e del governo del Paese."La questione è stata risolta - ha dichiarato - senza molti problemi con il deciso atteggiamento assunto dalla Corte Suprema e il suo energico intervento. Anche il governo - ha aggiunto - ha lavorato sulla stessa lunghezza d'onda ottenendo che i marò tornassero qui per essere sottoposti a processo. E su questo - ha concluso - le autorità di New Delhi hanno sostenuto i sentimenti del governo del Kerala, dove l'incidente é avvenuto il 15 febbraio 2012, con la morte di due pescatori". Secondo un noto costituzionalista indiano, Fali Sam nariman, i due italiani non correrebbero rischi di pena capitale, ma la certezza in questi casi è un qualcosa di inafferrabile e altamente aleatorio.

Enrica Lexie - La Realtà potrebbe essere ben diversa

Da oltre un anno, ormai, la cronaca internazionale non lascia passare giorno senza raccontare ciò che avviene ai nostri due connazionali accusati di omicidio dal governo indiano. In realtà, dietro tutta questa faccenda, che dura ormai da troppo tempo, la realtà potrebbe essere ben diversa da quella che apparirebbe semplicemente ascoltando i telegiornali. Innanzitutto, i fatti. Ebbene da una disamina anche solo un tantino meno superficiale, rispetto a quanto fatto da chi si è limitato a riportare comunicati stampa, degli atti e delle dichiarazioni ufficiali della Polizia, della Guardia Costiera di Kochi, dei testimoni locali e dei giudici di Kerala emergono molte anomalie. Anomalie che i legali dei due Marò detenuti in India avrebbero dovuto far rilevare e far valere e che, invece, chissà perché sono state dimenticate. Cominciamo dall'inizio. I verbali della polizia e della Guardia Costiera di Kochi riportano che il peschereccio St. Antony con le due vittime a bordo sarebbe rientrato in porto alle 18:20, quando il sole era alto (quel giorno stando ai dati ufficiali è tramontato alle 19:47). Eppure i filmati delle televisioni locali mostrano che il rientro della nave sarebbe avvenuto molto più tardi quando era già buio pesto.

Diverse versioni e dati discordanti

Andiamo avanti. Sempre secondo la Guardia Costiera, il peschereccio indiano sarebbe rientrato in porto, quasi cinque ore prima della nave Enrica Lexie su cui si trovavano i due Marò e ciò nonostante la sua velocità massima sia nettamente inferiore a quella della nave italiana. I pescatori, appena a terra, avrebbero dichiarato di non aver visto nulla, in quanto tutti sotto coperta e in sonno pieno, ad eccezione dei due colleghi colpiti e deceduti e che quindi non possono testimoniare. Solo pochi giorni dopo, questa dichiarazione sarebbe stata cambiata e i pescatori avrebbero fornito i dati per il riconoscimento della nave. Cambiamento che tuttavia non sarebbe decisivo per l'accusa: i colori della nave italiana, infatti, sono simili a quelli di molte altre navi in quel momento presenti nella zona, almeno quattro.

Una curiosa omissione - Perchè?

Anche le procedure di rientro in porto sarebbero, a dir poco, anomale. In base agli accordi internazionali, come il Codice Internazionale della Navigazione, e agli Accordi Nato (di cui sia India che Italia farebbero parte e che coprono l'operato dei militari all'estero, in base al cosiddetto "Diritto di Bandiera") il governo indiano non avrebbe dovuto chiedere il rientro in porto della nave italiana omettendo di informarla che erano indagati: la Guardia Costiera, infatti, ha chiamato via radio tutte le navi in zona invitandole a rientrare a Kochi per "identificare una barca di pirati" che aveva già catturato.

Spunta l'Olimpic Flair - Vi fu un altro conflitto in mare?

Proprio in quelle ore, infatti, pare che si sia verificato un altro conflitto a fuoco tra una nave greca, la Olimpic Flair, molto simile alla Enrica Lexie e con a bordo guardie armate, e una nave di presunti "pirati". Del resto, gli scontri armati in quelle acque pare siano all'ordine del giorno, oltre che per la presenza di pirati anche per la presenza di navi da guerra essendo l'India, di fatto, in guerra con altri Paesi. Resta il fatto che delle cinque navi presenti nella zona, quattro si sarebbero dileguate al largo. L'unica a rientrare sarebbe stata quella italiana. Singolare anche lo slancio nel "perseguitare" (?) i due militari italiani, spintosi fino al punto di proibire ai tecnici del Ros (Carabinieri) di essere presenti alla prova balistica. Non a caso l'analisi balistica sui progetti avrebbe identificato armi diverse da quelle in dotazione ai nostri militari.

Corpi spariti - Una cremazione lampo

Anche le procedure successive sarebbero state, a dir poco, anomale. Le uniche indicazioni interessanti potevano provenire da un esame autoptico dei corpi delle due vittime, ma questa possibilità è stata negata alla difesa, visto che gli stessi sono stati cremati nel giro di poche ore. Perchè - ci chiediamo - cremare dei corpi di reato che coinvolge due diversi Paesi e dove quindi le controversie potrebbero richiedere un approfondimento di indagini? La stessa nave italiana sarebbe stata in base ai rilievi del radar in posizione diversa da quella in cui il peschereccio indiano è stato attaccato. Chi volesse conferma di ciò può leggere l'analisi della vicenda effettuata dall'Ingegner Luigi Di Stefano (disponibile sul sito http://www.seeninside.net/piracy/index.htm) perito - pare - di chiara fama che, tra l'atro, ha collaborato nel corso del processo sulla strage di Ustica.

Siria - Tacete! Altrimenti è la Morte

Anche il coinvolgimento di Onu e Nato in questa vicenda pare essere, a dir poco, anomalo. La presenza di militari armati a bordo di navi mercantili, deriva infatti (ma di questo i media non parlano) non da una scelta arbitraria e eccessiva del nostro Paese, ma dalle linee guida dell'IMO (International Maritime Organization: organismo dell'Onu preposto alla disciplina dei traffici marittimi) e dalle disposizioni Ue e Nato in materia di contrasto alla pirateria nelle acque vicine. Ebbene, nessuna di queste organizzazioni ha proferito parola in merito a quanto avvenuto o è intervenuta imponendo il rispetto dei trattati sottoscritti da Italia e India. Ma allora - ci chiediamo - a che servono questi accordi? L'unico intervento è stato quello di Catherine Ashton, l'Alto Rappresentante per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza dell'Unione Europea. Intervento blando e a tutt'oggi, come dimostrano i fatti, assolutamente inutile. Come spesso accade!

Val di Fiemme, Italia - Nel 1998 andò diversamente

Eppure, in altri casi, le cose erano andate diversamente. Nel 1998 un aereo militare statunitense pilotato Richard Ashby, decollato dalla base aerea di Aviano, per una bravata del pilota in violazione di tutte le norme di volo, tranciò le funi che reggevano la funivia del Cermis, in Val di Fiemme. La cabina precipitò da un'altezza di circa 150 metri schiantandosi al suolo. Nella strage morirono venti persone di diverse nazionalità. I pubblici ministeri italiani richiesero di processare i quattro marine in Italia, ma il giudice per le indagini preliminari impose che, in forza della Convenzione di Londra del 19 giugno 1951 sullo statuto dei militari Nato, la giurisdizione sul caso dovesse riconoscersi alla giustizia militare statunitense. Nel giro di pochi giorni i militari statunitensi rientrarono i patria e, alla fine, solo il pilota e il suo navigatore furono chiamati a comparire davanti a un tribunale militare americano e solo per rispondere dell'accusa di omicidio colposo. Nel 1999 la giuria assolse Ashby e anche le accuse di omicidio colposo nei confronti di Schweitzer non ebbero seguito. Nel maggio del 1999 entrambi furono degradati e rimossi dal servizio e il pilota fu condannato a sei mesi di detenzione (poi addirittura scesi a quattro) per intralcio alla giustizia

(avevano distrutto il nastro che dimostrava la loro colpevolezza).

 

Oltre la Verità Ufficiale - I Misteri del Caso Marò

Forse sarebbe stato meglio che i nostri Marò avessero chiesto assistenza agli stessi legali dei due militari americani, perché quelli che li assistono pare abbiano dimenticato che esistono precise leggi e accordi internazionali che tutelano i diritti dei nostri militari. A prescindere - ovviamente dalla loro presunta colpevolezza o innocenza - Di certo poi, a rinfrescare loro la memoria non sono intervenuti né i responsabili di organismi internazionali come ONU e Nato, in primis, né i nostri politici. Ma, allora, perché tutto ciò? Forse, la verità e le cause di tutto questo sono da cercare altrove. Forse non servirebbe a far tornare immediatamente i nostri soldati in Italia, ma, almeno, servirebbe a far capire alle famiglie dei nostri Marò per quale motivo i loro congiunti, da oltre un anno ormai, fanno avanti e indietro dall'India, con il rischio di essere "condannati a morte pur - è un'ipotesi - non avendo commesso il fatto". Anche la beffa dei nostri diplomatici, che avevano assicurato che non esisteva per loro il rischio di una condanna a morte, è stata immediatamente smentita dalle autorità indiane: il rischio esiste, eccome. Forse, sapere che il sacrificio dei loro congiunti (perché di questo potrebbe trattarsi fino a prova contraria) potrebbe servire al Paese al quale loro hanno giurato fedeltà, renderebbe meno amara la medicina che stanno cercando di mandare giù. Ma forse il problema è proprio questo: siamo certi che tutto ciò davvero serva al nostro Paese? E cosa accadrebbe se venisse detto ai nostri soldati che la situazione in cui si trovano, non è conseguenza del fatto che loro hanno giurato di servire l'Italia, ma serve a permettere a "qualcun altro" di fare qualcosa? (Continua...)

 

 

Soldati in India e Affari Sporchi - Seconda Parte

 

Soldati in India e Affari Sporchi - Seconda Parte

 

Le Verità Occultate sul Caso Marò e le Dimissioni del

Ministro Terzi  Ecco cosa blocca la macchina diplomatica e sovrasta

il Diritto:

una fittissima rete di intrecci commerciali .

I Retroscena del "Caso Marò" - Seconda Parte

 

Roma, New Delhi, Kerala, Kochi

- Nelle ultime ore sono giunte - era ora - le dimissioni del Ministro degli Esteri Giulio Terzi, "caduto" non per la linea ambigua (per non dire vergognosa) mantenuta per tutto il 2012 e anche oltre sul "Caso Siria" e - in generale - su tutta la politica estera imperialistica italiana (filo-Nato e filo-Usa), ma proprio sul "Caso Marò", e sul ri-espatrio dei due fucilieri italiani in India, favorito e non osteggiato dallo stesso Terzi. L'annuncio è stato dato, nelle ultime ore, in occasione del suo intervento in Parlamento, nell'aula di Montecitorio. Ma tornando al misterioso incidente diplomatico, cerchiamo ora di comprendere cosa si possa davvero nascondere dietro questa brutta storia, al di là della solita ormai costante cappa mediatica che contraddistingue l'informazione (di regime) nel nostro Paese.

Le Dimissioni di Terzi e l'Ennesimo Disastro del "Tecnico"

"Secondo gli ultimi dispacci di agenzia, si apprende - sosteneva in sostanza un comunicato governativo della Farnesina - che i due Italiani non rischierebbero la pena di morte. Quanto al carcere, lo potrebbero scontare in Italia". Sono state queste - per sommi capi - le rassicurazioni con le quali il nostro governo ha convinto i due accusati a tornare nel Paese che li aveva arrestati ricorrendo a stratagemmi poco diplomatici e che, forse, se la controparte non fosse stata l'Italia, ma un altro Paese, avrebbero scatenato uno scontro diplomatico di ben altre dimensioni. Ciò era avvenuto dopo aver sostenuto che i nostri militari - coinvolti in un affare internazionale dai risvolti più grandi di loro e non di poco - non sarebbero dovuti rientrare in India. Ma non finisce qui! Al ritorno dei fucilieri in India, il ministro della Giustizia indiano, Ashwani Kumar, ha tenuto a precisare come il governo indiano in realtà non avrebbe fornito alcuna assicurazione all'Italia in merito all'inflizione della pena di morte (che pure non è applicata da molti anni). Ebbene secondo alcuni quotidiani, il Ministro degli Esteri italiano dimissionario, Giulio Terzi, che aveva dato la notizia sbagliata (e, a quanto pare, aveva anche dimenticato di informarne il presidente Napolitano) in un primo momento aveva affermato che la sua era stata solo una "svista" e che non ci pensava proprio a dimettersi. Poi nelle ultime ore - per cause di forza maggiore - è giunto l'evidente e provvidenziale ripensamento. Terzi - tuttavia - affermava poco prima delle dimissioni, come i due Marò' "non avessero corso rischi, e non sarebbero andati incontro a un destino ignoto", perchè "la situazione si stava normalizzando" visto l'ottenimento da parte dell'Italia della precisa garanzia da New Delhi sull'inapplicabilità della suddetta pena capitale. E così, ancora una volta, alle ripetute affermazioni dei nostri diplomatici in merito a rassicurazioni circa il destino dei nostri soldati, un giudice dell'Alta Corte di Kerala ha pensato bene di definire la presunta sparatoria attribuita ai Fucilieri di Marina italiani, un atto terroristico. In realtà, questa sarebbe solo l'ultima delle anomalie (per voler usare un eufemismo) nascoste da una vicenda dagli evidenti e grotteschi chiaroscuri.

India - Il Mercato del Terzo Millennio

La verità è che i nostri funzionari si sono trovati di fronte una delle maggiori potenze mondiali con un Pil che, a parità di potere d'acquisto, è già ora pari a un quarto di quello di tutti i Paesi della Terra. Un Paese (l'India) con un apparato bellico possente, dotato di testate nucleari e - ciliegina sulla torta - 1,3 milioni di militari regolari. L'India, il cui trend economico è, forse, ancor più robusto di quello della stessa Cina, è un colosso la cui industria manifatturiera è la decima del pianeta. Nella classifica del Financial Times, Global 500, che raggruppa le cinquecento maggiori società del pianeta per capitalizzazione, l'India compare ben 14 volte. E l'Italia? Tralasciando le ovvie considerazioni sulla dimensione economica e sul potenziale militare del nostro Paese confrontati con quello di uno dei colossi globali (comparabile solo con USA e Cina) anche sotto il profilo dei rapporti economici "negli anni del boom economico indiano, l'Italia appare essersi mossa un pò in ritardo" come ha affermato - tra l'altro - il professor Stefano Beggiora, docente di storia dell'India presso l'Università Cà Foscari Venezia, autore del saggio "India e Nordest: il mercato del terzo Millennio".

 

Una Questione di "puri" e semplici "Affari Economici"

In realtà, sembrerebbe che a destare la preoccupazione delle nostre autorità in questo momento particolare siano gli imprenditori italiani che già detengono (o che vorrebbero stabilire) rapporti economici con l'India. La paura che deriverebbe dall'indurirsi dei rapporti diplomatici tra i due Paesi, è quella di vedere scoppiare una vera e propria crisi commerciale tra Italia e India che potrebbe mettere a rischio i rapporti commerciali già esistenti e i contratti in opera. E se è vero che il colosso del Sud est asiatico rappresenta al momento solo il sedicesimo partner commerciale dell'Italia, con un valore delle esportazioni che nel 2010 è stato di circa 3,5 miliardi di euro, cioè solo l'1% del totale, c'è da considerare che i dati del 2011, ancora provvisori, dicono che questo valore tenderà a crescere rapidamente. Le esportazioni italiane verso l'India aumentano con un tasso del 21% l'anno. Non solo, ma i rapporti commerciali già istaurati pare riguardino proprio quelle aziende di grandi dimensioni che hanno dimostrato di avere maggiore capacità di influenzare scelte politiche nazionali. Come se non bastasse, anche i clienti cui i nostri prodotti sono destinati non sono soggetti qualunque. Uno dei maggiori clienti delle imprese italiane, ad esempio, sono le Forze Armate Indiane. In pochi anni, le nostre aziende produttrici di materiale bellico sono divenute fornitrici di fiducia di Nuova Delhi. Hanno venduto molto, e molto intendono ancora vendere. Fincantieri nel 2008 ha fornito all'Istituto Oceanografico indiano la nave oceanografica da 5mila tonnellate Sagar Nidhi. Pochi mesi fa è stata consegnata all'India la seconda di due grandi navi rifornitrici di squadra da 27mila 500 tonnellate per la Marina indiana. Un contratto da oltre 300 milioni di euro che si somma a quello per la progettazione di sette fregate da 6mila 200 tonnellate della nuova classe P17A, che hanno fruttato all'industria italiana circa 30 milioni di Euro. Non solo, ma è in ballo l'appalto per la realizzazione di queste navi (ognuna del costo di 900 milioni di dollari) che saranno costruite in due cantieri indiani, il Mazagon Dock di Mumbai e il Garden Reach di Kolkata. Appalto che interessa e non poco Fincantieri che aspira a fornire assistenza e tecnologia nel settore delle costruzioni navali modulari, un know how che i cantieri locali non posseggono ancora. Anche Alenia Aeronautica e altre industrie italiane per molti mesi sono state interessate al mercato indiano. Infatti sono loro che producono alcune parti dei caccia realizzati dal consorzio Eurofighter, che ha partecipato ad una gara internazionale per la vendita di 126 caccia all'Aeronautica indiana, in base al Programma MMRCA (Medium Multi-Role Combat Aircraft) per un costo complessivo di almeno 12 miliardi dollari. (Alla fine la gara è stata vinta, però, da un concorrente anche questo europeo). Anche la Camera di Commercio Indiana per l'Italia è molto attiva, infatti ha in programma di organizzare dal 13 al 18 Aprile 2013 una missione commerciale multisettoriale a Mumbai. Molto probabilmente, la verità è che l'India, oggi, in un mondo caratterizzato da economie inaccessibili e da mercati in calo, desta, con i propri numeri, enormi interessi da parte delle maggiori aziende di tutti i Paesi industrializzati. Come dicevamo l'India è dotata di un proprio arsenale nucleare che nessuno si permette di criticare (ma - ci chiediamo - che accadrebbe se al posto del colosso asiatico vi fossero l'Iraq, l'Afghanistan, il Mali o anche la Siria?).

L'India Nascosta - Dal Nucleare alle Sperimentazioni su Cavie Umane

Ma anche sotto il profilo civile le scelte dell'India per il nucleare sembrano non tener conto del disastro verificatosi a Fukushima: tra poco a Jaitapur, nello stato del Maharashtra, verrà costruito il più grande parco nucleare al mondo: 9.900 MW prodotti da 6 reattori. E a niente sono valse le proteste della popolazione per impedire che ciò avvenisse. Ovviamente, molti media internazionali hanno dedicato poca attenzione all'evento, anche perché la tecnologia che ha permesso all'India di accrescere il numero di centrali nucleari sul proprio territorio è stata fornita da imprese europee. In realtà, per poter accedere a questi mercati, fino ad oggi chiusi e resi impossibili grazie a barriere economiche invalicabili anche per industrie di dimensioni (e di potere) ben maggiori di quelle italiane, tutti (e va sottolineato non una, ma due volte, tutti) i Paesi del mondo hanno fatto finta di non vedere cosa stava (e sta) accadendo in quello che da molti viene definito un microcontinente. Nessuno ha visto il prosperare della potenza missilistica nucleare dell'India. Così come nessuno sa niente del fatto che in India (come del resto in altri Paesi) per le sperimentazioni cliniche e farmacologiche si fa ricorso a cavie umane. Eppure sono notizie alcuni magazine internazionali, la BBC, The Independent, il Washington Post, hanno riportato e documentato denunciando un indegno sfruttamento di cavie umane da parte delle industrie del farmaco. Secondo il Washington Post, il fenomeno avrebbe visto una repentina accelerazione dal 2005, in seguito all'introduzione di leggi di semplificazione dei controlli per i test sperimentali nel Paese. The Independent riferisce che un quarto di tutti i dati clinici forniti in Europa alle autorità di controllo sui farmaci proviene dagli esperimenti condotti proprio in Paesi come l'India, la Russia, l'America Latina e la Cina (BRIC). Va detto come le vittime di questi esperimenti, prelevate in luoghi come i quartieri più poveri delle metropoli, vengano classificate solo con la sigla Sae: Serious Adverse Events (gravi eventi avversi). Del resto l'immissione in commercio di un nuovo farmaco richiederebbe circa 10-15 anni e varie fasi di sperimentazioni con un investimento di diversi miliardi di dollari. Stanziare i test in paesi poveri con un'ampia fetta di popolazione semianalfabeta vuol dire risparmiare fino al 60% il costo dell'investimento. Da pelle d'oca!

Chi decide davvero del destino dei Marò Italiani?

Forse le famiglie dei Marò che sono tornati in India obbedendo agli ordini dei loro superiori, non è al ministro o all'ambasciatore o al capo del governo (a quello vecchio o a quello appena incaricato) che dovrebbero rivolgersi per fare tutelare gli interessi e i diritti dei propri congiunti, ma ai capi delle industrie che fanno affari con l'India.....e forse loro risponderebbero.

 

 

Soldati in India e Affari Sporchi - Terza Parte

 

Soldati in India e Affari Sporchi - Terza Parte

Traffico d'Armi, Bugie e Tangenti dietro tutto. Ecco

cosa hanno in comune una delle maggiori industrie

metalmeccaniche europee e i due marò

 

Il Destino dei Marò e le novità emerse dal

Processo Finmeccanica

 

 

 

Roma - Che cosa hanno in comune i due marò italiani e una delle maggiori industrie metalmeccaniche europee? In un mondo che soffre e si lamenta per una "cosiddetta" crisi economica indotta e globale che (fermo restando la truffa dell'Eurozona) forse non ha precedenti a memoria d'uomo, c'è un settore che pare essere sempre fiorente: quello degli armamenti. Eppure, nell'ultimo decennio del secolo scorso si era registrato un calo rilevante del settore. Calo che sarebbe stato causato, in massima parte, dalla riduzione delle forze della Nato dopo la fine della Guerra fredda. Ma le imprese del settore non si sono "arrese" (e del resto con tutte le armi di cui disponevano....). Così, grazie anche all'aiuto concesso volentieri da molti governanti, i Paesi più industrializzati di mezzo mondo (quelli in cui hanno sede le maggiori imprese produttrici di armi) hanno deciso o di fare guerra o di vendere i propri "prodotti" all'altra metà del mondo. In base ai dati emersi da uno studio del SIPRI, tra i maggiori esportatori di armi nel periodo tra il 2008 e il 2012 ci sarebbero - guardacaso - gli Stati Uniti d'America che, casualmente, è il Paese che maggiormente, negli ultimi tre lustri, ha promosso guerre e "missioni di pace", anche al di fuori dell'egida ONU e NATO; a seguire Russia, Germania, Francia, Cina, Regno Unito, Spagna e Italia. In realtà, le scelte di marketing adottate dai vari Paesi sono state diverse. Nella maggior parte dei casi, i Paesi hanno deciso di "scambiarsi"armi e armamenti e di andare a combattere guerre senza motivo e senza ragione in giro per il mondo (fermo restando ovviamente il piano per la costituzione del NWO). Questo ad esempio sarebbe ciò che è avvenuto tra gli Stati Uniti e alcuni Paesi Europei dove a fronte di acquisti, da parte degli americani, di armamenti da Italia, Francia, Svezia, Germania, Polonia e Spagna, gli Stati Uniti hanno potuto vendere, ad esempio, molti dei loro aerei da guerra, seppure poco funzionali (tanto che la Francia ha sospeso l'ordinativo), a molti Paesi europei, Italia inclusa. Ovviamente queste armi sono state poi utilizzate dai Paesi più industrializzati nelle "missioni di pace" in Paesi come Afghanistan, Iraq, Libia e molti altri. Missioni di pace che sono servite anche per conquistare spazi economici per le maggiori industrie dei Paesi invasori.

 

L'emblemnatico caso della Lockheed Martin e lo shopping arabo

In altri casi invece, e qui sta la sorpresa, i Paesi maggiori produttori di armi hanno fatto di più. Hanno deciso di vendere direttamente le armi che producevano le industrie presenti sul loro territorio a Paesi in guerra tra loro o, in altri casi, a entrambe le fazioni di uno stesso Paese. Oppure, hanno deciso di utilizzare il canale dei Paesi medio-orientali per venderle a chiunque avesse i soldi per comprarle. Così la Lockheed Martin, con il consenso del Pentagono, ha venduto 20 aerei C-130J e 5 tanker KC-130J all'Arabia Saudita per un valore di 6,7 miliardi di dollari (24.61 miliardi di dhiran sauditi) completi di ricambi e supporto (che senso ha vendere le armi se non alleghi dei tecnici che insegnino ad usarle?). A questi si aggiungono 9 lanciatori e 48 missili antimissile balistici THAAD. Joe Parker, direttore per l'export del consorzio Eurofighter, ha confermato anche le trattative in corso per l'acquisto di 60 aerei Eurofighter Typhoon da parte degli Emirati Arabi Uniti. E nel 2011, la vendita di armi come il Pilatus agli Emirati Arabi, ha consentito alla Svizzera di raggiungere livelli eccellenti tanto che gli Emirati Arabi Uniti hanno scavalcato la Germania nell'acquisizione di armi elvetiche. Complessivamente l'Arabia Saudita, nel periodo 2008-2012, è stato il 10° maggior importatore di armi e armamenti al mondo e si è accaparrata il 3% degli armamenti in vendita in tutto il globo. Un risultato niente male se si pensa che i suoi abitanti sono solo 7 milioni... Anche con il Qatar gli scambi di armi sembrano essere stati fiorenti: 12 lanciatori dello stesso tipo venduto all'Arabia Saudita con 150 missili per un valore complessivo di 7,6 miliardi di dollari. 24 elicotteri da guerra AH-64D Apache Longbow e 700 missili Hellfire e molto altro. Ma a cosa potrebbero mai servire tutte queste armi a Paesi così piccoli (il Qatar non arriva a due milioni di abitanti)? Ovviamente per il commercio. Ma come sostenuto e provato da Qui Europa in dozzine di articoli, anche per portare avanti il Piano di un Nuovo Ordine Mondiale. Anche con il Qatar gli scambi di armi sembrano essere stati fiorenti: 12 lanciatori dello stesso tipo venduto all'Arabia Saudita con 150 missili per un valore complessivo di 7,6 miliardi di dollari. 24 elicotteri da guerra AH-64D Apache Longbow e 700 missili Hellfire e molto altro.

 

Per fomentare guerre, ogni scusa è buona!

Così mentre la Russia inviava '' avanzati missili da crociera antinave della tipologia Yakhont'' alla Siria (fonte New York Times), il Qatar a settembre scorso (dati Financial Times) ha deciso di sostenere i cosiddetti ribelli (mercenari) della provincia di Aleppo, contro il governo siriano, pagando loro uno "stipendio" mensile di 150 dollari. Inoltre, secondo l'International Peace Research Institute di Stoccolma (Sipri), il Qatar, tra aprile 2012 e marzo 2013, ha inviato in Turchia oltre 70 aerei militari cargo carichi di armi destinate ai soliti "cosiddetti" ribelli. Sia il Qatar, con le armi comprate da Stati Uniti ed Europa, che gli stessi Stati Uniti d'America - come denunciato più volte dall'Osservatorio Nazionale "Qui Europa" - vendono armi ai "ribelli siriani". Lo ha confermato la stessa Casa Bianca sostenendo come il presidente Obama abbia preso questa decisione dopo che l'intelligence avrebbe raccolto le prove (per il vero come dimostrato in più sedi piuttosto fantasiose, per non dire assurde) sull'uso di armi chimiche (??) da parte del regime di Assad: Ben Rhodes, consulente di Obama per la sicurezza nazionale, ha confermato che secondo l'intelligence statunitense "il regime di Assad avrebbe usato diverse volte armi chimiche, in particolare il gas sarin, contro l'opposizione". Dimenticando di dire - tuttavia - che, non solo a usare queste armi non convenzionali sarebbero stati i rivoltosi (mercenari) e non l'esercito, ma che, in un momento in cui sono state avviate trattative per porre fine agli scontri, fomentare le fazioni con simili affermazioni e armarle fino ai denti non aiuta certo il processo di pace. Sembra quasi di rivedere le scene viste in Iraq. E così mentre l'Alto commissariato dell'Onu per i diritti umani, rivelava che dall'inizio del conflitto siriano i morti sarebbero più di 93mila, di cui 6.500 bambini, gli Stati Uniti d'America e gli altri Paesi partners, sia direttamente che indirettamente fornendo armamenti a Paesi terzi che poi li rivendono a entrambe le fazioni in conflitto, aizzavano la guerra.

 

Il Triste Ruolo dell'Italia - Terzo produttore al Mondo di armi leggere

 

E che ruolo ha l'Italia in tutto questo? L'Italia è il terzo esportatore mondiale di armi leggere

. L'industria nazionale del settore, pur considerando le stime incomplete (vedremo in seguito perché) e la concorrenza russa e cinese, non perde posti nella classifica delle vendite e rimane uno dei maggiori produttori. Aiutata in questo dal fatto che la vendita di pistole, fucili, munizioni ed esplosivi sono quasi sparite dalla Relazione sul commercio di armamenti che il Governo italiano è tenuto a presentare ogni anno al Parlamento. Le esportazioni di questi strumenti di morte sono classificate per la stragrande maggioranza sotto la voce "armi civili", vale a dire armi comuni da sparo, da caccia o da tiro sportivo. Così pure gli esplosivi, che sarebbero esportati ufficialmente "per uso industriale". Così non viene esercitato alcun controllo governativo su tali trasferimenti, né è monitorato l'utilizzo di questo materiale una volta che ha lasciato l'Italia! E chi ci sono tra i maggiori clienti e importatori di armi italiane? Ovvio, Paesi del Medio Oriente e dell'Africa settentrionale. Il Medio Oriente, insieme al Sud-Est asiatico, sono le regioni che trainano la domanda internazionale di armamenti.

 

Tra un'arma e una tangente... Rispunta la pista Marò

I nomi di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone sembrano essere ormai caduti nel dimenticatoio mediatico. Ma sebbene non se ne parli, pare che la vicenda si sia complicata, se possibile, ancora di più dopo che al processo per tangenti di Busto Arsizio all'ex presidente e amministratore delegato di Finmeccanica Giuseppe Orsi, è stata richiesto da parte della difesa di sentire come testimone Arackaparambil Kurien Antony, ministro della Difesa indiano da otto anni. Oltre ad aver seguito tutta la trafila della commessa dei 12 elicotteri di Agusta Westland (del gruppo Finmeccanica), il ministro, infatti, è considerato uno tra i maggiori oppositori alla liberazione dei nostri marò, colui il quale dopo il ritorno in India dei marò si vantò del risultato ottenuto "grazie alla linea dura" della Corte Suprema e del governo indiano. La stessa persona che, secondo i legali dell'ex amministatore delegato di Agusta (indagato con l'ex ad e presidente di Finmeccanica per corruzione internazionale e frode fiscale), conoscerebbe a fondo i dettagli della gara d'appalto per gli elicotteri AW 101 del 2006, da cui sarebbe scaturita poi la tangente da 50 milioni di Euro. La risposta è stata la decisione da parte del governo indiano di costituirsi parte civile nel processo insieme all'Agenzia delle entrate indiana e la richiesta di un risarcimento da circa 8 milioni di Euro per i danni d'immagine che la vicenda ha procurato. Non solo, ma in questo modo i legali del ministro hanno potuto aver accesso agli atti del processo (che sono ancora esistenti e non distrutti come hanno fatto in India con le prove del processo ai due marò) che contengono, tra l'altro, quanto trovato tra i documenti di Guido Ralph Haschke, l'intermediario svizzero che trattò la commessa per i 12 elicotteri. Incluse le prove a carico dell'ex capo dell'aviazione Shashindra Pal Tyagi e dei suoi cugini, JulieTyagi, Docsa Tyagi e Sandeep Tyagi, tutti coinvolti nell'affare di vendita illegale di armi e armamenti. La vicenda si è quindi allargata a macchia d'olio. La difesa degli accusati italiani infatti ha richiesto di aver accesso all'interrogatorio di Tyagi e dei cugini di fronte il Central Bureau of Investigations, il servizio segreto indiano. Non solo, ma ha citato come testimone anche Ratan Tata, amministratore delegato del gruppo Tata, leader del mercato automobilistico mondiale.

 

Il Destino incertissimo dei Marò

Nel marzo del 2013, quando i due militari tornarono in Italia in congedo per Pasqua, anche noi scrivemmo degli articoli in cui denunciavamo che, con tutta probabilità, il motivo per cui i nostri marò erano ancora trattenuti in India nonostante le promesse (al vento) dei diplomatici e dei politici italiani, erano ben altre che quelle contenute nei loro capi d'accusa. Già allora riferimmo di interferenze tra le vicende dei marò e imprese coinvolte nella vendita di armamenti. E dopo che a un ministro indiano è stato chiesto di testimoniare al processo Finmeccanica (riconoscendosi colpevole) temo che la situazione per i nostri marò bloccati in India possa solo peggiorare.

 

Marò - Soldati in India e Affari Sporchi - 4

 

Marò

- Soldati in India e Affari Sporchi - 4

Tragica Telenovela Marò: avanti tra contraddizioni, assurdi errori

procedurali e indifferenza sostanziale dei governi italiani

 

- Il ruolo impalpabile di Lady Ashton (UE)

e Ban Ki-Moon (ONU)

 

- Lo sfogo di Massimiliano Latorre: "Scrivete la Verità!"

 

Telenovela Marò - La Bonino scarica il barile su "La Russa"

 

Roma, Kerala

- Ormai Massimiliano Latorre e Salvatore Girone vivono in India da oltre due anni. Per dirla con le loro stesse parole "in casa, ma non a casa". E la soluzione di questa sporca vicenda non sembra essere prossima. Sì, "sporca" perché non è possibile definire in altro modo tutto quello che riguarda l'avventura dei nostri connazionali. Mesi fa (vedi qui Soldati in India e Affari Sporchi - Prima Parte qui Soldati in India e Affari Sporchi - Seconda Parte e qui Soldati in India e Affari Sporchi - Terza Parte ) era già apparso evidente che i motivi che impedivano ai nostri marò (come se chiamarli così bastasse a farli sentire "in famiglia") di tornare in Italia non avevano nulla a che vedere con ciò che avevano fatto (o non fatto). Per paradossale che possa sembrare, anche il nostro ministro degli Esteri Emma Bonino (parte di un governo di larghe intese e ministro appartenente ad un partito che non ha nemmeno un seggio in Parlamento: i radicali), in un momento tanto delicato ha affermato «il problema è la legge La Russa, che prevede la presenza di militari a bordo senza definire linee di comando». Invece di pensare alla salute dei nostri connazionali, il ministro ha pensato che fosse più saggio scaricare il barile sull'ex ministro delle Difesa (La Russa, N.D.R.). Come se questo "fattaccio" fosse un problema "tecnico". In realtà, proprio dal punto di vista "tecnico" la vicenda che ha come protagonisti i nostri connazionali, presenta una sconvolgente sequenza di errori e imprecisioni degna di una telenovela di quart'ordine.

Mario Monti, l'arbitrato ONU e le prime contraddizioni legali

Gli errori nel modo di gestire questa faccenda cominciano con Mario Monti, senatore a vita in fretta e furia e capo del governo con il mandato di "salvare l'Italia" (cosa che come tutti sanno non è avvenuto anzi, semmai, la situazione del Bel Paese è peggiorata grazie alle misure adottate dal professore). Fu Monti a sollecitare l'arbitrato delle Nazioni Unite (come sia stata accolta questa richiesta si vedrà in seguito). Poi il governo dichiarò che era doveroso che a giudicare i marò fosse la magistratura italiana. Salvo poi, contraddirsi con l'affidavit, l'impegno firmato dall'ambasciatore Mancini per la Corte del Kerala che garantiva il ritorno in India dei due marò, «nell'ambito dell'esercizio delle garanzie costituzionali». Eppure la Procura di Roma aveva aperto un'indagine per omicidio volontario a carico dei due marò. Quindi, in base alle prerogative della Costituzione italiana, l'azione penale era obbligatoria e prioritaria. Come, peraltro, suggerito dall'allora ministro Giulio Terzi: una volta che Girone e Latorre erano in Italia, c'era "l'opportunità, o meglio l'esigenza di segnalare formalmente alla Procura della Repubblica di Roma il ricorrere delle condizioni affinché la nostra giurisdizione fosse effettivamente esercitata". Ciò avrebbe consentito ai due marò di non rientrare in India. Eppure nessuno si servì di questi strumenti. Perché? In un alternarsi di smentite e cambi di direzione, le voci ufficiali mutarono fino a rimandare i nostri connazionali in India. Nessuno tenne in alcun conto i suggerimenti (invero validi) di Terzi (tra i quali, che l'India «escludesse dalla competenza della Corte, fattispecie di reato tra cui l'omicidio volontario e il terrorismo, per le quali la normativa indiana prevede la pena di morte»).

In Violazione alla Carta dei Diritti Fondamentali dell'UE - Art. 19

Anche il ricorso alla Carta dei Diritti Fondamentali dell'Unione Europea che, all'articolo 19, riporta "Nessuno può essere allontanato, espulso o estradato verso uno Stato in cui esiste un rischio serio di essere sottoposto alla pena di morte, alla tortura o ad altre pene o trattamenti inumani o degradanti". Quindi, se solo avesse voluto, l'Italia avrebbe potuto avvalersi del "diritto" di non rimandare i marò in India e l'Unione Europea avrebbe potuto sostenere questa decisione apertamente. Invece, si decise di rimandare i nostri marò in India, violando, di fatto, un trattato comunitario e, quindi, rischiando pure una "procedura di infrazione" da parte di Bruxelles. Nessuno di questi suggerimenti fu tenuto in alcun conto e Monti, con le elezioni ormai alle porte, pensò che fosse meglio farsi fotografare mentre rispediva i nostri connazionali in India piuttosto che garantire per le loro vite...

Il Rientro in India e la Nuova accusa formale: "Terrorismo"

Rientrati in India, a sorpresa l'accusa nei confronti dei nostri connazionali fu cambiata in "terrorismo". Così come quando erano stati richiamati in porto, nessuno aveva detto loro che dovevano farlo perché accusati di omicidio, allo stesso modo, prima del loro ritorno in India, nessuno aveva detto ai marò che sarebbero stati accusati non più "solo" di omicidio, ma di terrorismo. Ancora una volta i nostri politici dimostrarono grande competenza e rilevante peso politico. Nessuno capì che il solo motivo per cui l'India si era intestardita a ricorrere alla Sua Act, era che la legge antiterrorismo sulla sicurezza marittima estende la giurisdizione indiana a 200 miglia nautiche. Il motivo, peraltro palese, era che questo era l'unico modo per l'India per poter procedere legalmente contro i nostri marò, dato che il fattaccio, ammesso che sia avvenuto, pareva essersi verificato in acque internazionali, dove secondo il diritto del mare delle Nazioni Unite, ovvero le norme della convenzione di Montego Bay (ratificata sia dall'Italia che dall'India), il tribunale del Kerala non aveva alcuna competenza. Ma non basta.

 

L'Inversione dell'onere della prova

Con il ricorso alle leggi antiterrorismo si è, di fatto, invertito l'onere della prova: se prima era la pubblica accusa a dover dimostrare la colpevolezza dei marò italiani, ora sono Latorre e Girone a dover dimostrare la propria innocenza. Anche il peggior avvocato penalista al mondo capirebbe subito le gravi conseguenze a cui si andava incontro con un simile gesto, ma non i nostri politici, che si sono ostinati a voler seguire la vicenda in modo "diplomatico". Ciliegina sulla torta è il fatto che, proprio avendo fatto ricorso al Sua Act, a gestire le indagini non è più il Bureau centrale di polizia, ma la Nia, la National Investigation Agency. Che, come tutte le omologhe degli altri Paesi, opera con livelli di segretezza e di permissività e coinvolgimento dei legali difensori dei marò ben diversi dal Bureau....

La presenza in aula di Staffan De Mistura? Un grave errore!

Ma gli errori fatti nel gestire la vicenda "Marò" non sono finiti. Come ha confermato Angela Del Vecchio, docente di Diritto Internazionale Progredito alla Luiss di Roma, l'invio di Staffan De Mistura come incaricato del ministro della Difesa e "inviato speciale" del Governo, e la sua presenza in aula fu "sbagliatissima", "perché significa accettare la competenza indiana: è come se l'India giudicasse l'Italia, perché i marò rappresentavano a tutti gli effetti il nostro Paese". Invece secondo un principio generale di diritto internazionale (che dovrebbe essere ben noto ai nostri politici e ai legali incaricati di gestire la questione) "par in parem non habet iurisditionem", ovvero soggetti di pari grado non possono citarsi in giudizio e giudicarsi l'uno con l'altro. Quindi agire in questo modo, ha di fatto significato riconoscere la competenza indiana e ammettere che i marò, rappresentando l'Italia ed essendo nell'esercizio delle proprie funzioni, abbiano fatto violare a tutta l'Italia le norme che regolamentano le operazioni antipirateria e gli obblighi internazionali, contratti in sede di Nazioni Unite e di Unione Europea. Naturalmente, dato che si tratta di soldati italiani, in questo caso i nostri militari, avrebbero dovuto potersi avvalere dell'"immunità" ed essere giudicati in Italia....Eppure anche questo non è stato chiesto.

Altre strane omissioni e gravi errori di procedura

E ancora, perchè l'Italia non ha insistito che la vicenda fosse giudicata dal Tribunale internazionale per il diritto del mare? Tale organo sarebbe il giudice internazionale competente in questi casi e che avrebbe valutato in tempi molto più rapidi e senza costringere l'Italia a questo stato di sottomissione nei confronti dell'India. Latorre e Girone, in realtà, non sono più imputati di un processo: sono diventati strumenti nelle mani della politica. Sia la nostra che quella indiana, dal momento che anche in India esistono forti conflitti tra le varie forze politiche e tra i vertici dei partiti, che si sono scontrati prima in occasione delle elezioni nello stato indiano del Kerala e poi con le politiche. Lo dimostra il fatto che i media in India non fanno altro che accusare i marò indicandoli non come italiani, ma come connazionali di una delle figure politiche di spicco, la leader del Congresso, Sonia Gandhi.

Il ruolo di Lady Ashton (UE) e Ban Ki-Moon (ONU) nella vicenda

Nei giorni scorsi Emma Bonino ha "rivendicato" il "grandissimo sforzo politico-diplomatico condotto per ottenere il sostegno delle organizzazioni internazionali". Lo stesso, ovviamente, ha fatto Enrico Letta. La verità è che la rappresentante per la politica estera dell'Unione, Lady Ashton, si è limitata a dichiarare che è "biasimevole" ciò che sta avvenendo in India e niente di più. Dall'altro, alla richiesta più volte avanzata sia dal governo Monti che dal governo Letta di intervento da parte delle Nazioni Unite, la risposta del segretario generale Ban Ki-Moon è stata la dichiarazione che a decidere sulla controversia tra India e Italia devono pensare i due Paesi e nessun altro (favorendo in tal modo la scelta "astensionistica" di tutti gli altri Paesi solo sulla carta alleati dell'Italia). Ma non finisce ancora. Da tempo si parla di una possibile mediazione offerta da Vinod Sahai, soprannominato «l'uomo che in India apre tutte le porte», il quale pare abbia più volte tentato di risolvere la questione "amichevolmente".

Sahai, l'Uomo che apre tutte le porte... Tranne una...

 

Vinod Sahai

ha riferito, in una recente intervista, di aver avuto, circa un anno fa, contatti con il presidente della Corte suprema, Altamas Kabir, il quale gli riferì che, per sbloccare la questione, sarebbe bastata un'istanza formale proveniente dall'Italia. Per questo motivo Sahai aveva predisposto una petizione a nome degli indiani residenti in Italia in cui si chiedeva alla Corte Suprema di autorizzare il governo indiano a trovare una soluzione extragiudiziale oppure di rinviare il caso a un tribunale internazionale. Ebbene, secondo Sahai, prima sarebbe stato il ministro Di Paola a fermarlo, impuntandosi sul fatto che a risolvere la questione dovevano essere gli indiani e non gli italiani; poi, reiterata la richiesta al ministro Bonino, non avrebbe avuto alcuna risposta. Il risultato degli sforzi diplomatici dei nostri politici è che non sono neanche riusciti a far sì che la pena di morte venisse in ogni caso esclusa, ovvero di imporre il rispetto dello straccio d'impegno sottoscritto a Roma tra India e Italia. Anzi, in un impeto di bravura diplomatica (sarebbe interessante sapere presso quale università hanno studiato i legali che stanno difendendo i nostri marò....), l'Italia ha confermato di aver "accettato" la giurisdizione indiana.

 

Massimiliano Latorre: "scrivete la verità!"

 

Massimiliano Latorre

, uno dei nostri militari e nostro connazionale non ha potuto far altro che dire: "scrivete la verità. Ci sono due inchieste aperte. Non posso essere io a chiarire le cose". E ha invitato poi "a riascoltare l'intervista al comandante in seconda della petroliera Enrica Lexie, Noviello". In realtà, nonostante siano trascorsi due anni, decine di inchieste e pubblicazioni in merito, non è ancora chiaro cosa sia avvenuto realmente. E nemmeno dove.

La Morte dei pescatori indiani - Un'invenzione?

In una intervista Noviello aveva definito "un'invenzione" la morte dei pescatori indiani. Secondo la sua versione dei fatti, i due marò avrebbero sparato colpi di avvertimento "in acqua" nel rispetto delle procedure previste. Il vero scontro a fuoco, invece, sarebbe avvenuto all'interno del porto di Kochi e senza il coinvolgimento dell'Enrica Lexie, ma tra la guardia costiera locale e un'imbarcazione sospetta che stava tentando l'approccio alla nave su cui si trovavano fucilieri della marina italiana. Ancora una volta sulla vicenda è intervenuto in modo "determinante" il nostro ministro degli Esteri. "Sul dossier dei marò e sull'inaffidabilità del regime indiano io credo che serva un'unità italiana", ha detto il ministro Emma Bonino a Zapping 2.0, su Radio Uno. E ha continuato: "Lasciamo per dopo la ricostruzione su cosa è successo, su chi ha sbagliato. Per ora tutto il Paese è teso ad affermare la dignità e lo stato di diritto applicato ai nostri due marò". Ma come! Per decidere se i nostri connazionali sono innocenti o meno, non è fondamentale conoscere come sono andate le cose?

Il Nocciolo della Questione

Forse, a ben guardare, proprio questo è il nocciolo della questione: di come siano andati realmente i fatti forse non è mai importato a nessuno. Non importava al governo Monti, che a detta degli esperti avrebbe commesso una quantità di ingenuità dal punto di vista legale e dal punto di vista diplomatico (tanto da portare forse alle dimissioni di un ministro!). Non è importato al nuovo governo e al nuovo ministro degli Esteri, che hanno pensato solo a sfruttare l'occasione per attaccare una legge antecedente e non condivisa (il decreto legge del 12 luglio 2011: che rende possibile imbarcare militari italiani su navi civili, e la convenzione che la Difesa - allora guidata da La Russa - e Confitarma, la Confederazione Italiana Armatori, hanno firmato pochi mesi dopo) e il prosieguo degli scambi commerciali internazionali. Non importa alle grandi imprese italiane che in India fanno affari che generano profitti a nove zeri.

Affari & Co - La Commessa Finmeccanica

In merito, infatti, non va dimenticato che proprio nelle ore in cui il governo Monti, con l'ammiraglio Di Paola alla Difesa e Terzi alla Farnesina, rispediva in India i nostri marò, il ministro della Difesa di New Delhi annunciava il via libera per una generosissima commessa con il gruppo Finmeccanica. Come confermato anche dal Times of India che, in un articolo, si è domandato se il ritorno dei marò non fosse stato "influenzato" da valutazioni di ordine commerciale: "Non è chiaro se gli imprenditori italiani abbiano fatto pressioni al governo italiano per rimandarci i marò e a che livello". Non importa alle circa 400 società italiane che operano in India con scambi che si aggirano intorno ai 8,5 miliardi di dollari a cui si devono aggiungere i 1.000 miliardi di grandi opere che l'India vorrebbe realizzare entro il 2017 e che sono una sorta di miniera per le industrie di tutto il mondo.

Altri "non importa" di peso

 

Non importa al governo indiano

, che, anzi, vede l'opportunità di confermare, a livello internazionale, la propria forza e, a livello interno, per attaccare gli avversari politici in vista delle elezioni. Non importa alle organizzazioni internazionali, Nato, ONU e Unione Europea in primis, che ormai sembrano intervenire solo e unicamente per tutelare gli interessi economici di pochi, anzi pochissimi. E l'Italia, evidentemente, non è tra questi.... Gli unici a cui importa qualcosa della vicenda sono i nostri militari che, in cambio di aver operato, probabilmente, nel rispetto di protocolli sottoscritti per tutelare gli interessi delle grandi multinazionali che gestiscono gli scambi internazionali, dovranno subire due processi, rischiando l'esilio, la qualifica dispregiativa di "terroristi" e, forse, anche la pena capitale. La verità è che, nonostante gli sforzi di tutti i nostri parlamentari governanti per far credere agli italiani che l'Italia è ancora uno dei maggiori Paesi del mondo, oggi il Bel Paese è solo un "bel mercato" per le aziende da sfruttare per vendere ai cittadini questo o quell'oggetto prodotto altrove. Spesso proprio in India.

 

inserito da domenico marigliano blogger

 

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