L’IMPERIALISMO

L’IMPERIALISMO

CONTESTO STORICO

Alla fine del XIX° secolo, Europa e Usa erano progrediti economicamente e socialmente in una misura senza precedenti; il mutamento dovuto ai progressi nella scienza, nella tecnologia, nella cultura ecc…, fu sbalorditivo. Mentre gli Stati Uniti erano assorbiti dalle loro vicende interne, in Europa, tra Germania e Gran Bretagna, nacque una sfida economica che riguardava sia il settore industriale sia quello commerciale. La sfida mostrò la sua portata alle origini del XX° secolo, quando la Germania superò la Gran Bretagna nella produzione di ferro E acciaio e nelle esportazioni. Nonostante lo sviluppo economico e tecnologico conferisse all’Europa una schiacciante superiorità sul resto del mondo, nuove potenze cominciavano ad affacciarsi sulla scena mondiale (Usa, Giappone…) e ad ambire a posizioni più prestigiose e di potere; ciò iniziò ad incrinare e ad inasprire i rapporti internazionali tra i vari stati. In questo contesto, che preannunciava una grande e generale crisi ebbe origine l’imperialismo.

Per comprendere il fenomeno, occorre ricordare che, in seguito alla I Rivoluzione Industriale, il capitalismo industriale si era ormai pienamente affermato in tutti i principali paesi europei e a partire dalla metà dell’800, periodo in cui si fa nascere la Seconda Rivoluzione Industriale, esso fu affiancato dal capitalismo finanziario. L’imperialismo è, quindi, espressione della Rivoluzione Industriale, e dello sviluppo capitalistico.
La Gran Bretagna, nella quale il sistema industriale si era affermato, prima che altrove, era alla testa di tale processo.

DEFINIZIONE

L’imperialismo è la tendenza degli stati ad estendere il territorio sotto la loro influenza per creare comunità politiche che conglobano sotto un unico dominio popolazioni e territori originariamente diversi e separati. L’imperialismo fonda la sua ragion d’essere sull’esistenza di un rapporto di minaccia reciproca tra gli stati, di una inimicizia tale da rendere in ciascuno di essi irresistibile il desiderio di rafforzarsi e di espandersi a spese degli altri.

Benché il termine sia relativamente recente (poiché entrò in uso alla fine dell’800 per indicare la politica di espansione dell’Inghilterra Vittoriana), la tendenza imperialista era intrinseca in ogni potere politico perché ogni stato avrebbe voluto (e vorrebbe espandersi) in misura maggiore o minore in ragione della propria forza.

 

IMPERALISMO COME NUOVA FORMA DI COLONIALISMO

L’imperialismo viene anche concepito come l’esasperazione della politica coloniale che gli stati adottarono fino al 1870 circa; in questa data nacque una nuova ondata colonialistica con motivazioni economiche nettamente differenti da quelle che avevano sostenuto le precedenti esperienze coloniali. Il nuovo sviluppo capitalistico aveva modificato i rapporti tra le aree industrializzate e quelle non sviluppate; infatti fino a quel momento l’espansione coloniale aveva come fondamento il desiderio di scoprire territori da sfruttare economicamente, ovvero da cui importare materie prime necessarie alle industrie nazionali, e in cui inviare la popolazione numericamente in esubero per offrirle occasioni di lavoro e di guadagno. Ora l’obiettivo era quello di conquistare nuovi mercati ove collocare i beni eccedenti rispetto alle possibilità di consumo del mercato interno, inoltre le attività connesse con tale politica fornivano un’ottima occasione di sviluppo ad alcuni settori industriali; infine la conquista di territori permetteva l’utilizzazione di ingenti capitali finanziari che non trovavano impiego nel paese d’origine.

A tali pressanti motivazioni economiche si andarono affiancando quelle politico-militari, come la volontà di rafforzare le proprie posizioni all’interno del sistema mondiale, attraverso l’accrescimento di domini extraeuropei. Essi diventarono lo strumento di verifica dei rapporti di forza tra le varie potenze europee e le loro ambizioni rispetto al continente, che in seguito porteranno alla prima Guerra Mondiale.

L’ideologia imperialistica, quindi, sosteneva che ogni potenza, per essere degna di tale nome, doveva colonizzare e possedere un impero.

 

Ti prego di non dimenticare che l’essere
che tu chiami tuo schiavo è nato dal tuo stesso seme,
gode del tuo stesso cielo, respira la tua stessa aria,
vive e muore come te!
Guardati dal disprezzare un uomo la cui condizione
può essere la tua, nel momento in cui gli manifesti
il tuo disprezzo.
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Seneca, Lettere a Lucilio (63-65)

PRIMA FASE DEL COLONIALISMO

COLONIE: in America

COLONIZZATORI: Spagna e Portogallo

MOTIVAZIONI: Approvvigionamento di materie prime e emigrazione di popolazione eccedente

SECONDA FASE DEL COLONIALISMO

COLONIE: in Asia e Africa

COLONIZZATORI: Inghilterra, Francia e Germania

MOTIVAZIONI: Mercati di sbocco, investimento di capitali, accrescimento territoriale e opera civilizzatrice

Nell’imperialismo si trovano intrecciati aspetti politici ed economici, ma hanno pari importanza gli aspetti ideologico-culturali.Infatti ogni manifestazione imperialistica si è sempre auto giustificata e quindi interpretata, come mossa da ragioni di carattere ideale. E’ evidente la funzione di pretesto o di razionalizzazione che hanno ricoperto, anche se collegate ad altre cause di natura diversa.

Le nazioni colonialiste tradizionali, a cui in Europa si aggiunsero l’Italia, il Belgio e la Germania, e fuori dall’Europa gli USA e il Giappone, iniziarono la conquista delle zone colonializzabili dell’Asia e l’occupazione di tutta l’Africa (essa cominciò solo allora ad essere conosciuta in tutta la sua ricchezza e vastità ).

La rapidità con la quale furono compiute le nuove conquiste, e l’immediata espansione di tutte le grandi potenze nell’ultimo ventennio del XIX° secolo avrebbero provocato gravi conflitti, assai più gravi di quelli che precedentemente avevano pesato sull’Europa.

Vennero così escogitati strumenti per impedire o quanto meno attenuare tali conflitti:

  • Riunioni delle potenze in conferenze internazionali ( ve ne furono molte, l’idea partì da Leopoldo re del Belgio: Bruxelles (‘76-’90) Berlino (’78 e ’85) )
  • Nuove forme di espansione ( protettorato, hinterlands, zone di influenza…)
  • Ricostruzione di compagnie coloniali

 

L’ETA’ DELL’IMPERIALISMO: STORIA E CONCETTO

Il concetto di imperialismo è carico di molti significati ed è oggi spesso uno slogan politico, del quale si ignora la genesi storica. Il contrasto tra le grandi potenze può essere rappresentato come una lotta all’imperialismo, nella quale si intrecciano motivi politici, economici e ideologici. Storicamente bisogna tentare di periodizzare e di caratterizzare nella loro specificità le varie epoche. L’esistenza degli "imperi", la volontà di espansione e di sopraffazione, lo spirito aggressivo sono molto antichi, e sono evidenti anche nel mondo nel quale viviamo; tuttavia l’ "imperialismo al quale ci riferiamo è storicamente determinato, cioè il periodo che va grosso modo dal 1870 al 1914-1918 .

Alla definizione della specificità dell’<<età dell’imperialismo>> hanno molto contribuito l’analisi e il dibattito, che in quello stesso periodo ebbero inizio e poi si svilupparono sul concetto delle forme dell’imperialismo e che furono condotti soprattutto da parte degli antimperialisti, e del marxisti in particolare. Ma è egualmente indubbio che tale discorso nasceva dall’osservazione di fatti di una evidenza straordinaria, come la spartizione di un intero continente, l’Africa, tra le grandi potenze coloniali, come la lotta per la penetrazione politica ed economica degli Stati europei e degli Stati Uniti nell’Oriente e nell’America Latina. Vi erano precedenti antichi di tale espansione, ma mai l’occupazione di territori e la subordinazione economica avevano assunto un ritmo così rapido e travolgente.

L’IMPERIALISMO NEL SISTEMA MONDO

Era puramente un caso che i protagonisti di queste azioni fossero gli Stati capitalistici e industrializzati dell’emisfero occidentale, ai quali, con un rapido processo di industrializzazione, stava affiancandosi il Giappone? Si tratta di chiedersi se sia lecito, o non sia addirittura necessario per la comprensione dei fatti storici, cogliere alcune caratteristiche fondamentali di un certo periodo, che non sono puramente economiche, ma investono le condizioni generali nelle quali gli uomini vivono. In tal senso la definizione di "età dell’imperialismo" sembra a tutt’oggi la più adeguata a designare l’epoca storica nella quale il capitalismo raggiunse una certa fase del suo sviluppo, permeò profondamente di sé tutte le strutture degli stati industrializzati, e stese il suo sistema a tutto il mondo. Essenziale è l’integrazione nel sistema di ogni parte del mondo, con l’accentuarsi del fenomeno dello sviluppo ineguale tra paesi avanzati e paesi arretrati.

La differenza tra l’economista puro, e il teorico dell’economia e lo storico è che i primi possono costruire un modello in cui sia possibile anche ipotizzare lo sviluppo pacifico del capitalismo, la possibilità e la convenienza di allargare il mercato interno e investire all’interno anziché all’estero, calcolare il passivo dell’espansione coloniale; lo storico deve invece constatare che in un determinato periodo la preoccupazione per il rifornimento di materie prime, per gli sbocchi di merci e di capitale ebbe una grande importanza, che la difesa degli interessi militari si confuse con quella degli interessi economici, che il conflitto tra il vecchio imperialismo e l’aggressivo imperialismo tedesco fu una delle cause determinanti della prima guerra mondiale; lo storico deve constatare che tra il 1880 e il 1914, si compì l’integrazione capitalistica del mondo. La contraddizione tra esasperato nazionalismo e dimensioni internazionali e mondiali del fenomeno è un aspetto di questo periodo.

Non sorprende che il dibattito sull’imperialismo prenda inizialmente rilievo in Gran Bretagna, paese che aveva già a metà dell’Ottocento i più vasti interessi imperiali e dove, negli anni Settanta, intorno alla politica di Disraeli si apriva un’accesa polemica.

 

LA POLITICA DI DISRAELI

Il discorso pronunziato da Disraeli nel giugno 1872 viene generalmente considerato come segno di chiusura di un’epoca, l’età del liberalismo e l’inizio di quel "conservatorismo sociale", che prenderà più tardi anche il nome di "imperialismo sociale" e avrà in Chamberlain il suo più noto rappresentante.

Disraeli, riferendosi alla riforma elettorale del 1867-1868 affermava che questa legge era basata sulla fiducia che la gran massa della popolazione fosse "conservatrice", ovvero egli sosteneva che il popolo inglese è orgoglioso di appartenere a un grande paese imperiale, e sono decise a mantenere il loro impero, che credono che la grandezza e l’impero dell’Inghilterra debbano essere attribuiti alle sue antiche istituzioni.

Come si vede, l’obiettivo è di assicurare una base di massa alla politica imperiale , obiettivo che sarà raggiunto senza grandi difficoltà nei successivi decenni, richiamandosi all’orgoglio nazionale e alle passioni nazionalistiche. Attaccando la concezione cosmopolita del liberalismo, che in alcuni casi è raggiunta fino a prospettare la possibilità della dissoluzione dell’impero. Disraeli riprende più volte il tema della difesa delle istituzioni britanniche. Egli sostiene che la classe lavoratrice è attaccata ai principi nazionali, vuol mantenere la grandezza dell’impero ed è orgogliosa di essere suddita del sovrano e parte attiva di tale impero.

L’IMPERIALISMO SOCIALE

Il conservatorismo e l’imperialismo prospettati da Disraeli, in nome del partito tory completano il programma di difesa delle istituzioni, della tradizione e dell’impero con un altro punto che ne evidenzia l’attributo "sociale": l’impegno di elevare la condizione delle masse popolari. Contro il liberalismo sfrenato, contro la fiducia nel regolamento automatico del mercato. Disraeli aveva buon gioco a presentare se stesso e i tories come difensori degli interessi popolari e delle classi lavoratrici, sostenendo che non si poteva realizzare nessun progresso importante se non si riusciva a ridurre <<le ore lavorative e rendere più umano il lavoro>>.

 

AFFERMAZIONE DELL’IDEA IMPERIALE

Sul terreno politico la linea <<imperialistica>> di Disraeli appariva ancora, alla maggioranza dell’opinione pubblica inglese, inaccettabile. Il liberale Gladstone riuscì ad avere ragione del suo avversario, richiamandosi ai principi del liberalismo, ripudiando lo spirito di conquista, esaltando la concezione di un impero fondato sulla decentralizzazione e la libera cooperazione. E’ ben noto tuttavia che lo stesso Gladstone non poté poi fare a meno di occupare l’Egitto.

La Francia, l’altra grande antica potenza coloniale, non era da meno: tra il 1878 e il 1882 aveva proceduto ad occupare posizioni economiche e politiche sempre più importanti in Tunisia.

L’AFRICA E L’IMPERIALISMO

La spartizione dell’Africa non fu per gli europei un’impresa eccessivamente difficile, poiché vi si accinsero nel momento storico di massima superiorità rispetto agli altri continenti. Lo sviluppo economico e il progresso tecnico conferivano loro una sicurezza e una forza invincibili, mentre la cultura e l’organizzazione politica assicuravano un potenziale non inferiore a quello europeo. Che l’Europa avesse la potenza necessaria per soggiogare l’Africa era evidente: ma i suoi governi lo volevano davvero? Nel ricercare in Europa le cause dell’espansione verso l’Africa, i teorici dell’imperialismo hanno cercato in direzione sbagliata. I mutamenti fondamentali che misero in moto il processo avvennero nella stessa Africa. Questo continente entrò nella storia moderna in seguito al crollo di un’antica potenza nel nord e al sorgere di una nuova nel sud.

 

LA POSIZIONE DI FERRY

Ferry pronunziò nel 1885 nel parlamento francese una vera e propria "teoria del colonialismo"; si parlava di una forma moderna di colonizzazione: non più l’esportazione di coloni, ma di capitali e di merci che non trovassero opportuno collocamento nella madrepatria.

Ferry affermava che nella crisi, che tutte le industrie europee attraversavano, la fondazione di una colonia costituisce la creazione di uno sbocco; con questo riferimento alla crisi egli accennava alle difficoltà che si fecero sentire in tutti i paesi economicamente avanzati, già inseriti cioè nel sistema capitalistico, a partire dal 1873 fino al 1896, in un ciclo al quale gli studiosi hanno dato il nome di <<lunga depressione>>.

Sovrapproduzione industriale, crollo dei prezzi, crisi agraria, sovrabbondanza di capitali in cerca di investimenti furono dunque alcune delle caratteristiche essenziali di quel ventennio; nonostante queste difficoltà, la capacità produttiva e la potenza economica dei paesi industrialmente più forti non furono intaccate e maturarono le condizioni di un nuovo sviluppo, che si manifestò negli ultimi anni del secolo e nel primo decennio del Novecento, suscitando un’ondata di rinnovata fiducia capitalistica.

All’affermazione della funzione economica delle colonie, si accompagnava nella concezione di Ferry, che non tarderà a prevalere nei circoli dirigenti, il "diritto" delle "razze superiori" a dominare "Quelle inferiori". Ferry ribadiva con forza il suo concetto secondo cui compete alle razze superiori un diritto, cui fa riscontro un dovere che loro incombe: quello di civilizzare le razze inferiori. Gli appelli all’orgoglio nazionale, alla potenza economica e militare e l’ideologia della "missione civilizzatrice" dell’uomo bianco e delle razze superiori trovarono un uditorio sempre meglio disposto ad accoglierli.

 

LA NUOVA ETA’ INDUSTRIALE

Si devono spiegare i fattori che distinguevano il tardo imperialismo del XIX° secolo dall’imperialismo delle età precedenti, e ciò non si può fare senza tenere conto dei fondamentali cambiamenti, sociali ed economici, del periodo successivo al ’70. In primo luogo, la rivoluzione industriale aveva creato enormi differenze tra le parti sviluppate e quelle non sviluppate del mondo e le migliori comunicazioni e innovazioni tecniche avevano aumentato smisuratamente le possibilità di sfruttare i territori sottosviluppati.

L’industria necessitava di nuovi mercati, la finanza voleva assicurarsi investimenti più sicuri e redditizi di capitale all’estero, tutto ciò spingeva sempre più all’espansione oltremare. D’altra parte, la dipendenza crescente delle società europee industrializzate dai territori d’oltremare per i rifornimenti di materie prime era stimolo potente all’imperialismo; dal momento che nella nuova età industriale nessuna nazione poteva sperare all’autosufficienza , era necessario che ogni paese industriale si creasse un impero coloniale protetto se necessario da tariffe doganali contro la concorrenza estera, in cui la madrepatria avrebbe fornito manufatti in cambio di materie prime. Gli errori insiti in questa dottrina sono stati spesso dimostrati, ma le critiche non servirono a togliere l’efficacia psicologica. "I giorni delle piccole nazioni" diceva Chamberlain "sono passati da un pezzo; sono arrivati i giorni degli imperi".

Non è stato sempre l’imperialismo caratterizzato dal dominio di un popolo su altri e, in particolare, la Gran Bretagna non ha operato imperialisticamente anche nell’età nella quale sembrava dominare la teoria del libero commercio?

La risposta che già dava Lenin non ha perso la sua efficacia: <<Politica coloniale e imperialismo esistevano prima del capitalismo, ma le considerazioni "generali" sull’imperialismo che dimentichino le fondamentali differenze tra le formazioni economico-sociali, degenerano in vuote banalità>>.

Espansione politica e penetrazione economica procedono di pari passo, e le preoccupazioni e le occupazioni di carattere militare si confondono con la cura e la difesa delle posizioni economiche. Lord Salisbury, con non minore chiarezza di Ferry affermava che <<il commercio di un grande paese commerciale come il nostro non può fiorire - e la storia lo conferma sempre più - se non all’ombra dell’impero e coloro che vogliono liquidare l’impero per far prosperare il commercio perderebbero l’uno e l’altro.

Erano ormai questi i concetti che prevalevano sul finire del secolo e nel primo decennio del Novecento nei governi e nelle classi dirigenti dei paesi europei, con l’esaltazione, da una parte, dei progressi del capitalismo industriale, e con la speranza, dall’altra, di risolvere le contraddizioni politiche ed economiche, che si manifestavano con l’inasprirsi della lotta di classe, assoggettando le popolazioni "inferiori" e sfruttando le loro risorse a vantaggio della madrepatria.

HOBSON: NAZIONALISMO, IMPERIALISMO E ASPETTI ECONOMICI DEL COLONIALISMO

NAZIONALITA’ E COLONIE

Il colonialismo può essere considerato, come un’espansione di nazionalità, un ampliamento territoriale, della lingua e delle istituzioni della nazione, quando consiste nella migrazione di parte di una nazione in terre straniere disabitate o scarsamente popolate, in cui gli emigranti portano con sé pieni diritti di cittadinanza nella madrepatria, oppure stabiliscono autogoverni locali in stretta conformità con le istituzioni di essa e sotto il controllo definitivo. Poche colonie nella storia sono rimaste a lungo in questa condizione quando erano distanti dalla madrepatria: esse hanno rotto la relazione e si sono costituite per proprio conto come nazionalità indipendenti, o sono state tenute nel completo asservimento politico per quanto riguarda tutti i livelli più alti di governo.

NAZIONALISMO E IMPERIALISMO

La novità del recente imperialismo, consiste soprattutto nella sua adozione da parte di diverse nazioni. Il concetto di numerosi imperi in competizione è essenzialmente moderno.

Il nazionalismo è una strada maestra per l’internazionalismo: se prende un’altra rotta può evolvere in un pervertimento, quale l’imperialismo, dove le nazioni, trasformano la rivalità dei vari tipi nazionali nella lotta accanita d’imperi in competizione.

L’imperialismo che ne deriva, è un imperialismo aggressivo, che fa fallire il movimento verso l’internazionalismo, alimentando l’animosità tra gli imperi in competizione: il suo attacco alle libertà e all’esistenza di razze più deboli o inferiori provoca in esse un corrispondente eccesso di autocoscienza nazionale.

L’IMPERIALISMO E L’ECONOMIA

I politici assertori del libero scambio, ambivano al rapido sviluppo di un’effettiva e reale collaborazione tra le nazioni (internazionalismo) non formale ma concretamente sviluppata attraverso la pacifica e vantaggiosa circolazione dei beni e delle idee per quei governi che riconoscessero una giusta armonia negli interessi, comunque tra popoli liberi.

Queste lecite aspirazioni progressiste però si spensero con il prepotente avvento del nazionalismo inteso come aspirazione imperial-coloniale. E’ così che, mentre nazionalità in grado di coesistere, sono capaci di aiutarsi reciprocamente senza antagonismo diretto da interessi individuali, imperi coesistenti che perseguono ciascuno la propria corsa espansionistica sia territoriale che industriale, inevitabilmente divengono acerrimi nemici in grado di scatenare terribili eventi distruttivi.

La natura di questo antagonismo è facilmente comprensibile, se si analizza l’aspetto economico della "conquista dei mercati"; aspetto determinante nella moderna produzione capitalistica.

La lotta per l’Africa e l’Asia ha virtualmente rielaborato la politica di tutte le nazioni europee, ha evocato alleanze che contrastano con tutti i criteri naturali di affinità e di associazione storica, ha spinto ogni nazione continentale a consumare una parte sempre crescente delle proprie risorse materiali ed umane per l’equipaggiamento militare e navale, ha tratto dal suo isolamento nel pieno dell’ondata di competizione, la nuova grande potenza degli Stati Uniti, proiettando sulla scena politica una costante minaccia di perturbamento per la pace ed il progresso del genere umano.

I PARASSITI ECONOMICI DELL’IMPERIALISMO

Vedendo che l’imperialismo degli ultimi sei decenni è chiaramente condannato come sistema di commercio, in quanto per una spesa enorme ha procurato un esiguo, malsicuro aumento dei mercati e messo a repentaglio l’intera ricchezza della nazione, provocando il risentimento di altre nazioni, potremmo chiederci da quale motivo la nazione Britannica sia indotta ad imbarcarsi in un affare così deleterio. La risposta possibile è che gli interessi economici della nazione nel suo complesso sono subordinati a certi interessi settoriali che usurpano il controllo delle risorse nazionali e le usano per il loro guadagno privato.

Nonostante il nuovo imperialismo sia stato un cattivo affare per la nazione, esso è stato un buon affare per certe classi sociali ed entità economiche all’interno della nazione; in effetti la forte spesa in armamenti, le dispendiose guerre, i gravi rischi e le difficoltà della politica estera, gli ostacoli alle riforme politiche e sociali in Gran Bretagna, benché carichi di danni per la nazione, hanno servito bene gli attuali interessi economici di certe industrie e professioni che hanno progredito smisuratamente e con la rapidità non eguagliabile in situazioni di normalità.

I risultati economici dell’imperialismo sono molteplici: un gran dispendio di pubblico denaro in tutte quelle attrezzature a supporto della conquista come navi, cannoni, equipaggiamenti militari, rifornimenti e con il risultato di generare enormi guadagni quando una guerra si manifesta o con il solo allarme di guerra, prossima e possibile; nuovi prestiti pubblici e rilevanti fluttuazioni nelle Borse nazionali e straniere, valorizzazione degli investimenti esteri, conquista di mercati per alcune merci di esportazione.

E’ così che determinati interessi commerciali e professionali, nutrendosi dell’evento imperialistico sono stimolati in contrasto con il bene comune. Se i 60.000.000 di sterline che attualmente si possono considerare come la spesa minima per armamenti in tempo di pace, fossero sottoposti ad un’analisi rigorosa, la maggior parte di essi sarebbe rintracciato direttamente nelle casse di alcune grandi società impegnate nella costruzione di navi da guerra mezzi di trasporto e materiale bellico vario ed in tutti quei rifornimenti logistici all’attività bellica. Attraverso questi canali principali i milioni fluiscono per alimentare molte aziende secondarie, la maggior parte delle quali ben consapevoli di essere impegnate nell’esecuzione di appalti per le forze armate.

La posizione che questo commercio occupa, rispetto all’industria inglese nel suo complesso non è grande, ma una parte di essa è estremamente influente e capace di esercitare un condizionamento ed una pressione decisiva sulla politica.

Le forze armate sono imperialiste per convinzione e convenienza corporativa e il rafforzamento delle forze della marina dell’esercito e dell’aviazione accresce per conseguenza il potere politico che le realtà militari esercitano.

IMPERIALISMO E INVESTIMENTI

Il fattore economico prevalente nell’imperialismo è l’influenza relativa agli investimenti. Ogni nazione industriale avanzata ha teso a collocare una parte crescente del suo capitale fuori dei limiti della propria area politica e di trarre un reddito crescente da questa fonte.

La moderna politica estera della Gran Bretagna è stata soprattutto una lotta per conquistare mercati d’investimento vantaggiosi. Ogni anno di più, lo stato è diventata una nazione che vive sul tributo dell’estero e le classi che godono di questo tributo hanno incentivo sempre crescente ad impiegare la politica pubblica, il denaro pubblico, la forza pubblica per estendere il campo dei loro investimenti privati, per salvaguardare e far progredire i loro investimenti in atto. Quel che vale per la Gran Bretagna, è altrettanto vero per la Francia, la Germania, gli Stati Uniti, e per tutti i paesi in cui il moderno capitalismo ha posto ampie eccedenze di risparmio nelle mani di una plutocrazia o di una classe media risparmiatrice.

L’imperialismo aggressivo che costa tanto caro al contribuente,che è di scarsa utilità per l’industriale e il commerciante e che è pieno di rischio per il cittadino, è una fonte di grosso guadagno per l’investitore che non trova nel suo paese l’uso proficuo che cerca per il proprio capitale, e insiste perché il suo governo lo aiuti a trovare investimenti sicuri e vantaggiosi all’estero.

Gli Investitori che hanno collocato il proprio denaro in terre straniere, a condizione che tengano bene presente i rischi connessi con lo stato politico del paese, desiderano utilizzare le risorse del loro governo per rendere minimi questi rischi e così aumentare il valore del capitale e l’interesse dei loro privati investimenti. Le classi investitrici e speculative generalmente hanno anche richiesto che la Gran Bretagna prendesse altre aree straniere sotto la sua bandiera allo scopo di assicurarsi nuove regioni per investimenti vantaggiosi e speculazioni.

LA SPECULAZIONE FINANZIARIA

Se l’interesse particolare dell’investitore è soggetto a scontrarsi con l’interesse pubblico e a produrre una politica rovinosa, ancor più pericoloso è l’interesse particolare del finanziere, il gestore generale degli investimenti. La truppa degli investitori compone le grandi case finanziarie, che usano i valori di Borsa non tanto come investimenti per procurarsi un interesse, quanto come materiale di speculazione sul mercato monetario.

Queste grandi società a carattere finanziario formano il nucleo del capitalismo internazionale. Unite da legami organizzativi ferrei, sempre in stretto contatto reciproco, situate nel cuore stesso della capitale economica di ogni stato, controllate, quasi unicamente da organizzazioni di uomini che hanno alle spalle molti secoli di esperienza finanziaria, esse si trovano in una posizione unica per manipolare la politica delle nazioni.

Ogni grande atto politico che comporti un nuovo flusso di capitale, o un’ampia fluttuazione dei valori degli investimenti attuali, deve ottenere la ratifica e l’appoggio pratico di questo piccolo gruppo di re della finanza.

Come investitori, la loro influenza politica non differisce sostanzialmente da quella degli investitori minori, tranne nel fatto che essi hanno abitualmente un controllo pratico, degli affari in cui investono. Come speculatori o negoziatori finanziari essi costituiscono, comunque, il più grosso fattore, considerato singolarmente, nell’economia dell’imperialismo.

Una politica che desta timori di aggressione negli stati asiatici e che attizza la rivalità delle nazioni commerciali d’Europa, evoca ampie spese in armamenti e debiti pubblici che si accumulano sempre, mentre le incertezze e i rischi che derivano da questa politica danno luogo a quella costante oscillazione del valore dei titoli che è così vantaggiosa per l’abile finanziere.

La ricchezza di questi gruppi, la gamma delle loro operazioni e la loro organizzazione cosmopolita ne fanno le principali cause determinanti della politica imperiale. Essi hanno il più ampio e decisivo interesse nell’economia imperialistica, e i più ampi mezzi per imporre la loro volontà alla politica delle nazioni. La forza motrice dell’imperialismo non è prevalentemente finanziaria; la finanza manipola le forze patriottiche che sono generate da politici, soldati, filantropi, e commercianti; l’entusiasmo che proviene da queste fonti è irregolare e cieco; l’interesse finanziario invece possiede quelle qualità di concentrazione e di calcolo che sono necessarie per mettere in moto l’imperialismo, la diretta influenza esercitata da grandi gruppi finanziari sull’<<alta politica>>, è fondata sul controllo che essi esercitano sulla massa dell’opinione pubblica attraverso la stampa, che, in ogni paese "civile" diventa sempre più un loro strumento obbediente. Lo schieramento delle forze economiche che appoggiano l’imperialismo è rappresentato da un ampio gruppo di mestieri e professioni che cercano buoni affari ed impieghi redditizi nell’espansione delle forze militari e civili, nella spesa per operazioni militari, nell’apertura di nuovi spazi territoriali e nel commercio con questi, nel rifornimento di nuovo capitale che queste operazioni richiedono; tutti questi fattori trovano poi una guida e una forza direttiva nel potere dei gruppi finanziari generali. Il gioco di queste forze non appare in superficie. Esse non sono altro che parassiti che sfruttano il patriottismo, nascondendosi sotto i suoi vessilli protettori.

LE RADICI ECONOMICHE DELL’IMPERIALISMO

Un’epoca di feroce competizione, seguita da un rapido processo di amalgama, ha portato un’enorme quantità di ricchezza nelle mani di un ristretto numero di capitani d’industria. Nessun lusso privato a cui questa classe potesse giungere ha tenuto il passo con il suo aumento di reddito, ed è cominciato un processo automatico di risparmio su una scala senza precedenti. l’investimento di questi risparmi un altre industrie ha contribuito a concentrare queste ultime sotto le stesse forze. Così un grande incremento dei risparmi in cerca di investimenti redditizi è contemporaneo ad una più stretta possibilità di uso del capitale esistente. Il rapido aumento di una popolazione, abituata ad un alto e sempre crescente livello di agiatezza, assorbe nella soddisfazione dei suoi bisogni un’ampia quota del nuovo capitale; così la quota reale del risparmio, unita ad un uso più razionale delle forme di capitale esistente, è stata nettamente superiore all’aumento del consumo nazionale di manufatti. La capacità produttiva ha superato di gran lunga il livello reale di consumo, e , in contrasto con la precedente teoria economica, è stata incapace di generare un corrispondente incremento di consumo, abbassando i prezzi.

(L’imperialismo americano è stato il prodotto naturale della pressione economica di un improvviso avanzamento del capitalismo che non poteva trovare un’utilizzazione all’interno e che aveva bisogno di mercati stranieri per merci e investimenti. Le stesse necessità esistevano nei paesi europei, che spingevano i governi verso una politica di espansione.)

SOTTOCONSUMI E IMPERIALISMO

Il risparmio può essere giustificato economicamente e dal punto di vista sociale, quando il capitale in cui esso prende materialmente corpo trova pieno impiego nel contribuire a produrre beni che, una volta prodotti verranno consumati; il risparmio al di sopra di queste quantità, provoca dei danni, concretizzandosi in un’eccedenza di capitale che non è necessaria a sostenere il consumo corrente, e che o resta inutilizzata, o tenta di privare il capitale esistente del suo impiego, o ancora cerca un impiego speculativo all’estero sotto la protezione del governo. Le motivazioni possono essere anche ricercate nella distribuzione differenziata della ricchezza. Se fosse operante una distribuzione del reddito o potere di consumo sulla base dei bisogni, il consumo salirebbe insieme con qualsiasi aumento della capacità produttiva, poiché i bisogni umani sono illimitati, e non potrebbe verificarsi nessuna eccedenza di risparmio. In realtà accade tutto l’inverso in una società economica in cui la distribuzione non ha relazioni costanti con i bisogni, ma è determinata da altre condizioni che assegnano ad alcune persone un potere di consumo che supera ampiamente i bisogni o gli usi possibili, mentre altri sono privi perfino del potere di consumo sufficiente a soddisfare completamente le necessità primarie.

LA SOLUZIONE CONSUMISTICA

Non è il progresso industriale che richiede l’apertura di nuovi mercati ed aree d’investimento, ma la cattiva distribuzione del potere di consumo che impedisce l’assorbimento di beni e di capitale all’interno del paese. L’eccedenza di risparmio che è alla radice dell’imperialismo, si rivela così costituita di rendite, profitti monopolistici, e altri immeritati elementi di redditi, che non essendo guadagnati col lavoro non hanno legittima "ragion d’essere". Privi di una naturale relazione con lo sforzo produttivo, spingono i loro beneficiari ad alcuna corrispondente soddisfazione di consumo: ma costituiscono una ricchezza eccedente, che tende ad accumularsi come risparmio eccedente.

Solo con una svolta nell’equilibrio delle forze politico-economiche che tolga a questi possessori il loro eccesso di capitali, di redditi e lo faccia confluire o verso i lavoratori (sotto forma di salari più alti), o verso la comunità, (sotto forma di esenzioni fiscali), in modo che sia speso piuttosto di essere risparmiato, non ci sarà più bisogno di combattere per mercati stranieri o per aree straniere d’investimento; quindi l’unica salvezza delle nazioni consiste nel sottrarre gli incrementi di reddito immeritato alle classi possidenti, e di aggiungerli al reddito salariale delle classi lavoratrici o al reddito pubblico, perché possano essere spesi nell’aumentare il livello di consumo.

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