Le testimonianze strage dei bambini di Gorla fatta dall'15a Air Force .

Queste testimonianze (se non diversamente specificato) sono state raccolte dal dottor Achille Rastelli principalmente fra il 1994 ed il 2000, e sono presenti sul libro "Bombe sulla città" (vedi pagina). Sappiamo che sono numerose, ma vi chiediamo lo stesso di trovare il tempo necessario a leggerle tutte; solo così vi sarà possibile avere un'idea completa degli avvenimenti di quella mattina.

 

 

Prima di iniziare la sequenza delle testimonianze, desideriamo pubblicare il racconto della signora Elisa Zoppelli Rumi che narra la vera storia del Monumento ai Piccoli Martiri

Per evitare che il tempo ne disperda il ricordo e per stabilire una volta per tutte la verità, io, che nella tragedia ho perso due figli, desidero raccontare la vera storia del Monumento ai "Piccoli Martiri di Gorla".

Il monumento ossario ai Piccoli Martiri della scuola di Gorla è sorto per volontà dei genitori delle vittime di quel tragico 20 ottobre 1944. Il terreno dove sorgeva la vecchia scuola, dopo la tragedia dove perirono i nostri cari figli, era stato messo in vendita dal Comune per la cifra di Lit. 6.000.000 (sei milioni) che, secondo quanto si diceva in giro, sarebbe stato utilizzato per la costruzione di un cinema. Lo ricordo con angoscia come se fosse ora; noi genitori, indignati, decidemmo di fare un esposto in Comune e istituimmo un comitato. Mio marito ed altri padri delle vittime si recarono a Palazzo Marino per ottenere la concessione del terreno sopra il quale sorgeva la scuola, ma poichè non si riusciva ad ottenerla, in quanto volevano effettivamente costruire un cinema, mio marito si alzò in piedi e disse queste testuali parole: "Ma la vita dei nostri figli vale dunque così poco?". A questo punto il sindaco, avvocato Antonio Greppi, commosso, allargò le braccia e rispose: "Sono padre anch'io... fate del terreno quello che volete".

Così si ottenne non solo l'appoggio del Comune, ma anche del sindaco, che riconobbe ufficialmente il nostro comitato a tutti gli effetti. Questo comitato per le onoranze ai Piccoli Martiri era così composto: dottoressa Tita Montagnani (moglie del senatore Montagnani), avvocato De Martino (reduce da Mauthausen), dottor Mario De' Conca, mio marito signor Luigi Rumi, signor Giovanni Zamboni e signor Gino Boerchi.

Il desiderio di noi genitori era di erigere un Monumento Ossario per tenere uniti i nostri figli e ricordare al mondo il sacrificio di tante vittime innocenti della guerra. Una parte della popolazione di Gorla, invece, tra i quali il Parroco d'allora, osteggiava la costruzione di questo Monumento, dicendo che quello non era un luogo sacro e preferiva che, con i fondi che sarebbero stati raccolti, si fosse costruito un asilo in parrocchia. Noi genitori, compatti, ci adoperammo in mille modi per procurarci i fondi necessari per avviare i lavori. I padri cominciarono la pietosa opera di scavare fra le macerie della scuola ed a togliere ad uno ad uno i mattoni, alcuni dei quali riportavano tracce evidenti dell'accaduto. Ogni mattone, se era in buono stato, valeva due lire, se era rovinato una lira soltanto. Quante lire mi sono passate per le mani e quante ne ho incollate e riordinate, stirandole! Ma il ricavato della vendita era troppo poco.

Cominciammo a raccogliere e vendere i tappi di stagnola delle bottiglie del latte, anche se questo ricavato era insufficiente. Contribuimmo poi alle spese in parte anche noi genitori e quante privazioni subimmo, perchè subito dopo la guerra la vita era molto cara e difficile per tutti. Intervenne allora la dottoressa Montagnani, che ci venne in aiuto organizzando al teatro alla Scala una serata di beneficienza e così poterono iniziare i lavori. Occorrevano però altri fondi e così la dottoressa Montagnani ci venne ancora in aiuto procurandoci del ferro, gentilmente offerto dalle Acciaierie Falck, in modo tale che il ricavato della vendita sarebbe servito per la prosecuzione dei lavori. La Rinascente, per la sua sede distrutta dalla guerra, avanzò del marmo di Candoglia e ce lo offrì: questo marmo venne utilizzato per l'approntamento dei loculi delle nostre vittime.

Venne in seguito organizzato un concorso tra alcuni scultori per eseguire un bozzetto del Monumento da dedicare ai nostri bambini e fra questi scegliemmo quello più adatto, realizzato dallo scultore Remo Brioschi. Detto bozzetto raffigurava una mamma piangente sulle cui braccia distese è adagiato il figlioletto morto per la guerra. Questo scultore si commosse e ci aiutò: realizzò l'opera d'arte chiedendo un compenso minimo. I fondi erano però ancora insufficienti e decidemmo allora di far stampare alcune cartoline raffiguranti il bozzetto e di venderle nelle scuole con l'approvazione del Provveditore agli Studi, professor Mazzuccanti. Con molti sacrifici noi genitori ci autotassammo ancora per poter ultimare i lavori e allo stesso tempo dare un contributo per l'asilo della parrocchia.

Finalmente il 20 ottobre 1947 si potè inaugurare il monumento, la cui madrina fu la dottoressa Montagnani, assistita dalla bambina Anna Maria Redaelli. I problemi però non erano finiti perchè i responsabili dell'eccidio offrirono una forte somma perchè il Monumento venisse demolito in quanto era una prova evidente del loro gravissimo sbaglio che li aveva portati a sganciare le bombe sulla scuola di Gorla invece che sullo scalo ferroviario di Greco.

Nelle fondamenta del Monumento Ossario è stata posta una pergamena con i nomi dei fondatori del Comitato del Monumento ai Piccoli Martiri, oltre a quello del sindaco Antonio Greppi e di Tita Montagnani. A tutte queste persone, ormai quasi tutte decedute, sono subentrate nel Comitato i loro figli, aiutati dall'Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra che ogni anno, nella ricorrenza, organizzano la triste commemorazione. Con il passare degli anni, a poco a poco, dai vari cimiteri della zona fu possibile riunire le diverse cassettine ossario e, a gruppi, accompagnarle con cerimonia religiosa, ricoperte da drappi rosa o azzurri, al luogo della tumulazione.

Ora da anni sono tutti riuniti con i loro insegnanti nel luogo dove perirono e chiedono che il loro sacrificio non sia stato vano, ma sia monito per allontanare lo spettro della guerra.

Questa è la vera storia del Monumento Ossario dei Piccoli Martiri di Gorla, eretto con grande sacrificio dai loro genitori.

 

Il monumento ai Piccoli Martiri come appariva intorno al 1950

Il monumento ai Piccoli Martiri come appariva intorno al 1950

Nella seconda metà degli anni '50 i resti dei bambini, ricoperti da drappi rosa o azzurri, vennero traslati nel monumento ossario dopo una cerimonia religiosa

Traslazione delle cassettine con i resti dei piccoli nel monumento ossario

 

Sul sito Youtube, nel canale dell'Istituto Luce è presente un filmato tratto da un cinegiornale dell'epoca, la "Settimana Incom" n. 90 dell'ottobre 1947 dove viene mostrata l'inaugurazione del monumento ai Piccoli Martiri alla presenza del Sindaco Antonio Greppi, della Dott.ssa Tita Montagnani (madrina del monumento), dell'On. Terracini (in rappresentanza del Presidente della Repubblica Prof. De Nicola) e della piccola Anna Maria Redaelli

Guarda il filmato               

 

 

Un ricordo a parte è per quella che ci piace definire la "Bandiera dei Piccoli Martiri", un simbolo con la sua storia che vogliamo brevemente raccontarvi:

Dopo l'inaugurazione del monumento, i parenti dei piccoli scomparsi decisero di intraprendere un'altra iniziativa, creare un simbolo che tramandasse negli anni il ricordo, vennero quindi contattate le seterie di Como che donarono un lungo drappo bianco sul quale le mamme ricamarono tante stelline rosse quanti erano i bambini morti, e alcune verdi a ricordare i loro insegnanti.

Alla bandiera il Comune di Milano conferì l'onoreficenza della Medaglia d'Oro al Valore Civile, a memoria di tutte quelle vittime innocenti.

In cerca di un gesto di riconciliazione con gli autori della strage, l'aviatore Manuel Lualdi portò il vessillo negli Stati Uniti con il suo piccolo aereo chiamato "l'Angelo dei Bimbi".

Recatosi dai dirigenti di quel Paese, ricevette però un'accoglienza a dir poco fredda, rimanendone deluso; decise allora di tornare sui suoi passi, evidentemente i responsabili non sentivano nessun peso sulla coscienza.

Viene esposta sul monumento alla ricorrenza di ogni anno.

 

La bandiera dei Piccoli Martiri ha tante stelline ricamate quanti sono i bambini morti

 

 

 

 

questa testimonianza, a differenza delle altre, è tratta dal racconto di Gina Fiorentini alla giornalista Bruna Bianchi del quotidiano "Il Giorno" in occasione della ricorrenza alcuni anni or sono

Il mio Dario sepolto vivo mentre cercava rifugio...

Le mamme avevano gli occhi sbarrati dal dolore. «Ero ferma davanti alle macerie della scuola crollata, ci sono stata per ore, e il mio bambino era là sotto. Era di venerdì, soltanto alla domenica mio marito l'ha trovato all'obitorio, tutto nudo ma bello, l'ha riconosciuto dai capelli che erano biondi. A fianco a lui c'erano dei sacchi con pezzi di bambini». 
Una delle mamme «con gli occhi sbarrati e instupidite dal dolore», come furono descritte all'epoca, simbolo delle 200 che hanno perso i loro figli per colpa della guerra, ha 87 anni. Vive a Bergamo da 32 e ogni anno si trova lì, in silenzio dignitoso, davanti al monumento in che ammonisce a lettere cubitali: «Ecco la guerra».

Piange ancora, 59 anni dopo, Gina Fiorentini, all'anniversario della più commovente strage italiana avvenuta durante la seconda guerra mondiale. Li hanno chiamati angeli, creature innocenti. Col tempo si sono conquistati l'appellativo onorevole di «Piccoli Martiri di Gorla». Nella piazzetta alle spalle di viale Monza, a ridosso della Martesana, dove una volta c'era la scuola elementare Francesco Crispi, ci sono solo ricordi amari per una manciata di mamme ancora vive.

Dario Franchi nel 1944 era un alunno di prima elementare. «Aveva sette anni perchè ha dovuto ripetere, è stato bocciato. Non era colpa sua, sono io che ho scoperto che la maestra lo picchiava col righello e l'ho detto alla direttrice. Era buono Dario, e aveva paura di tutto. Degli aerei non ne parliamo, si tappava le orecchie, poverino.

Quella mattina è andato a scuola con i suoi compagni e io l'ho fermato sulla porta perchè ho visto che aveva l'orlo del grembiulino nero scucito. Gliel'ho attaccato di corsa e ho pensato «chi cuce indosso va nel fosso». Mio Dio, che pensiero mi è venuto, alle 11 e 25 la bomba me l'ha portato via per sempre». Gina Fiorentini faceva la sarta in casa, il marito l'operaio alla Breda. Alle 11 e 20 suona la sirena, ma solo la seconda, non quella che avvertiva per tempo dell'avvistamento degli aerei. Erano 100 bombardieri alleati diretti da Foggia alle fabbriche metalmeccaniche oltre la ferrovia di Greco, la Breda, la Falck, la Marelli. Uno di loro si stacca dal gruppo e sbaglia rotta, un errore di 22 gradi che gli impedisce di sganciare sull'obiettivo. Pur di liberarsi del carico, o chissà perchè, il pilota americano decide di sganciare dove si trova: sotto di lui vede case e strade, ma sgancia ugualmente. Una bomba centra la scuola di Gorla, le altre a tappeto radono al suolo l'area periferica di Milano che alla fine raccoglie 635 cadaveri.

Fanno in tempo a scendere in rifugio gli alunni della scuola elementare di Precotto e si salveranno tutti. Non ce la fanno invece quelli di Gorla. «Era una giornata limpida e quei delinquenti hanno sbagliato. Quando ho sentito il colpo forte sono uscita per strada, come tanti. Abitavo in via Asiago ed ero in ciabatte, subito incontro uno in bicicletta che mi dice la scuola di Gorla è venuta giù tutta, ci sono solo macerie. Ho creduto di impazzire. Mio marito non lo trovavo, nessuno rispondeva al telefono della Breda, credevo fosse morto anche lui e invece quando alle 4 e mezza sono tornata a casa, ero stata lì tante ore senza trovare il mio Dario e senza poter fare niente, mi viene incontro e ci siamo abbracciati forte. Aveva saputo cos'era successo solo poco prima, all'uscita dalla fabbrica».

Nove anni dopo la morte del suo bambino, Gina Franchi ha avuto un altro figlio e l'ha chiamato Dario: «Insegna ai ragazzi, è nato per insegnare. E' un uomo giusto». 
Nella cripta dove riposano i 184 piccoli più i 20 che abitavano nelle vicinanze, neppure Gesù ha parole di pietà per gli errori umani: «E vi avevo detto di amarvi come fratelli».

 

 

testimonianza di Anna Bassis Ferrè

Io e mio marito lavoravamo in una legatoria e Margherita, pur avendo solo 8 anni, si preparava ed andava a scuola da sola. Era gia una donnina giudiziosa. Anche quel triste venerdi 20 ottobre 1944 l'avevamo salutata prima di andare al lavoro, convinti di rivederla felice al nostro ritorno, ma purtroppo come tanti altri scolari (quasi tutti) non ha fatto più ritorno a casa. Appena saputo della scuola bombardata, siamo accorsi, ma non l'abbiamo trovata. Avendo dei nostri parenti vicino al Cimitero Monumentale, siamo stati da loro ospitati una notte, non ce la sentivamo di tornare nella nostra casa da soli.

Al mattino presto siamo andati a cercarla. L'abbiamo trovata vicino alla sua maestra, la signorina Bianca Colombo. Il dolore per la sua perdita è stato immenso. Dopo circa un anno ho avuto un altro bambino che avrebbe dovuto lenire in parte la nostra disperazione; è vissuto però solo dieci giorni. Nel 1947 è nato un altro figliolo, ma anche lui mi ha lasciato troppo presto! Ho una nipote diciottenne, sua figlia, ma io vivo sola con i miei cari tristi ricordi. In particolare mi ritrovo spesso a parlare con la mia adorata bambina.

 

 

testimonianza di Tosca Beccari

20 ottobre 1944: una data stampata nella memoria, nonostante all'epoca avesi solo 8 anni. La scuola era cominciata da pochi giorni, in quegli anni le lezioni iniziavano il primo ottobre. Quel giorno era terso ed il sole brillava insolitamente per essere il mese d'ottobre. Io frequentavo la scuola elementare delle Suore Preziosine, vicino a casa mia, in via Padova. le classi erano state ricavate nel retro dell'abside della Chiesa di San Giuseppe dei Morenti; ad ogni piano corrispondeva una classe.

Quel giorno al suono del piccolo allarme, le Suore ci fecero scendere le scale ordinatamente ma molto in fretta e ci portarono nel sotterraneo della Chiesa che aveva grandi pilastri a sostegno del grande edificio; le pareti del sotterraneo però non erano ancora state erette, quindi dalle fondamenta della Chiesa si vedeva l'esterno. Scendendo le scale gia si sentivano scoppi di bombe sempre più vicini: ormai avevamo imparato a riconoscere la vicinanza del pericolo. Nel sotterraneo, le Suore ci misero a gruppetti intorno ai pilastri e intonarono preghiere e canti liturgici per distrarci, ma ad ogni scoppio che si udiva noi bambini urlavamo per la paura.

Finito il bombardamento le Suore ci fecero andare nel refettorio e si disposero a distribuire un po' di latte per rincuorarci, ma io scappai dalla scuola e me ne andai a casa. Nel cortile di casa le persone gia commentavano la notizia del bombardamento di Gorla. Ad un certo punto un signore che lavorava a Greco venne a casa in bicicletta e disse ai presenti che era stata rasa al suolo la scuola di Gorla. Io allora dissi: "ho due cugine che frequentano quella scuola!". Arrivarono a casa dal lavoro anche i miei genitori e con loro andai a casa della nonna, il luogo dove tutta la famiglia si riuniva nei momenti più difficili di quei terribili anni. Trovammo i nonni e tutto il resto della famiglia in preda alla disperazione e la nonna, con un pianto straziante, ci raccontò che le bambine erano sotto le macerie della scuola e che non si trovava più anche la zia e la cuginetta più piccola di due anni.

I fatti si erano svolti così: mia zia, sentito l'allarme, da via Asiago dove abitava era corsa con la bambina più piccola alla scuola per prendersi le figlie più grandi, una di otto e l'altra di dieci anni, ma giunta a scuola cominciarono a bombardare e allora, per non rimanere allo scoperto era entrata nell'edificio. Morì insieme alle tre figlie. Mi ricordo giorni terribili: lo zio, fratello di mio padre, inebetito con la famiglia completamente annientata; la ricerca dei corpi, poichè le vittime man mano che venivano estratte, erano portate negli obitori dei vari ospedali della città; lo strazio ed il dolore che impediva di identificare le nostre care. Finalmente, mia mamma e mia zia riconobbero i corpi prima della zia e poi delle sue figlie dalle magliette intime che la nonna confezionava a tutte le nipoti riciclando vecchia lana.

Ai funerali c'era tutta la gente di Crescenzago, Gorla e Precotto: tre piccole bare bianche, la più piccola adagiata sopra quella della mamma. La disperazione, l'angoscia, il dolore sono ricordi vivi, nonostante siano passati tantissimi anni. La nonna vestita di nero con lo scialle nero intorno alla testa era l'immagine dell'Addolorata. Lo zio non è mai riuscito a superare questa tragedia, nonostante si sia risposato, forse per cercare di sopravvivere. I suoi occhi erano sempre pieni di lacrime ogni volta che incontrava noi nipoti.

Voglio infine aggiungere una cosa che mi pare estremamente ingiusta: quando a Gorla, nel luogo dove sorgeva la scuola, eressero il monumento con l'annesso ossario, le Autorità negarono il permesso di collocare le ossa della mamma e della figlia più piccola con quelle delle figlie più grandi, in quanto solo queste erano alunne della scuola. Sono morte insieme e noi non abbiamo voluto dividerle in nessun modo, perciò esse sono sepolte nel Cimitero di Musocco. Quattro cellette, una accanto all'altra, a testimoniare l'assurdità della guerra. Esse vivranno sempre nel ricordo della famiglia Beccari e di tutti quelli che vissero quei giorni.

 

 

testimonianza di Pierina Cesarotti

Sono la sorella minore di una ragazzina di 14 anni che purtroppo perì quel giorno. Si chiamava Margherita Cesarotti ed era nata a Soncino (CR) il 9 maggio 1930: abitavamo allora nei pressi della scuola, in via Asiago 56. Mia sorella, superata la quinta elementare, come d'uso in quei tempi era apprendista da una sarta che abitava in una cascina davanti alla scuola.

Il tremendo bombardamento coinvolse tutta la zona circostante; mia sorella si trovava seduta davanti alla macchina per cucire che la schiacciò sotto il suo peso, ferendola gravemente al viso ed alla testa, accecandola. fu deposta per errore fra i bambini morti, dove nostro padre la trovò dopo affannose ricerche in tutti gli ospedali. Era gravissima, ma ancora viva. Vani furono i tentativi di salvarla, la sera stessa morì. Non era più un alunna, ma venne sempre ricordata con le altre piccole vittime della scuola.

 

 

testimonianza di Ester Faccetti Colombo

La mia casa distava pochi isolati dalla scuola Francesco Crispi. Anche quella mattina mi avviavo con la cartella in mano, accompagnata da mia madre. Entrammo in classe ed iniziammo subito le lezioni; la mia insegnante stava spiegando dei problemi quando all'improvviso suonò l'allarme che preannunciava il pericolo: erano circa le 11,30. Una quarantina di apparecchi nemici apparsi nel cielo sganciavano delle bombe sulla città. I bambini suddivisi nelle classi erano stati avviati al rifugio: i più piccini l'avevano già raggiunto, gli altri erano ancora sulle scale. Ricordo esattamente l'ammasso dei miei compagni che si sovrapponevano l'uno all'altro per raggiungere il più in fretta possibile la cantina.

Arrivai alla svolta dell'ingresso, nel corridoio, dove c'era una porticina di legno marrone che conduceva al rifugio e, di fronte ad essa, un'altra porta a vetri con dei gradini che davano sulla scala. I bambini gridavano ed il bidello, per tenerli a bada, teneva le braccia e la gambe aperte proprio sulla porta vetrata cercando di non fare uscire alcun bambino. Feci uno scatto folle, passai tra le gambe del bidello e sgattaiolai sulla strada, trascinando con me anche una mia amica, Luigia Magni, che abitava nella mia stessa via. Fu una corsa all'impazzata e , a distanza di pochi secondi, la bomba assassina attraversando i due piani dell'edificio scolastico, finì sulla scala. Il rovinio di essa ed il peso delle macerie sfondavano il pavimento del piano terreno, diventando nel volgere di un istante un'ecatombe d'innocenti.

Lo spostamento d'aria mi scaraventò sui gradini del mio portone ed una scheggia mi colpì ad un braccio. Mi trascinarono all'interno del portone e tra lo spavento, il dolore e lo scroscio dei vetri rotti risalii le scale. Aprii la porta di casa mia e vidi mia madre, che dal balcone aveva assistito allo scempio, urlare come una pazza. Aspettava un bambino e subì le conseguenze di quella vista straziante e disumana morendo dopo pochi mesi.

Ancora una volta la barbarie anglo-americana si era scatenata sulla nostra Milano e sulla mia famiglia. Era il 20 ottobre del 1944.

 

 

testimonianza di Francesco Cominetti

Cinquant'anni sono passati, una tregedia che non si può dimenticare. Un quieto venerdi d'autunno con il cielo sereno, pulito, aria tiepida, senza un filo di vento. Anno tremendo di guerra, i bambini sono a scuola, le fabbriche lavorano, giornata tranquilla fin dopo le 11, quando suonano le sirene. Sinistro rumore d'aeroplani sul nostro rione, gente in cerca di rifugio con paura, spavento. Ho visto le bombe venire giù rovinosamente: muri, platani, tram, persone colpiti dagli spezzoni, case e officine sventrate, una disperazione. Tra le vittime due miei cari compagni, lavoravamo assieme, morti a soli diciotto anni; sul vialone un cavallo sotto il suo carretto, colpito, sta tirando i garretti. La scuola "Crispi" colpita da una bomba, per duecento scolari e maestre una tomba.

Genitori disperati, han perduto la casa e i loro figlioletti, solo il dolore e rimasto loro. Frugano con affanno fra muri pericolanti in cerca di feriti, sentito qualche lamento. Tutti questi bambini massacrati erano innocenti, con questo tremendo conflitto loro non c'entravano niente. Cinquant'anni da quel giorno sono già passati e nessuno ha ancora capito perchè l'hanno fatto; forse, forse si sono accorti d'aver sbagliato... E' stato uno degli ultimi attacchi dal cielo sulla nostra città; tutte le volte che passo davanti al monumento mi fermo e penso: quel venti di ottobre io sono stato graziato, le bombe mi sono scoppiate vicine ed io mi sono salvato.

 

 

testimonianza di Natalina Ferri, Comitato Familiari per le Onoranze ai Piccoli Martiri di Gorla

Pensierini …

Quest'anno siamo in un'aula piccola ma bella. Vi sono quattro finestre tutte verso il cortile. Dalle finestre entra l'aria pura e il sole caldo e perciò la nostra aula è sana. Vi sono sedici banchi, due armadi, due tavolini, un pallottoliere, un portaombrelli.

Da questa aula della scuola elementare "Francesco Crispi" di Gorla, dopo 10 giorni, venerdì 20 ottobre 1944, usciva per l’ultima volta il mio fratellino di 8 anni e moriva durante il bombardamento; una bomba, caduta accidentalmente, colpiva gli scolari che, ancora sulle scale, scendevano nel rifugio antiaereo a seguito della sirena d’allarme suonata alle 11.15.

Si sarebbe forse salvato se, ascoltando un suo compagno, fosse scappato a casa con lui (abitavano nella stessa casa in via Aristotele 7). No, fu la sua risposta, la maestra ha detto di scendere al rifugio…

La sua morte con altri bambini e insegnanti fu una tragedia per il popoloso rione di Gorla, che rimase orfano di una generazione. Soli rimasero quei genitori, soli i pochi sopravvissuti, soli i bambini nati dopo il 1944: tutti portiamo il nome dei nostri fratellini. Sulle rovine della scuola i genitori, pur nel loro immenso dolore, ebbero la forza di unirsi in un comitato e di edificare un monumento alle tenere vittime, dove, nella cripta-ossario sottostante, riposano i loro resti.

Ogni anno si tramanda la memoria del sacrificio dei 184 bambini, degli insegnanti e degli assistenti della scuola "Francesco Crispi" che trovarono la morte sotto il bombardamento. È passato ora a noi figli e fratelli il compito di onorare e mantenere vivo il ricordo per le generazioni future.

 

 

testimonianza di Antonio Fontana

Avevo da poco iniziato la prima media a Turro. Due notti prima il famigerato "Pippo", aereo da ricognizione, aveva colpito nei pressi della scuola che frequentavo. Il Preside, coi professori, decisero di lasciarci a casa quel mattino. Essendo venerdi, con la mamma andammo al mercato in cerca di qualche provvista. Tornammo a Gorla verso le 11,30 quando, all'improvviso ci trovammo nel mezzo del bombardamento; ci riparammo alla meglio sotto una siepe che delimitava una proprietà in via Bertelli. Passato il peggio e calato il gran polverone, essendo illesi, ci incamminammo verso casa. Tornammo sul viale Monza, ovunque c'erano morti e distruzione.

Arrivati all'incrocio, percorremmo via Monte San Gabriele dove vedevo solo macerie e morti. Incontrammo gente che accorreva verso la scuola colpita, allora corsi verso l'oratorio cercando Don Ferdinando, per informarlo di quanto avevo sentito. Questi, inforcata la bicicletta, si precipitò verso la scuola. Tornato a casa, trovai mia sorella Mariuccia che fortunatamente si era salvata, a parte una piccola ferita che che si era procurata correndo verso casa. Sono tornato sul viale Monza, dove potevo vedere i binari del tram divelti, le case distrutte; un carro con la marmellata proveniente probabilmente dalla Brianza con il cavallo morto.

Cercai il signor Edmondo, un meccanico che per poco o nulla riparava le nostre biciclette, si era salvato! Poi mi sono incamminato verso la scuola dove ho incontrato il signor Pioltelli, il nostro postino, ed il signor Cattaneo che gestiva una trattoria. Cercavano il modo di scendere nel rifugio della scuola per cercare i loro figlioletti. Trovarono un varco dal lato del cortile, io riconobbi l'ingresso del rifugio e li precedetti in quel buio pesto. Dopo pochi passi però, il signor Pioltelli mi prese per un braccio e mi rimando all'uscita, essendosi reso conto del rischio che stavamo correndo. Nel frattempo sul cumulo di macerie si accalcavano sempre più persone con l'intenzione di rendersi utili, ma senza fare caso al sovrappeso che gravava sulla soletta sovrastante la cantina; di li a poco infatti la volta cedette e quei due poveri genitori rimasero sepolti con i loro piccoli.

 

 

testimonianza di Maria Francesca Fontana

Quel mattino mi recai a scuola come ogni giorno (frequntavo la quarta elementare) e alle 11,30 suonò la sirena di "piccolo allarme". Ci avviammo subito verso il rifugio in cantina, ma, una volta nell'atrio, cominciò a suonare il "grande allarme" che la signora De Benedetti (mia insegnante morta nell'episodio) interpretò come "cessato allarme", mandandoci fuori verso casa. Appena fuori dalla scuola sentii qualcuno gridare "Eccoli la!" ed alzando lo sguardo scorgemmo gli aerei in formazione nel cielo sopra di noi. Restammo alcuni secondi a guardare lo spettacolo, poi la gente cominciò a gridare ed a scappare e i miei compagni di classe tornarono nel rifugio della scuola mentre io, disubbidendo, mi avviai di cosa verso casa. Dopo pochi metri cominciarono a piovere le bombe. Non sentii alcun rumore, ma mi trovai in mezzo ad un caos incredibile: polvere dappertutto, buio pesto come di notte, pezzi di calcinacci e di muri che volavano, gente che gridava. Facevo fatica a respirare e mi sentivo scoppiare i polmoni ma continuavo a correre.

Stavo per arrivare a casa quanto sentii un forte strattone ad un braccio perchè a pochi metri da me era caduta una bomba e lo spostamento d'aria mi aveva strappato la cartella dalle mani (la trovammo il giorno seguente che galleggiava nel cratere piena d'acqua per la rottura delle tubature), uccidendo un uomo che giungeva in bicicletta. Finalmente arrivai nell'androne di casa dove era pieno di gente che si faceva medicare dalla portinaia (aveva la cassetta del pronto soccorso) perchè anche il tram era stato colpito, le rotaie divelte. Ero spaventatissima, ma anche curiosa di notizie dei miei famigliari e compagni, ma restavo ad aspettare nel portone. Poco dopo arrivò mio padre che alla mia vista mi abbracciò piangendo a dirotto e mia madre con mio fratello, che quel giorno erano fuori, che manifestarono nello stesso modo la gioia di vedermi. Ero felice che fossimo ancora tutti insieme.

Mio padre mi disse che aveva cercato come un disperato fra i corpi estratti dalle macerie della scuola e che l'intera costruzione era crollata uccidendo tutti i miei compagni. Allora pensai alla mia compagna di banco Marina Della Valle e a tutti gli altri (di cui ora purtroppo non ricordo i nomi) e piansi. Il giorno dopo girovagai come intontita a guardare cio che rimaneva del quartiere. Non c'era piu acqua nè luce nè gas. Nella via Pirano era rimasta in piedi solo la mia casa e quella del civico quattro.

La scuola, un cumulo di macerie, era piena di genitori che cercavano i propri figli tra i corpi che venivano allineati e, man mano che venivano riconosciuti, messi in casse di legno grezzo con una targhetta con il nome. Venivano poi caricate su camion militari (alcune, ricordo, avvolte nella bandiera tricolore) e portate in Chiesa per il funerale comunitario, erano decine e decine. Là c'erano tutti i miei compagni e questo mi riempiva di sgomento ancor più che l'essere sopravvissuta. Ricordo che di Elena Conte (frequentava la seconda classe) non fu più ritrovato nemmeno il corpo. Quell'anno noi sopravvissuti, una trentina, finimmo l'anno scolastico presso i locali di una circolo ricreativo che era stato risparmiato; si chiamava "il Boschetto".

 

 

testimonianza di Sergio Francescatti

E' una mattina come tante altre, con cielo limpido e soleggiato; sono in classe, dove frequento la seconda elementare. La nostra insegnante maestra Gazzina, ci sta spiegando come eseguire il compito a casa, il tema "Il mio quaderno". Le spiegazioni sono lunghe ed approfondite, nessuno sente il suono del primo allarme al suono del quale di solito ci affrettiamo a raggiungere il rifugio. La bidella, verso le 11,15, viene in classe per sollecitare la nostra discesa: per la premura si scrive solo il titolo del tema, mentre la data e il completamento delle spiegazioni vengono rimandate al nostro ritorno in classe (intanto suona il secondo allarme).

Giunto nel rifugio sento freddo e mi accorgo di aver dimenticato in classe il soprabito. Ritorno al secondo piano per recuperarlo, ma quando giungo davanti all'attaccapanni non riesco a prendere il mio indumento perchè non ci arrivo: questo indugio mi salverà la vita. Vedo uno scolaro più grande e gli chiedo di aiutarmi. Con il soprabito sul braccio e la cartella nell'altra mano comincio a scendere le scale al suo fianco; gli chiedo come si chiama, mi risponde: "Ambrogino".

Arrivato all'altezza del pianerottolo del primo piano sento in lontananza i primi scoppi, con curiosità ed incoscienza tipica dei bambini ci affacciamo al finestrone delle scale ad osservare in lontananza gli aerei che sganciano le bombe. Rendendoci conto che gli scoppi si avvicinano sempre di più riprendiamo a scendere. Arrivati alla porta d'ingresso del rifugio Ambrogino dice: "Io vado a casa, tanto quando sarà finito l'allarme sarà terminata anche l'ora delle lezioni". Lo seguo. Percorriamo il corridoio laterale per raggiungere una seconda uscita perchè quella principale è chiusa. Raggiunta la porta (sono circa le 11,30) l'edificio scolastico viene colpito. Sento un fortissimo boato, la percezione di precipitare nel vuoto, un acre odore di zolfo, vedo solo fumo e polvere.

Passano alcuni minuti, mi ritrovo in ginocchio con il soprabito e la cartella stretti in mano e vedo gli occhi sbarrati e immobili di Ambrogino. Per istinto mi libero delle macerie che mi ricoprivano (fortunatamente non erano molte avendo la porta ed il pianerottolo creato una nicchia); non sono ferito tranne alcune estese escoriazioni e trovo quindi la forza di uscire e scappare... correre... correre a casa in viale Monza 158. Percorro la strada che di solito faccio con la mamma, le vie laterali Aristotele e Pirano (scelta questa che per la seconda volta mi salverà la vita, dal momento che se avessi percorso la via Monte San Gabriele ed il viale Monza sarei stato colpito da altre bombe).

Ci vedo poco per la fitta polvere, piango e chiamo la mamma: all'altezza del numero tre di via Pirano vengo trovato da un conoscente, il signor Franco Rusconi, che mi prende in braccio per portarmi a casa. Riesco solo a dirgli: "Le scuole sono giù... i bambini sono sotto", poi svengo e da questo momento non ricordo altro. Il signor Rusconi, incredulo, va a verificare con altre persone e organizza i primi soccorsi.

 

 

testimonianza di Graziella Ghisalberti Savoia

20 ottobre 1944, ore 8,00, tutti presenti...

Sembra impossibile siano già passati oltre cinquant'anni! Ma il ricordo è ancora vivo! All'epoca avevo 7 anni, frequentavo la seconda elementare. Ricordo che alcuni genitori riportarono a casa i loro figlioli che erano sfollati per essere al riparo dai frequenti bombardamenti che avvenivano su Milano.Tra questi, la cugina di mia mamma riportò a casa, per l'inizio dell'anno scolastico, il piccolo Edoardo di 6 anni. C'era la convinzione che qui a Gorla non avrebbero mai bombardato, anzi, vorrei portare l'esempio dei signori Boerchi che, abitando a Turro avrebbero dovuto mandare il loro figlio alle scuole di via Russo (situate vicino la ferrovia), avevano preferito invece iscriverlo a Gorla perchè si sentivano più sicuri in caso di nuove incursioni aeree...

Arriviamo a giovedì 19 ottobre 1944. Il nostro quartiere è sorvolato da alcuni aerei alleati provenienti da est e diretti a nord-ovest: al loro rumore siamo usciti tutti ad "ammirarli". A me però fecero paura, anche perchè ero già terrorizzata dai vari allarmi e dalle visite notturne del famoso "Pippo". E veniamo al triste venerdì 20 ottobre: era forse la prima volta quell'anno che la mamma mi accompagnava a scuola. Si, perchè avevamo un ristorante con annessa pesa pubblica e, dovendo recarsi in Municipio per rifornirsi dei bollettari per la suddetta pesa, aspettava alla fermata il tram che era molto in ritardo.

Pertando, alla mia richiesta, accompagnò a scuola sia me che il mio cuginetto Edoardo; quest'ultimo continuava a voltarsi ed a mandare baci alla mamma che lo salutava dal balcone. Arrivati davanti alla scuola, abbiamo incontrato la mia cara maestra, la signora Aurora Contreras. Scambiati i saluti, la mamma disse : "Che bella giornata!", la maestra rispose: "Sapesse signora come sono preoccupata, con una giornata così limpida potrebbero venire a bombardarci, noi siamo obbligate a venire a scuola... se voi teneste a casa i vostri figli...". Fu quella l'ultima volta che la mamma e la mia maestra si parlarono.

Entrati a scuola, come sempre ci siamo recati in cortile per la cerimonia dell'alzabandiera, per poi raggiungere le nostre rispettive classi. A quei tempi si curava molto l'ortografia, e mi ricordo bene che per perfezionare la nostra scrittura quella mattina ci eravamo esercitati nello scrivere un'intera pagina di "D" maiuscole; le avevo fatte così bene che la signora maestra mi mandò in Segreteria per mostrarle alla Segretaria, la signora Rosalba Buratti Musolini, che molti anni dopo ho ritrovato al Trotter (la scuola elementare di Rovereto frequentata da mio figlio): questa fu l'unica tra le insegnanti a salvarsi.

Erano circa le 11,20 quando è suonato l'allarme, non si capiva bene se era il piccolo o il grande. Informateci nuovamente in Segreteria, ci è stato detto di fare la cartella e portarci all'uscita, dal momento che eravamo prossimi al termine delle lezioni: la mia classe era al primo piano dell'ala poi distrutta, dove c'erano anche le scale, mi incamminai quindi in direzione dei gradini. I piccoli delle prime classi sono stati accompagnati nel sottostante rifugio, per gli altri era facoltativo, volendo avrebbero potuto andare verso casa.

Uscita dalla porta laterale con la cartella e l'inchiostro, dopo pochi metri ho alzato gli occhi ed ho visto un gruppo d'aerei tutti d'argento, che brillavano al sole. Terrorizzata e seguita da altre tre compagne: Giuditta, Noemi e Fanny, siamo tornate sui nostri passi per andare nel rifugio. Sulla porta c'erano la nostra maestra, signora Contreras e la signora Gazzina, insegnante dei maschi, da noi giudicata molto severa; entrambe ci dissero di andare a casa. Arrivate di nuovo all'altezza del cancello principale, esattamente davanti all'attuale monumento, siamo nuovamente tornate indietro verso la scuola, gesto questo ripetuto un altro paio di volte.

A questo punto la nostra maestra si era convinta di lasciarci scendere nel rifugio, ma l'altra invece disse: "Andate via, che se succede qualcosa la responsabilità è nostra". Gridavo che erano incoscenti gli insegnanti a mandarci in strada con un bombardamento in corso, non rendendomi conto che proprio a quella sua decisione devo la mia salvezza, mentre loro sono tutti morti. Arrivata all'altezza del numero 1 di via Fratelli Pozzi, le mie compagne riuscirono a rifugiarsi nel portone di quella casa; io invece continuando a correre e gridare caddi, senza riuscire a rialzarmi (probabilmente era l'effetto dello spostamento d'aria dovuto all'esplosione della bomba). Uscì la portinaia che, afferrandomi per un braccio, mi rialzò e mi ricoverò all'interno dell'androne.

All'improvviso caddero tutti i vetri, la portinaia ci raccomandò quindi di ripararci la testa con la cartella. Guardando fuori vidi diventare di diversi colori, grigio, rosso, arancione... poi un silenzio irreale ed un gran polverone. Ero convinta di impazzire o di morire, per questo volevo buttare via la cartella e l'inchiostro, non me ne importava più niente. Però pensai che se si fosse trattato di un brutto sogno, se stavo solo immaginando tutto, sarebbe stato meglio non buttare via niente, anche perchè avrei preso una sgridata dalla mamma.

Passato il polverone, la custode voleva portarci nel rifugio, ma al mio rifiuto (pensavo che ormai sarebbe stato inutile visto che il peggio era passato) ci fece uscire dal cortile della casa, anche perchè il portone da dove eravamo entrate era ostruito da cumuli di macerie cadute nella via. Quando mi trovai all'aperto mi sembrò di essere finita in un altro mondo: al sole splendente brillava tutto, vedevo tutto rotto e di colore argento. Scavalcando le macerie mi incamminai verso casa quando sull'angolo di viale Monza incontrai mia mamma che veniva a cercarmi.

Pure lei, insieme a mio fratello Pino (che aveva 5 anni), si sono miracolosamente salvati perchè, stando sulla porta d'ingresso del nostro negozio, sono letteralmente volati nel retro dello stesso, mentre un ragazzo che si trovava al loro fianco è morto schiacciato dallo spostamento d'aria contro il muro. L'altro mio fratello, Aldo, di soli diciotto mesi, era nel retro con la nonna che si è preoccupata di ripararlo dai vetri che cadevano, coprendogli la testa con una mano e ferendosi lei. Io non ho riportato nemmeno un graffio, solo molta terra sul grembiule.

Dopo avermi portato nel nostro rifugio, la signora Piera, la nostra custode, mi diede un po' d'acqua (allora preziosa), poi cominciarono ad arrivare le mamme dei miei compagni, chiedendomi se li avevo visti. Purtroppo no. Tra i volontari accorsi alla scuola c'era il papà del mio cuginetto Edoardo, che ha continuato a scavare ed a estrarre bimbi; il suo è stato trovato il giorno dopo verso mezzogiorno. Angioletta, la mamma, l'ha preso in braccio e sfidando quelli della "Muti" l'ha portato a casa. Si è fermata in negozio da noi ed ha voluto dell'aceto per rianimarlo: era ancora caldo, ma la testa era tutta rotta. Lei se l'è tenuto in braccio fino al momento del funerale, quando in ultimo ha fatto ancora la pipì. Dall'immagine di questa povera mamma si è avuto lo spunto per la statua del monumento, creato dopo sette anni dallo scultore Remo Brioschi. Edoardo è stato l'unico bambino ad avere la cerimonia privata, mentre tutti gli altri venivano portati al cimitero su grossi camion. Ricordo la chiesa piena di bare adagiate sulle panche.

Superati i primi giorni e per rispetto verso le altre mamme che nella tragedia avevano perso i loro figli, mia zia e mia nonna decisero di ospitarmi in Brianza, a Peregallo di Briosco, e siccome la mamma frequentemente tornava a Milano, per poterlo fare senza i miei pianti mi mandarono a scuola a Briosco dove ho trovato una brava maestrina, Merli Mariangela, anche lei sfollata, e nuovi compagni, tra questi una cara bambina, Fagotti Laura, trasferita dalla città e poi morta insieme alla mamma, alla zia ed alla nonna in un bombardamento avvenuto ancora su Milano, in zona di piazzale Loreto, durante l'inverno. Conservo ancora la sua foto che mi aveva portato il suo papà insieme ad un piccolo libretto che avevano creato raccogliendo i nostri pensierini.

Poi, verso febbraio, mentre mi trovavo ancora a Briosco, vennero alcuni aerei a mitragliare le vicine fornaci, dove sembrava che fossero state nascoste delle armi. In quell'occasione riuscimmo a ripararci su una piccola isoletta tra le diramazioni del fiume Lambro, sotto alcuni alberi spogli (visto il mese invernale). Anche questa volta sbagliarono, colpendo un asilo fortunatamente vuoto se non per una povera suora che si trovava lì. Dopo queste esperienze in me è rimasta l'avversione per gli aerei. Forse mi sono dilungata un po' troppo in una descrizione infantile, ma ho cercato di ricordare quanto vissuto allora da una bambina di 7 anni, sola, in un bombardamento che non potrò mai dimenticare e che vorrei tutti ricordassero con più attenzione, soprattutto da parte delle Autorità.

Riprendendo la frase iniziale, concludo questo mio racconto così: ore 11,30, è sceso un grave silenzio, ora quasi tutti assenti, per sempre uniti in un eterno riposo con i loro insegnanti.

 

 

testimonianza di Giuliano Lazzaroni

Sono trascorsi quasi settant’anni da quel 20 ottobre 1944, ma fin quando avrò vita sono tragedie che non si possono dimenticare.

I fatti accaduti quel giorno, da raccontare più o meno sono sempre gli stessi.

Anch’io quel venerdì mattina andai a scuola come tutti, frequentavo la quinta, il mio maestro si chiamava Consonni Silvio.

La mattinata scolastica trascorse regolare come tutte le precedenti, alle ore 11,15 suonò il piccolo allarme, il Maestro ci fece preparare per scendere al piano terra in attesa delle ore 11,30 quando finivano le lezioni, ma qualche minuto prima di quell’ora suonò il grande allarme, le porte della scuola erano già semiaperte e gli scolari iniziarono uscire per andare a casa. Grazie a questo i miei compagni di classe si salvarono quasi tutti, perché appena usciti si avviarono per raggiungere le loro abitazioni.

Io, abitando a due passi dalla scuola e dato che i miei genitori mi suggerivano sempre di tornare a casa se mi era consentito di farlo, ero già in cammino, del resto non avevo che da oltrepassare il ponticello sulla Martesana ed entrare nel negozio di via Bertelli 8; ma sentendo il rombo dei motori istintivamente guardai in cielo e vidi gli aerei disposti in formazione, ne contai 36… nel mentre uno dei Vigili di zona che conoscevo perché avevano l’ufficio proprio in quella piazza (allora chiamata piazza Redipuglia) mi chiamò per nome, gridando a voce alta: "Giuliano scappa a casa che stanno bombardando".

Effettivamente notai che dagli aerei cadevano come dei puntini luccicanti che si avvicinavano a terra, allora corsi verso casa ma la saracinesca del negozio era chiusa, non potendo entrare, cercai la via dell’accesso posteriore, entrai al n° 8 di via Luigi Bertelli ma anche questa possibilità era negata, il cancelletto in legno che delimitava la proprietà era chiuso; allora mi spostai nel secondo cortile dove esisteva un rifugio antiproiettile a forma di zeta costruito da poco, ma non ebbi tempo di mettere i piedi sui gradini del rifugio per scendere che le bombe sganciate toccarono terra, più che un bombardamento sembrava una scossa di terremoto, lo spostamento d’aria mi scaraventò in fondo ai 7 o 8 gradini che c’erano, rimasi un po’ intontito ma mi ripresi in fretta, cercai i genitori, li trovai con altri conoscenti e mi passò un po’ lo spavento.

Ma gente, pensate il mio caso, chi mi ha protetto quel venerdì 20 ottobre…

Sono scampato alla morte dalla bomba caduta sulla Scuola, ma se fossi riuscito entrare in casa dall’entrata posteriore mi sarei fermato cercare i miei genitori, avrei perso minuti preziosi e sarebbe stata la fine perché di bombe sulla mia casa ne sono cadute due (una sulla casa e una in cortile).

Non parliamo poi di quello che vedemmo all’uscita del rifugio, tutti frastornati e avvolti in una nuvola di polvere, ma immediatamente ci giunse la notizia più tragica e allarmante: hanno colpito la Scuola!!!! E’ stato compiuto il massacro!

Un mio commento: la guerra era quasi al termine, agli obbiettivi da colpire, se ancora esistevano, potevano arrivarci in altri modi, le difese antiaeree ancora funzionanti che avrebbero potuto creare problemi al passaggio di aerei sulla nostra città erano state annientate; questi americani arrivano sul cielo di Milano per un’incursione e sganciano centinaia di bombe da un’altitudine di 10.000 metri… ma che senso ha, quando era possibile fare questa operazione da 1500-2000 metri forse non sarebbe accaduta questa carneficina.

Gli abitanti di Gorla, chi più chi meno, sono stati tutti coinvolti: io ho perso tre cugini sotto la Scuola, il mio Maestro Consonni Silvio, la mia prima Maestra Gazzina Norma che dalla classe prima elementare mi condusse in terza.

Purtroppo a quell’età non si ha la forza di comprendere l’enorme disastro causato da questi criminali, che per liberarsi di un carico di bombe non usato che avevano a bordo le buttino così all’impazzata senza pensare alle conseguenze.

 

 

testimonianza di Elsa Libanori Grandi

Sono sorella di Fortunato, scampato al tragico bombardamento del 20 ottobre 1944, che a quel tempo frequentava la quinta elementare essendo nato il 15 giugno 1934 e di Giancarlo, nato il 15 maggio 1938 che frequentava la prima classe, purtroppo deceduto. Ricordo quel tragico giorno così: mi trovavo in via Agnello presso una sartoria, per imparare; avevo sentito suonare l'allarme poi più niente. Nel pomeriggio venne un cliente per ritirare dei capi e parlando con la titolare le raccontò l'accaduto. Quest'ultima, sapendo che abitavo a Gorla, mi disse che il tram per Sesto e Monza non effettuava regolare servizio perchè avevano bombardato la linea e mi consigliò di incamminarmi subito verso casa dal momento che avrei dovuto farmi a piedi la tratta da Porta Venezia a Gorla.

Arrivata al capolinea di Porta Venezia sentii la gente dire che avevano bombardato Gorla colpendo anche la scuola elementare. Mi misi a piangere quando si avvicinò una signora che cercò di consolarmi dicendomi che gli scolari si erano salvati tutti, forse era disinformata o si trattava di una bugia detta a fin di bene. Iniziai a percorrere il corso Buenos Ayres ed il primo tratto di viale Monza ma quando giunsi a Gorla mi resi conto di quanto la verità fosse più amara. Davanti a casa trovai mio fratello Fortunato in lacrime, ricorderò sempre i suoi occhi sbarrati e il fatto che non riuscisse a dire una parola.

La mamma non c'era perchè era davanti alla scuola. In quel momento arrivò mio padre di ritorno dal lavoro, anche lui era all'oscuro di tutto. Lavorava alla Pirelli Bicocca che in quello stesso giorno era stata bombardata. Entrambi ci recammo davanti alla scuola a cercare la mamma. Nei miei occhi è ancora vivo quel ricordo di straziante dolore. Lì trovai anche la sorella di mio padre che cercava suo figlio anche lui deceduto, si chiamava Masiero Gianfranco, aveva sette anni. Non avrei mai creduto di dovere rivedere continue stragi di bambini innocenti, ora sono nonna e mi domando sempre perchè anche i miei nipotini debbano vedere ancora queste orribili cose.

 

 

testimonianza di Don Angelo Majo, Arciprete del Duomo di Milano

Nonostante il rapido trascorrere del tempo, da quel 20 ottobre sono passati oltre cinquant'anni, nella mia memoria è sempre vivo il ricordo del bombardamento aereo che in pochi istanti travolse, con i loro insegnanti, più di duecento bambini delle scuole elementari tra i quali mio fratello Giuliano, la nonna e tre cuginetti. Ho ancora impressa nella mia mente l'immagine di mia mamma che, partendo a piedi da Gorla, era venuta in Arcivescovado, dove frequentavo gli studi per diventare sacerdote, a portarmi la tragica notizia del bombardamento che aveva distrutto un intero quartiere, mietendo centinaia di vittime.

Rivedo, affranti, le mamme e i papà dei bambini sepolti sotto le macerie e i corpicini delle piccole vittime innocenti allineati nella vecchia chiesetta di San Bartolomeo dove il beato cardinale Schuster, tra i primi ad arrivare a Gorla, sostò in preghiera, dicendo sommessamente parole di conforto e di fede alle mamme in pianto. Nella mia abitazione di viale Monza 154, resa inabitabile, aiutai i miei genitori a porre in salvo le cose che il bombardamento aveva risparmiato, portandole in due camerette della casa parrocchiale che il parroco aveva messo a nostra disposizione. Ci saremmo rimasti lunghe settimane.

Quando mio padre, scampato miracolosamente ad un grappolo di bombe gettandosi sotto ad un vagone di un treno fermo alla stazione di Greco, arrivò a casa, rimase impietrito dal dolore e da quel momento venne aggredito da crisi di cuore che l'avrebbero portato alla tomba. Giornata di lutto e di dolore che segnò la vita di tante famiglie e che i superstiti ancora oggi ricordano con immutata sofferenza, anche se confortata dalla certezza che i loro bambini sono stati accolti dal Signore in Paradiso insieme agli Angeli.

 

 

testimonianza di Augusta Martello

Lavoravo in una fabbrica a Precotto (Fratelli Menichini), mio marito era prigioniero in Egitto. Quel giorno sentimmo le sirene del grande allarme ed io, consapevole che avevo a casa due bambine ed uno alla scuola di Gorla, anzichè andare nel rifugio corsi a casa nascondendomi nelle siepi quando bombardavano. C'era un fuggi fuggi generale e la gente diceva che avevano colpito le scuola di Gorla e di Precotto. Corsi a casa per prendere le bimbe, una di quattro anni e l'altra di sette, che non avevo mandato a scuola perchè ammalata. Giunta nel cortile vidi i miei tre figli salvi; Gianni, il più grande, aveva marinato la scuola. Me li sono stretti al petto e sono corsa a scuola per vedere se si poteva fare qualcosa.

Giunta sul luogo vidi che erano gia presenti gli uomini dell' U.N.P.A., i militari e la popolazione. Tutti si davano da fare per estrarre i morti, allineandoli per terra; ben pochi furono salvati. Nella scuola di Precotto i piccoli vennero messi in salvo grazie ad un sacerdote, Don Carlo Porro, che era riuscito ad entrare nel rifugio rimasto intatto; a Gorla invece il rifugio aveva resistito ma era rimasto vuoto, dal momento che i piccoli erano morti tutti sulle scale. Io ringraziavo Dio che i miei figli erano salvi, ma ripensavo a quegli aviatori americani, a come avessero potuto bombardare a tappeto tutta la zona, colpendo le fabbriche, ma soprattutto coinvolgendo la popolazione civile.

 

 

testimonianza di Nerea Mingozzi

Da parecchi mesi eravamo sfollati in Veneto, ma ai primi d'ottobre per l'inizio della scuola, rientrammo a Milano. Mio fratello Graziano faceva la quinta, aveva dieci anni, era un ragazzino studioso, buono, giudizioso. Ricordo che era molto geloso di me: guai a chi mi faceva un dispetto o uno scherzo. Diceva:"E' mia sorella". Mi proteggeva ed io ero orgogliosa di questo. Il mio ricordo di quella triste mattina inizia alle 8, mi ricordo come se fosse ora: nel cortile della casa di ringhiera della Vecchia Gorla, in via Pisino 6, c'è un gruppo di otto bambini che si chiamano, gridano tra loro. Festosi, allegri, anche mio fratello ed io ci uniamo al gruppo incamminandoci verso la scuola, mentre le mamme dalle finestre ci salutano facendoci le ultime raccomandazioni.

Ricordo l'appello in classe fatto dall'insegnante Contreras, una signora dolce: io ero la sua simpatia! Il ricordo si fà più vivo quando suona una sirena, sono circa le 11, la giornata è luminosa, il cielo limpido e trasparente. Qualcuno dice: "E' il piccolo allarme". Si temporeggia, l'insegnante raccomanda la calma, io mi ero già alzata dal banco; poco dopo scendiamo le scale. Le prime siamo noi della prima classe, ricordo il saluto della direttrice, passo davanti alla classe di mio fratello, lo vedo e gli faccio una linguaccia, lui ride e mi risponde: "Ci vediamo giù al rifugio". Saranno le sue ultime parole.

Le scale proseguono verso sinistra per il rifugio, noi ci fermiamo per aspettare le altre classi. Alla mia destra c'è la porta d'entrata aperta, dico alla mia compagna: "Vado a casa, tanto ormai è quasi mezzogiorno e la scuola è finita". Senza pensarci troppo infilo il cancello e mi metto a correre, dietro di me qualcuno mi segue, non so quanti. Sento una voce che urla: "Tornate indietro, domani vi faccio sospendere!"; era il bidello che si apprestava a chiudere la porta. Poverino, è morto anche lui. So che ho corso come un leprotto fino a via Asiago dove, davanti alla chiesa, vengo raggiunta dallo spostamento d'aria di una delle bombe, probabilmente proprio quella che ha colpito la scuola. Mi rimetto in piedi ma torno di nuovo a cadere, per lo scoppio di un'altra bomba.

Per la strada qualcuno riesce a raccogliermi ed a portarmi nel rifugio di casa mia. Le mamme mi domandano della scuola, io non so niente, sono sbigottita, faccio fatica a parlare. Chiedo dove sia la mia mamma e mi dicono che era andata al mercato di Turro, mi metto ad aspettarla, sentendomi più tranquilla.  Lei, tornando da Turro, deve passare sul Ponte Vecchio e davanti alla scuola, dove sono trascorsi pochi minuti dall'esplosione. Vedendo la scuola crollata, quasi impazzita, urla: "I miei bambini, i miei bambini!", cercando di scavalcare le macerie ancora piene di fumo e polvere e di un odore particolare che tuttora ricordo.

Qualcuno cerca di tranquillizzarla dicendole: "Ho visto Nerea, i tuoi sono a casa". Lei con il cuore in gola si precipita per assicurarsi. Quando mi vede mi chiede: "E Graziano?", io le rispondo di non sapere dove sia, di averlo visto in classe poco prima di scendere in rifugio. Lei mi prende per mano ed insieme corriamo verso la scuola. Raggiunta la piazzetta ho visto scene che nella mente di una bambina di sette anni hanno lasciato un ricordo indelebile. Pochi minuti dopo, ricordo, ecco che tornano gli aerei a bassa quota, tanto da riuscire a vedere in viso i piloti, che ci mitragliano. Troviamo riparo nella cascina lì di fronte.

Torniamo per cercare mio fratello quando vedo una mano uscire dalle macerie, riconosco gli anelli della mia maestra, la signora Contreras. Vedo un bambino penzolare appeso solo per la cintura del grembiule ad una calorifero, riconosco un compagno di mio fratello. Arrivano poi i camion dei "caschi neri" (quelli della "Muti"). Questi allontanano tutti dicendo: "Sono tutti in rifugio, chiedono acqua". Fin qui ho tutto ben inciso nella mia mente, poi il ricordo si annebbia. Arrivata la sera nessuno di noi riusciva a dormire, era la prima notte senza mio fratello. Nei giorni seguenti ho potuto rivedere i miei compagni di scuola al Cimitero Monumentale, a quello di Musocco, nelle sale mortuarie dei vari ospedali. Dove andavano i miei genitori, io ero con loro.

Alla fine riusciamo a ritrovare il corpo di mio fratello insieme ad altri bambini. Quello che mi ha fatto tanto male è di averli trovati tutti allineati per terra, tutti silenziosi, si sentivano solo i pianti strazianti dei genitori. Non mi sembrava giusto, loro così rumorosi, allegri, scherzosi. Ricordo poi i funerali, tutte quelle casse in legno grezzo, non su carri funebri ma su camion militari. Ricordo ancora i genitori che mi baciavano, mi toccavano, mi chiedevano perchè io fossi viva ed i loro figli no, non sapevo cosa rispondere. E' stato un periodo della mia vita che non potrò mai dimenticare.

 

 

testimonianza di Lidia Moioli

Quel giorno terribile non è facile da rievocare, avevo dodici anni e lavoravo già da una sarta mentre mio fratello Umberto frequentava la prima elementare. Abitavamo in via Monte San Gabriele, in uno stabile a ridosso della scuola: bastava girare l'angolo e Umberto era davanti al portone. Sembrava un giorno come gli altri e invece... Alle ore 11,20 suonò il piccolo allarme e mia madre, allertata dagli aerei che numerosi giravano sul nostro quartiere, corse a scuola a prendere mio fratello. In quell'attimo caddero le bombe che colpirono l'edificio.

Mia madre, per lo spostamento d'aria, fu scaraventata lontano, non arrivando quindi al portone si salvò. Ricordo come fosse ieri il caos, le macerie fumanti, le urla delle mamme e dei papà che scavavano con le mani cercando di fare presto a liberare i bambini e poi la notizia che Umberto era morto con altri duecento scolaretti. Come descrivere tanta disperazione... Purtroppo restammo anche senza casa che era crollata insieme alla scuola; non avevamo più niente e venimmo ospitati da parenti.

Dopo alcuni mesi la guerra finì, trovammo un nuovo alloggio e ricominciammo a vivere. Ad ogni famiglia coinvolta nella strage venne consegnato un fascicolo contenente scritti e fotografie dell'accaduto, che i miei genitori sfogliavano continuamente senza rassegnarsi mai. Un giorno decisero di bruciarlo nella stufa perchè si accorsero che rischiavano di perdere la ragione. Vorrei che le nostre testimonianze silenziose fossero urla per i sordi che anche oggi fomentano le tensioni fra i popoli, dimenticandosi quanto dolore ha causato la guerra a Milano ed a perenne ricordo sia di monito la morte di duecento vittime innocenti in quella tragica mattina.

 

 

testimonianza di Giancarlo Novara

In quel giorno di cinquantacinque anni fà, il 20 ottobre 1944, io Giancarlo Novara avevo 7 anni e frequentavo la terza elementare nella scuola di Gorla. La mia maestra si chiamava Signora Pistone, perita nello stesso bombardamento. Io l'avevo conosciuta all'inizio dell'anno scolastico. La prima e la seconda elementare le avevo frequentate in una scuola di Fiesso d'Artico (Venezia), dove ero sfollato con la mamma presso i nonni. Poichè l'8 settembre si diceva che la guerra era finita, noi rientrammo a Milano.

Di quel maledetto giorno il ricordo è ancora vivo in me: era come una giornata di fine estate e parecchi ragazzi avevano marinato la scuola per andare a fare il bagno nel Naviglio Martesana. Avevamo le finestre aperte per il gran caldo e in lontananza, sul viale Monza, si sentivano rumori di cingoli come se passassero dei carri armati.

Alle ore 11,15 suonò l'allarme e tutte le maestre ci misero in fila per portarci ai rifugi. Stavamo scendendo le scale quando suonò il cessato allarme; improvvisamente, senza sentire nessuno scoppio, ci trovammo al buio sepolti sotto le macerie. Mi sembrava di avere le gambe dietro la schiena e sentivo la voce dei miei compagni chiamare "Mamma", le voci con il passare del tempo si affievolivano sempre di più. Dal racconto di mio padre e dei miei zii seppi che a salvarmi la vita fu un capo pompiere, il Signor Pacchetti, che abitava in via Tofane n. 5 e che, con un piccone, abbattè la parete e li mi trovò, caricandomi su un'ambulanza e ricoverandomi all'Ospedale Maggiore di via Francesco Sforza.

Mi misero insieme ai morti, e qui un sacerdote si accorse che ero ancora vivo, dandomi l'Estrema Unzione. Mi portarono in sala operatoria e con delle linguette d'acciaio mi aprirono i denti che dallo spavento sembravano inchiodati, liberandomi la gola da un sasso che mi soffocava. Mi risvegliai dopo cinque giorni nel reparto Granelli. Avevo riportato tante graffiature e un buco nella gamba ancora visibile. Da quanto ero conciato non mi riconobbe neppure mio padre che era tra i soccorritori.

Fui dimesso dall'ospedale dopo quindici giorni. I medici e gli infermieri del padiglione Granelli fecero una colletta e mi vestirono da capo a piedi. Vennero a prendermi all'ospedale e facemmo la strada a piedi perchè Milano era distrutta. Ritornando a casa seppi che tanti miei amici erano morti, anche mio cugino Luigi Biffi di sei anni.

Dei miei compagni di classe ricordo Boerchi, che era figlio unico di un droghiere di viale Monza, a Turro, e Rinaldo Rumi, che da poco era entrato a far parte della mia classe. Da quel momento per me iniziò un altro calvario: non sopportavo più di stare al buio e, quando veniva la sera, per parecchi anni vedevo cadaveri sulle pareti, dovendo perciò dormire con la luce accesa nel letto con i miei genitori.

Ancora oggi non posso scendere in cantina al buio perchè mi sembra di sentire le voci dei miei compagni che invocano aiuto.

Purtroppo queste esperienze non sono servite a niente perchè ancora oggi nel mondo ci sono guerre e massacri.

 

 

testimonianza di Maria Pannaccese

Come ogni mattina, insieme a mia sorella Mafalda ed a mio fratello Antonio mi recavo a scuola. Nel bel mezzo di una lezione sentimmo il suono dell'allarme che preannunciava l'ennesimo attacco aereo sulla nostra città. A causa di un'errata interpretazione di quei segnali, anzichè dirottare tutti gli occupanti l'edificio verso il rifugio attrezzato, venne organizzata l'evacuazione verso l'esterno dello stesso, affinchè ognuno potesse raggiungere la propria abitazione. Poichè l'uscita di tutte le classi non fù simultanea, mentre una parte degli alunni si trovò sul marciapiede, la maggioranza si trovava ancora all'interno dell'edificio quando dal cielo cominciò a cadere una pioggia di fuoco che in un attimo rase al suolo praticamente ogni cosa.

Assieme a mia sorella riuscimmo a trovare riparo vicino ad una serra, fu la nostra fortuna. Terminato il bombardamento, spaventate, con i vestiti a brandelli ed i capelli in piedi ci avviamo verso casa. Ma il percorso si rivelò pieno di ostacoli, ad ogni angolo vedevamo solo scene di morte: un tram fermo in mezzo alla strada pieno di cadaveri, un cavallo senza vita vicino ad un albero e tante, tante altre visioni raccapriccianti.

Raggiunta la nostra abitazione vedemmo sulla porta di casa mia madre che teneva in braccio altre due sorelline più piccole, alle sue spalle si intravedevano le macerie di quella che fino a pochi minuti prima era casa nostra. Appena ci vide tirò un sospiro di sollievo, ma si accorse subito dell'assenza di nostro fratellino Antonio. Prontamente tornai di corsa verso la scuola, dove vidi uno spettacolo indescrivibile: macerie e morti, morti e macerie. Molti uomini stavano scavando, con la speranza di trovare qualcuno ancora in vita; anche mio padre, appena informato dell'accaduto, contribuì a quel triste compito e fu lui stesso a localizzare il mio fratellino ancora vivo, ancora seduto nel suo banco; quanto fu difficile tirarlo fuori, ma quanto fu straziante a lavoro ultimato accorgersi che il suo piccolo cuore non batteva più.

Mia madre rifiutava di riconoscere in quel corpo il suo bambino; quel mattino indossava calzini di colore azzurro e scarpe di camoscio, che invece andarono disperse sotto le macerie. Seguirono poi i continui pellegrinaggi all'obitorio dove erano state portate tutte le salme. La mia famiglia venne ospitata da parenti presso i quali rimanemmo fino a quando la nostra casa potè essere nuovamente abitata; ricordo le code alle cucine pubbliche con le tessere in mano per ottenere il cibo necessario ad un minimo sostentamento.

Venne quindi il giorno dei funerali con le piccole bare disposte su camion militari e la sepoltura in un campo appositamente predisposto nel vicino cimitero di Greco. A conflitto terminato, la generosità dei cittadini milanesi si concretizzò nella realizzazione di un monumento con annessa cripta-ossario nel quale oggi riposano i resti di quei bambini, esattamente nel luogo dove sorgeva la scuola: che nessuno dimentichi !

 

 

testimonianza di Bianca Pirovano Bremmi

Era la mia cara nonnina. Quel mattino era venuta a trovarmi, volevo trattenerla a mangiare con noi, ma volle tornare a casa sua. Inconsapevolmente aveva un appuntamento: accompagnare in cielo tanti piccoli bambini della vicina scuola. Nella Villa Angelica dove abitava, oltre a lei sono morte circa venti persone, distruggendo almeno quattro famiglie. Quel terribile 20 ottobre! Fortunatamente la mia piccola Carla di 8 anni, che era a scuola, ha fatto in tempo a correre a casa sana e salva.

Solitamente andavo anch'io nel rifugio della vicina scuola, quel mattino, avendo in braccio l'altro mio figlio più piccolo, non riuscii a chiudere la porta di casa mia, così ci rinunciai salvandomi. Quindici giorni prima, una domenica pomeriggio, mi trovavo con mio marito nel nostro cortile e, guardando in cielo vedemmo un grosso cerchio di fuoco proprio sopra la scuola; era forse un tragico segnale?

 

 

testimonianza di Andreina Ravanelli

Venerdì 20 ottobre 1944 era un giorno autunnale limpido, soleggiato, ma nel cuore di noi bimbi c'era un triste presentimento. Ricordo che mia mamma si trovava in camera sua ed io con mio fratello Pierluigi di 6 anni (da soli 15 giorni frequentava la prima elementare) eravamo andati da lei per dirle che non volevamo andare a scuola, ma lei non ci ascoltò e arrivati al cancello altri bambini puntavano i piedi e piangevano. Sono le 11,20, suona il piccolo allarme, ci prepariamo per andare in cantina, ma il bidello non trova le chiavi per aprirla.

Il giardino di casa mia confinava con il giardino della scuola dove c'era una montagna di sabbia appoggiata al muro di recinzione. Io di solito salivo sulla montagnetta di sabbia mentre dalla parte del mio giardino c'era appoggiata una scala a pioli dove ad attenderci c'erano sempre la mamma ed il papà (durante le incursioni non ci lasciavano uscire e noi scappavamo così). Quella mattina avevano tolto la sabbia e sorpresa sono tornata verso l'uscita; nel breve tragitto ho incontrato la mia amica Luisa De Conca alla quale ho detto: "Luisa, vieni con me". Lei mi ha risposto: "No, ho paura". Intanto dal corridoio entro nell'atrio e vedo aperta la porta della cantina (forse perchè i bambini si trovavano sulle scale in fila). Vedo mia mamma e le dico: "Mamma, vieni con me", e lei: "Dov'è Pierluigi?", "Non lo so" le ho risposto, e le mi ha detto: "Vai a casa che c'è il papà". E' entrata in cantina per cercare mio fratello Pierluigi.

Sul cancello di casa nostra, a due passi, c'era il papà ad aspettarmi, abbiamo attraversato il giardino, siamo entrati in casa (da pochi minuti era suonato il grande allarme) e, subito dopo un giro di ricognizione, gli aerei che venivano da Sesto San Giovanni hanno sganciato le bombe su tutta Gorla, preservando poche case tra cui la mia e la Chiesa.

Persino gli alberi secolari del viale Monza erano sradicati ed ostacolavano il traffico dei soccorritori. Mi ricordo che il papà mi ha fatto fare il segno della Croce e sul suo volto ho visto tutta la spaventosa e cruda realtà di ciò che stava accadendo. Anche se vetri e calcinacci ci sono piovuti addosso siamo usciti da casa illesi, un polverone ci soffocava ed un cumulo di macerie ci circondava. Si sentivano delle vocine che gridavano aiuto, lì sotto c'erano la mia mamma e Pierluigi, mio papà allora ha dato tutte le pale ed i picconi che aveva in giardino per poter scavare. I soldati dell'U.N.P.A. ci allontanavano, c'era una parete pericolante.

Ore 14, gli aerei ritornano, la paura e lo spavento sono ancora maggiori, ma hanno fatto solo scendere dei biglietti con scritto "Ai bimbi di Gorla" (la foto sta sul giornale che hanno redatto subito dopo, io non ce l'ho più, forse si può trovare presso il Comitato delle Vittime).*

Nel pomeriggio il papà mi ha accompagnato a Milano da mia zia e i giorni seguenti cominciò l'odissea, la ricerca dei corpi, delle salme nei vari obitori dei cimiteri. La mamma la trovarono uno o due giorni dopo mentre Pierluigi non si riusciva a trovare perchè era irriconoscibile, tutto nero con staccata la testa (così mi ha detto mia zia dopo due anni), l'hanno riconosciuto dalle scarpe. Io me li ricordo da vivi perchè non me li hnno lasciati vedere.

Non passa giorno che non mi ricordi l'accaduto momento per momento, è un dolore che mi ha distrutto e tuttora lacera la mia vita, è un continuo filmato davanti ai miei occhi. Sono passati oltre cinquant'anni ma è un continuo presente perchè alla TV mi fanno rivivere il mio passato.

Basta con le guerre! L'amore prevalga sull'odio e sull'egoismo perchè il tempo fugge veloce e niente è nelle nostre mani, nemmeno il pugno di terra che ci ricoprirà dopo la morte; ditelo a quelli che vogliono conquistare le nazioni! Mi auguro che a breve scadenza tutto il mondo goda del bene e della pace.

* Non risulta da nessuna fonte che altri aerei siano tornati in giornata sulla zona; forse il ricordo della signora Ravanelli dei biglietti con scritto "Ai bimbi di Gorla" in effetti si trova sulla pubblicazione del numero speciale redatto da Federigo Buffon nel ottobre 1944 sul Massacro di Gorla, nel quale è raffigurato un manifesto della propaganda dell'epoca dove si suppone che le bombe degli anglo-americani siano state un "regalo" agli alunni della scuola.

 

 

testimonianza di Zelinda Rizzoli Cacciatori

Sono una delle tante mamme colpite al cuore quel 20 ottobre ma, dopo tutti questi anni ricordo ancora con chiarezza lo svolgersi di quella terribile mattina. La mia piccola Ernestina faceva i capricci, non voleva assolutamente andare a scuola perchè non le avevo preparato il grembiulino nero, come si usava allora. L'ha convinta ad andare la sua amica del cuore che abitava nel nostro cortile e, tenendosi per mano, si sono avviate a studiare per non tornare più.

Mi sono recata al lavoro. Alle 11,20 la sirena d'allarme e immediatamente è cominciato il bombardamento. Avvertita che era stata colpita la scuola di Gorla, mi sono precipitata con una corsa pazza sul luogo, trovando solo rovine e macerie fumanti; sotto c'erano i bambini. Scavavo con le mani, disperata, con altri genitori, ma venni pietosamente allontanata dicendomi che non potevo restare, che era tutto inutile perchè i piccoli delle prime classi erano morti tutti.

Impietrita dal dolore mi incamminai verso casa; sotto il ponte del naviglio c'erano tanti adulti, morti e feriti, e tra questi la piccola Lucia Avanzi, l'amica di mia figlia, che era riuscita a scappare verso casa ma una bomba era scoppiata proprio in quel punto. La sua mamma, che stava correndo a scuola per prenderla, l'aveva trovata nel mucchio, con il collo spezzato. Quel giorno ha perso la vita anche un mio nipotino carissimo, Gerardo Rizzoli, figlio di mio fratello che abitava in via Tofane al 3. Una lapide in cortile ne ricorda ventuno, ma tutti insieme i bambini uccisi furono circa duecento. Oggi quasi tutte le mamme hanno raggiunto in cielo i loro angioletti, perchè sono passati ormai più di cinquant'anni.

 

 

testimonianza di Maria Luisa Rumi

Penso di essere una testimone poco adatta ad aiutare lo storico nella ricostruzione dei fatti. Perchè, mi sto chiedendo da diverso tempo, ricordo così poco di quel 20 ottobre 1944, mentre alcune delle mie compagne di scuola sanno ricostruire l'accaduto nei minimi particolari? Credo di aver voluto dimenticare e, purtroppo, rimuovendo quel ricordo, ho rimosso anche molta parte della mia infanzia. O forse ho semplicemente poca memoria. Come da una nebulosa lontana riesco tuttavia a far emergere pochissimi istanti, ma vivi e precisi, alcune "scene", come fossero sequenze staccate di un film.

1a scena: sono già fuori dalla scuola, in piazzetta, all'incrocio tra via Asiago, via Aristotele e via Ponte Vecchio. E' una spendida giornata di sole, venerdì 20 ottobre 1944. Là vedo mio fratello Massimo, che frequentava la classe quinta, mentre io faccio la seconda, ma ho solo 6 anni, avendo "saltato" la prima. Sono pochi giorni che ho iniziato la frequenza in quella scuola, non conosco nè maestra nè compagni. Massimo è in un crocchio di compagni che guardano verso l'alto, in un punto del cielo in cui stanno passando alcuni aerei che sganciano "qualcosa" e i ragazzi li osservano vociando e scambiandosi commenti. Io chiamo mio fratello, ma lui non mi ascolta, poi corre verso casa davanti a me.

2a scena: mi ricordo in via Minturno, sola, che corro come una disperata, con la cartella sulla testa e urlo terrorizzata: "Massimo, aspettami!", ma lui, più alto e veloce,arriva a casa prima di me.

3a scena: percorsi circa cinquanta metri della via, entro nel cancello della mia casa ed all'improvviso sento un frastuono, come se il mondo intero mi crollasse intorno, non faccio in tempo a scendere in rifugio e mi accovaccio sotto un terrazzino, quasi potesse ripararmi. Qui c'è un momento di vuoto assoluto nella mia memoria.

4a scena: è sceso un silenzio di tomba su tutto il quartiere, io esco da casa con mio padre, percorriamo un tratto della via Minturno. Dove andiamo non lo so, ma ricordo che tutto è ovattato da un polverone colorato sospeso nell'aria: intorno solo macerie.

5a scena: nel rifugio sotto la casa, mia zia Elisa si dispera e non vuole credere che, mentre io e mio fratello siamo lì vivi, incolumi, i suoi due bambini Aldo e Gabriella, non sono tornati a casa come noi.

6a scena: mi ritrovo, insieme a mio fratello Massimo ed alle mie sorelle gemelle Ida e Franca, di circa 4 anni, su un furgoncino di legno a pedali, spinto da un operaio della ditta del papà. Stiamo percorrendo viale Monza, ricoperto di macerie, dove sembra che la vita si sia fermata: sotto i grandi platani che fiancheggiano il viale, quà e là, si vedono carri rovesciati, biciclette contorte, cavalli morti. Ci guardiamo intorno smarriti, ma forse non comprendiamo a fondo che cosa sia successo. So soltanto che i nostri genitori ci mandano a Monza dai nonni, dove resteremo parecchi giorni, fin quando il peggio sarà passato, forse per sottrarci a scene troppo dolorose.

Sono questi gli unici momenti da me vissuti che posso dire di ricordare con assoluta chiarezza. Tutte le altre notizie che so su quel fatto le ho apprese in seguito, nel corso degli anni, dai genitori, dai parenti, da documenti... Ma queste non sono mia testimonianza e ritengo perciò di dovermi fermare qui, per quanto riguarda i fatti oggettivi. I commenti, invece, e le considerazioni potrebbero continuare all'infinito.

 

La casa della famiglia Rumi all'epoca del bombardamento

Nell'immagine, sulla destra, la casa della Famiglia Rumi all'epoca del bombardamento; il terrazzino che lei ricorda nella terza scena è il corrispondente (al piano rialzato verso il cortile) di quelli visibili dal lato della strada

In basso a sinistra è visibile il cratere provocato dallo scoppio di una delle bombe cadute

In fondo a sinistra lo stabile di via Pirano 7 fortunatamente risparmiato dagli ordigni

 

 

testimonianza di Luisa Sacchi

La famiglia Beccari era formata da mia zia Giuseppina detta Pina e da tre bambine: Wilma, Lilia e Stefania. Due frequentavano la scuola, la più piccola aveva due anni. Il giorno del bombardamento mia zia si recò a prendere le due bimbe, anche se la portinaia dello stabile di via Asiago, sapendo di altri bombardamenti, le aveva detto di lasciarle la piccola. La sua risposta fu lapidaria: se dobbiamo morire, siamo tutti insieme. La zia riuscì a trovare le due bimbe nei pressi della scuola, ma lo spostamento d'aria dovuto all'esplosione le investì, e tutte persero la vita.

Mia nonna, che la attendeva di ritorno per il pranzo, non vedendola arrivare si mise in allarme. Mia mamma Vincenzina percorse la via Asiago, senza però trovarle. Informata su cosa era accaduto a scuola, iniziò il triste pellegrinaggio in tutti gli ospedali della città; Le ritrovò due giorni dopo, in un sotterraneo di un ospedale. Erano composte tutte insieme: 35 anni, 10 anni, 8 anni, 2 anni. Rimasi solo io, avevo 4 anni.

Questa tragedia e la morte di mio zio materno di soli 33 anni in un campo di sterminio tedesco mi hanno fatto capire che la guerra rende a pochi e uccide tante persone che hanno avuto solamente la colpa di vivere, di calpestare questa terra, per poco, ma proprio poco tempo. Come la piccola Lilia di soli 2 anni.

 

 

testimonianza di Giulio Giuseppe Sanchi

Era una giornata bellissima quel 20 ottobre del 1944. Era un venerdi. Abitavo in un caseggiato insieme ad altre famiglie e questo voleva dire che, quando uscivo di casa per andare a scuola incontravo per strada tanti amici, forse troppi. Comunque, in quel bel mattino d'autunno in parecchi decidemmo di marinare la scuola e di andare nei prati a giocare al pallone. Per la strada incontrammo Tonino Pannaccese, che era sempre il primo quando si parlava di bigiare. Quella mattina però non mi diede retta e, malgrado la mia insistenza, si avviò verso la scuola con la sua cartella a tracolla andando incontro al suo tragico destino.

Le mamme erano tutte al lavoro e di solito venivano a sapere delle nostre marachelle solo nel tardo pomeriggio, al rientro a casa; la maggior parte dei nostri padri invece, era al fronte. Con noi viveva mia nonna paterna che svolgeva le faccende di casa e accudiva il mio fratellino di soli 4 anni. Quel mattino lo volli portare con me, me lo caricai qiundi sulle spalle e con gli amici ci dirigemmo verso i prati.

Verso le 11,20 suonò l'allarme e sentimmo il rumore degli aeroplani. Guardai verso l'alto e li vidi: erano moltissimi. Ripresi sulle spalle mio fratello e mi misi a correre verso casa, insieme a tutti i miei amici. In un istante fu l'inferno. Mi rifugiai nell'atrio di un portone ma fui investito dalla vetrata, crollata per lo spostamento d'aria. Ero a piedi nudi perchè, non essendo andato a scuola, avevo tolto le scarpe per non rovinarle. Così, con tutti quei vetri per terra, avevo i piedi completamente tagliati, ma non sentivo assolutamente il dolore. Iniziai a correre verso il naviglio per rifugiarmi sotto il ponte dove c'era già molta altra gente.

Una delle bombe però cadde proprio vicino al ponte, nel naviglio in secca, e ferì gravemente o uccise tutti coloro che vi avevano trovato rifugio. Ricordo che li sentivo gemere e lamentarsi per il dolore, chiedendo aiuto. Arrivato a casa, con mio fratello sempre sulle spalle, trovai mia nonna che quando ci vide si mise a piangere di gioia. Verso mezzogiorno mia madre rientrò in bicicletta dal lavoro, disperata perchè aveva saputo che nel bombardamento era stata colpita anche la scuola. Le corremmo incontro, abbracciandoci e piangendo anche noi. In quella tragica mattina d'ottobre mi salvai per fortuna o per grazia ricevuta, ma persi oltre duecento amici.

 

 

testimonianza di Ambrogina Sironi

Sono Ambrogina Sironi, sorella di Ambrogio, nata nel 1946. Dai miei genitori ho saputo che quel mattino per mio fratello sarebbe stato il primo giorno di scuola. Aveva 7 anni ed avrebbe frequentato la seconda elementare. Era appena tornato dalla Valtellina, dove era sfollato presso una zia. Quel mattino però, Ambrogio non ne voleva proprio sapere di andare a scuola! La mamma l'aveva preparato e visto che abitavamo proprio di fronte alla scuola all'orario di inizio delle lezioni l'aveva mandato da solo.

Nel frattempo il papà era intento ad effettuare le consegne con il suo carro e cavallo. Arrivato a Turro un signore l'ha avvertito che aveva un bambino nella cesta del fieno sotto il carro. Era il piccolo Ambrogio, deciso a bigiare la scuola. Il papà la pensava diversamente. Girato il carro e tornato a Gorla ha accompagnato mio fratello a scuola. Per sempre. Ora anche lui riposa nella cripta ossario, sotto il monumento. Io porto il suo nome, il nome di un piccolo martire!

 

 

testimonianza di Annamaria Smidili

A quei tempi ero una scolaretta di seconda elementare, per mia fortuna quella mattina ero assente perchè avevo la febbre alta. Ricordo benissimo che mentre scoppiavano le bombe i vetri delle finestra andarono in frantumi cadendo sul mio letto. Terrorizzata sono scappata in cortile dove ho trovato mia sorella Rina che vagava seminuda: una grossa pietra le era caduta vicino, fortunatamente senza ferirla. L'ho presa per mano e ci siamo rifugiate sotto il portico con altre persone. La febbre mi era scesa di colpo. Eravamo sole a casa perchè mia madre era al lavoro in fabbrica, mia padre in guerra e mio fratello a scuola (solo dopo seppi che aveva bigiato).

Io abito ancora in quella vecchia casa in via Tofane 5 dove, all'ingresso del primo cortile, una lapide in marmo fatta dal papà di una bambina perita nel disastro della scuola, Luigia Scotti, ricorda a tutti le venti piccole vittime innocenti. Passo ogni giorno davanti a quella lapide e penso ai nostri compagni di giochi, al dolore delle loro famiglie ed al fatto che i nostri due nomi potevano essere incisi con i loro. So con certezza che nessun caseggiato, eccetto la scuola di Gorla, ha subito un numero così elevato di bambini morti in un solo giorno.

 

La lapide posta all'interno del cortile di via Tofane 5, ricorda il sacrificio di venti bambini, residenti in quello stabile, morti nel bombardamento della scuola

La lapide di via Tofane 5 in memoria di 20 bambini morti nel bombardamento

 

 

testimonianza di Giovanni Smidili

Abitavo in via Tofane 5, frequentavo la quarta elementare, mia sorella Annamaria invece era in seconda; ricordo con chiarezza questi avvenimenti, la mamma prima di andare al lavoro ordinò a mia sorella di stare a casa perchè era febbricitante, insieme all'altra mia sorella Rina di 4 anni. Io, con i miei amici Giulio, Lillino e Bruno, mi avviai verso la scuola e, non so spiegarmi la ragione, una volta arrivati davanti al portone decidemmo di bigiare; forse perchè era una splendida giornata ed avevamo voglia di giocare al pallone.

Intravedemmo il bidello che si trovava vicino all'edicola di viale Monza e, per nasconderci, scendemmo la scarpata e camminammo fino al prato, attraversando il naviglio che in quel periodo dell'anno era in secca. Ricordo di aver riportato la cartella a casa e di essermi cambiato le scarpe per evitare che, tornata dal lavoro, la mamma si accorgesse di come avevo passato la mattina. Mentre giocavamo felici in mezzo al prato, vedemmo gli aerei che volavano nel cielo azzurro, ricordo la sirena d'allarme e, mentre le bombe cadevano sopra il quartiere colpendo la scuola, il suono della sirena del cessato allarme.

Rimanemmo terrorizzati, non ricordo cosa fecero i miei compagni, io scappai verso casa e mi riparai in un negozio dove però rimasi poco perchè cadevano i calcinacci; tornai sulla strada e mi nascosi in uno spazio formatosi fra il palo della luce ed un muretto vicino al ponte del naviglio, in prossimità di casa mia. Rimasi in quell'angolo fino alla fine degli scoppi e quando tutto il polverone si depositò, vidi davanti a me solo morti e feriti; corsi subito a casa preoccupato per l'incolumità di mia sorella.

Nel frattempo anche mia madre lasciò il lavoro temendo di trovarmi morto nella scuola, ma una persona la avvertì che mi aveva visto in strada dopo il bombardamento, ma che non era in grado di rinfrancarla sulle mie condizioni perchè avevo le labbra viola dal terrore. Giunto a casa mi accorsi di avere alcune ferite superficiali ed una piccola scheggia in una gamba. Purtroppo non ho mai saputo quanti della mia classe si sono salvati.

 

 

testimonianza di Giuditta Trentarossi Sala

Splendida e tiepida giornata di ottobre, una data che, fino a quando nostro Signore mi terrà su questa terra, non scorderò più. Avevo 7 anni, abitavo in viale Monza 185 e frequentavo la seconda elementare presso la scuola "Francesco Crispi" di piazza Redipuglia, a Gorla, anche se solo da pochi giorni, in quanto eravamo sfollati in Brianza e precisamente a Montevecchia. "Ormai", disse la mamma, "la guerra è finita, non ci sono più pericoli". Ero felice di rivedere le mie compagne: Graziella, Maria Luisa, Anna, Fanny, Marisa ed altre ancora.

Come ogni mattina il papà mi fece attraversare il già trafficato viale Monza, allora non c'erano nè semafori nè strisce pedonali, e mi recai serena e contenta a scuola con la cartella ed il calamaio con l'inchiostro (allora la scuola non lo forniva). "Ricordati di uscire se suona l'allarme, sono d'accordo con la Signora Maestra di venire a prenderti", mi disse il papà anche quella mattina, prima di lasciarmi per recarsi al suo lavoro quotidiano.

La mattinata procedette tranquilla fino verso le 11 circa, quando cominciammo a sentire suonare le sirene: "E' l'allarme, no è il cessato allarme... è il piccolo, no è il grande", e così la Signora Maestra, dopo essersi accertata che si trattava dell'allarme grande, avendo parlato dalla finestra con un Vigile Urbano (che sulla piazza avevano la loro sede), ci mise in fila e ci accompagnò scendendo le scale in rifugio e alla porta d'uscita, io ed alcune altre, come Graziella.

Uscii dalla scuola e precisamente da una porta laterale, svoltai a destra per percorrere la via Fratelli Pozzi che conduceva in viale Monza. A metà strada, di fronte alla casa Bonomelli (così detta allora), una signora, forse la custode dello stabile al civico n. 4, mi trascinò a forza nell'androne perchè le bombe cominciavano a cadere. Oltre al rombo degli aerei che luccicavano nel cielo terso, ho ancora oggi, dopo cinquantacinque anni, ben fissa nella mia mente l'immagine nera del mio inchiostro che lanciai contro le piastrelle bianche della portineria, perchè dovetti coprirmi la testa con la cartella, visto che cadevano tutti i vetri, e nelle orecchie le urla di questa signora che gridava: "Il mio olio, il mio olio" in quanto la stufetta di ghisa di forma cilindrica, con vari anelli concentrici, che serviva non solo a riscaldare ma anche a cucinare, si rovesciò: erano le 11,25 di venerdì, stava friggendo il pesce, allora si osservava scrupolosamente il magro! Cessato il rumore causato non solo dagli aerei, ma anche dalle grida di spavento di ognuno di noi, uscii in cortile per recarmi a casa, ma fui inghiottita da un enorme polverone in mezzo al quale non si vedeva nulla.

Non mi sapevo orientare e così presi la direzione sbagliata, tornando verso la scuola anzichè andare verso viale Monza, quando improvvisamente mi trovai sull'orlo di una grande voragine nella quale per poco non caddi, era la buca provocata dalla caduta della scuola; solo allora mi accorsi di aver sbagliato direzione e corsi via in direzione opposta. Finalmente arrivai, la strada non finiva più anche se la distanza era solo di un centinaio di metri, sul viale Monza ma, ahimè, vidi la mia casa distrutta e mio papà che vagava sopra un cumulo di macerie davanti alle saracinesche gonfiate del nostro negozio (un bar) nel quale era rimasta intrappolata la mamma che, a differenza di mio papà e di mia sorella non era riuscita a scendere nel rifugio. Urlai: "Papà, papà sono qui", ma lui non mi sentiva e non si accorgeva di me. Era tutto preso a cercare di salvare la mamma.

Il viale Monza era un groviglio di fili del tram strappati, di piante cadute, di macerie delle varie case distrutte. Ad un tratto un signore, detto "il cacciatore" perchè andava spesso a caccia, mi riconobbe e mi condusse nel forno del prestinaio di fronte a casa mia, al numero 142, andando subito dopo ad avvertire mio papà che mi trovavo lì sana e salva. A poco a poco tutte le persone uscirono dai rifugi, compresa mia sorella Lina che mi raggiunse insieme alla mamma ed al papà. Tutti insieme poi ci incamminammo lungo il Naviglio per andare a casa della zia Antonietta, sorella della mamma, che abitava a crescenzago in via Padova 210, perchè non avevamo più disponibile la nostra. Il papà in seguito ritornò verso il viale Monza per cercare di aiutare i pompieri a mettere in salvo alcune persone che erano rimaste bloccate: chi sui pianerottoli (erano cadute le scale), chi in casa, e a vedere se poteva salvare qualcosa della nostra mobilia.

C'era un grande caos, tutto fermo, tutto rotto, chi gridava, chi correva, non si capiva nulla, disse papà al suo ritorno a casa della zia. Nel frattempo incontrò anche lo zio Germano, fratello della mamma, che sentendo la notizia del gran disastro che era accaduto a Gorla si precipitò per verificare di persona la situazione ed accertarsi se eravamo ancora vivi. Intanto mia sorella Teresa, la maggiore, che si trovava al lavoro alla Montecatini in largo Donegani angolo via Turati, sentendo che a Gorla si era verificato un disastro, la scuola colpita, molte case distrutte e molte vittime, si era convinta di non trovare in vita più nessuno della sua famiglia e non voleva più rientrare. La zia Antonietta, alla quale aveva telefonato, dovette faticare non poco per convincerla che tutti noi, grazie a Dio, eravamo tutti salvi. La mandò poi a prelevare da una sua conoscente e ci ricongiungemmo tutti.

Dopo qualche giorno da Crescenzago ci recammo a Gorla per assistere, si fa per dire, ai funerali, che non erano altro che una sequenza di camion sui quali vennero sistemate una accanto all'altra le bare bianche dei circa duecento bambini caduti sotto la scuola, "Vittime innocenti" e "Piccoli Martiri", da cui poi prese il nome la nuova scuola elementare di Gorla. E' l'ultima immagine che ho dei miei compagni di scuola, che certamente saranno volati in cielo come "Angeli".

Spero tanto che la testimonianza di una bambina di tanti anni fa che, come tanti altri, ha sempre detto no alla violenza e alla guerra durante il seguito della sua vita, possa servire a qualcosa.

 

 

testimonianza di Pietro Luigi Volpin

Io sono nato dopo la guerra, quello che conosco lo devo ai racconti dei miei genitori. La mia famiglia era già stata sinistrata e viveva, come altri sfortunati, in una vecchia casa a ridosso dello scalo ferroviario di Greco; mia madre era incinta e imminente al parto. Quel giorno è da tutti ricordato come un giorno stupendo: cielo azzurro e sole caldo. Mia sorella Rina, una scolaretta diligente, andava a scuola volentieri; per il suo carattere dolcissimo è ricordata con tanto affetto da una sua compagna di classe, superstite.

Alle 11,20 circa una bomba sganciata da un aereo alleato centrava in pieno la scuola e causava la tragedia che tutti conosciamo. La notizia arrivò quasi subito a Greco. I miei genitori accorsero disperati e seppero che la loro figlia era tra i piccoli rimasti sepolti nei sotterranei; mio padre si unì agli altri genitori a scavare con le mani per cercare di liberare i piccoli dalle macerie. Quando la ritrovò si rese conto che era morta bruciata, probabilmente era venuta a trovarsi nell'immediata vicinanza dello scoppio. L'opera di riconoscimento fu atroce.

Dopo dieci giorni mia madre mise al mondo una bambina a cui venne dato il nome di Rina, la sorellina tanto sfortunata. Mia madre, nei tempi successivi, si rimproverò sempre di non aver sentito quella mattina, dentro di sè, il presentimento o il desiderio di non mandarla a scuola a morire.

 

 

testimonianza di Francesca Annovazzi Smidili

20 ottobre 1944: giorno tragico per il rione di Gorla rievoca in coloro che hanno vissuto l’infanzia in guerra tanti ricordi.

Avevo sei anni e frequentavo la 1a classe elementare dalle Suore Preziosine, Parrocchia di San Giuseppe dei Morenti, rione Crescenzago.

Le aule erano nell’abside della chiesa, una scala circolare stretta e buia portava alle classi. In tarda mattinata suonò l’allarme e le suore ci fecero scendere ordinatamente nel rifugio, dove ricordo c’erano grossi pilastri e gabbie con i conigli. Iniziarono il Rosario e noi bambine rispondevamo sussultando e turandoci le orecchie ad ogni scoppio delle bombe. Purtroppo quando suonava l’allarme eravamo abituate ad andare in rifugio anche a casa. Ricordo all’improvviso uno strattone al braccio e risento mia madre dire alla suora: "La mia Francesca la porto via, hanno detto che verranno bombardate tutte le scuole". Sapeva già di Gorla e Precotto.

Mi rivedo correre velocemente per mano a lei, l’aspettavano Maria di due anni e Renata di otto mesi. Costeggiammo un fossato tra le sterpaglie, finalmente a casa salve, mia madre era senza scarpe, le aveva perdute per strada. Ricordo che verso sera io e mio padre da via Asiago arrivammo davanti alla chiesa di Santa Teresa, c’era una voragine, i soldati impedivano di proseguire. Le notizie della gente che aveva visto la scuola bombardata erano terribili, il papà piangeva e mi stringeva la mano.

Io non capivo, ero troppo piccola e tanto contenta perché uscendo prima da scuola, causa il bombardamento, avevo evitato di mangiare in refettorio quello che davano sempre le suore: ceci, frittata fatta con una polvere gialla, latte dolciastro che nel piatto sembrava colla e qualche volta riso con i vermi. In casa si mangiava meglio, mio papà lavorava all’I.B.M. e la mamma a borsa nera riusciva a comprare un po’ di tutto, ma soprattutto avevo evitato la cucchiaiata di marmellata che il Prevosto, Don Giuseppe Del Corno (ora annoverato tra i benemeriti di Milano) distribuiva alle 16,30 alla fine delle lezioni con la benedizione.

Ricordo che si sedeva vicino al portone principale della chiesa, ai lati due mastelli di legno pieni di marmellata (mandata, credo, dal soccorso svizzero) e usando per tutte le alunne lo stesso cucchiaio, ci faceva spalancare la bocca e giù…

Io non avevo i geloni ai piedi come tanti bambini in tempo di guerra, malgrado il freddo, calzavo gli zoccoloni di legno con la tomaia di pelle durissima. Soffrivo di herpes agli angoli della bocca, non avevo il coraggio di rifiutare, ma era un vero supplizio, ingoiavo marmellata e sangue, si aprivano le crosticine e non guarivano mai…

Per me, bambina di sei anni, quel giorno era quasi speciale, solo tempo dopo diventando consapevole avrei capito quale tragedia si fosse consumata il 20 ottobre 1944 a pochi passi da casa mia.

 

 

testimonianza di Gianni Banfi

Era una di quelle giornate che riconciliano con la vita. Un sole caldo, un’atmosfera tersa, luminosa, un cielo azzurro privo di una benchè minima nuvola. Le siepi che orlavano i numerosi campi e le strade mostravano appena i segni di inizio autunno, così pure gli alberi trattenevano ancora molte foglie verdi per lasciare andare quelle giallo-brune che poco più in là formavano macchie variopinte. Non un alito di vento le scuoteva: tutto era disteso e placido da parte della natura, non così da parte degli uomini, perché questi erano in guerra fra loro. La guerra! Si proprio la guerra che era arrivata ad uno dei momenti più tragici. Verso le undici del mattino l’aria venne lacerata dal prolungato ululato delle sirene: l’allarme annunciante le incursioni aeree.

Dopo un silenzio di qualche minuto ecco emergere da una remota lontananza un rombo appena percettibile, un rombo che potrebbe essere paragonato ad un brontolio lontano di temporale, ma che, a differenza di questo, oltre a non concedersi pausa, andava sempre più aumentando d’intensità. Un rombo difficilmente descrivibile, un gro-on…gro-on…gro-on che andava penetrando e riempiendo ossessivamente lo spazio circostante e quello dei cervelli di chi lo ascoltava.

Quei pochi cittadini ancora sulle strade che si attardavano, o perché non avevano trovato un rifugio antiaereo, o perché facenti parte della categoria di scettici per natura (i soliti che si credono immuni da ogni colpo portato dalla sorte), alzando gli occhi al cielo e vedendo miriadi di luccicanti aeroplani che lentissimamente guadagnavano lo spazio azzurro, capirono, pure loro, che quello che si avvicinava era qualcosa di diverso e terribile e, quel che è peggio, era che si stava abbattendo proprio sopra le loro teste.

Così pure nelle case qualcuno, per gli stessi motivi, si attardava sui pianerottoli, ma vista la piega che andava assumendo l’incursione, si precipitava nei rifugi aggiornando la situazione a quanti già stavano, con un grido: "hinn chi! … hinn chi!"(sono qui! … sono qui!) che chiaro manifestava che lo scetticismo si era ormai volto in terrore.

Stessa agitazione anche nelle scuole del circondario cioè in quelle di Prato, Turro, Precotto, Gorla (non di Greco perché in quel periodo la scuola Bottelli era occupata da un comando tedesco).

Le classi, già al primo ululato delle sirene, si appressarono in tutta fretta e nella disciplina stabilita dalle regole, a scendere nelle cantine rifugio. Di lì a qualche minuto la terra cominciò a tremare. Il monotono rombo dei motori venne sommerso da scoppi in sequela, da sibili, da tonfi.

Nelle cantine rifugio la fioca luce di piccole e rare lampadine che proiettavano sui muri ombre enormi lasciando gli angoli oscuri dove ancor più si annidava la paura, altrove si era spenta ed il buio era totale. Un polverone, prodotto dagli intonaci staccati, faceva mancare il respiro. Le grida che seguirono, le invocazioni, i pianti disperati, l’agitarsi nel buio, lo stringersi l’un l’altro, non facevano che aumentare il terrore. Le pause tra gli scoppi erano sempre riempite dal rombo, ora più vicino e lacerante, degli aerei.

Non sappiamo, ne possiamo lontanamente immaginare, quello che avvenne nei rifugi colpiti, quando, oltre al buio, alla polvere ed al senso di soffocamento, i muri cedettero e sommersero quanti vi si trovavano, facendo perdere con i sensi anche la vita. O di quanti invece, in quei terribili momenti, si sentirono schiacciati da cupe masse, lacerate le membra, senza avere più la possibilità di muoversi, compressi, soffocati, costretti in vita nella più tragica delle situazioni. Nè sappiamo tantomeno immaginare lo spavento provato dai bambini di Gorla quando la bomba, trapassati i muri, concludeva con lo scoppio il suo itinerario di morte.

Nelle aree limitrofe a quelle che subirono il bombardamento, e tra queste Greco, appena fu possibile la gente uscì dai rifugi riversandosi sulle strade, coscienti di quanto era successo data l’intensità del bombardamento, si chiedevano dove ciò fosse avvenuto e chi e quanti fossero stati colpiti. Le voci impiegarono ben poco ad arrivare; voci roche, spezzate, lacunose ma chiare: … Gorla … Precotto … el vial Monza …

Altre voci si accavallarono alle prime, portate da chi era stato in parte testimone, provenienti da lì in bicicletta o in moto: un disastro … la scuola … le case … un macello … via Rucellai … viale Monza …

Ormai era mezzogiorno; la giornata continuava ad essere bella. Attonita e muta, la gente guardava su in alto dove gli aeroplani, come tante formichine, piccoli e lucenti, dopo aver virato tornavano alla base. L’aria era ancora percorsa dal rombo dei loro motori, un ron… ron… più sommesso, più lontano, un brontolio come quello di un cane che, cosciente di averla fatta grossa come l’aver azzannato un bambino, se ne sta accucciato in un angolo, ciò nondimeno mostra i denti e ringhia a quanti fanno per avvicinarsi. Le squadriglie se ne tornavano percorrendo a ritroso l’itinerario d’andata lasciando dietro di loro una scia di morte.

Nel primo pomeriggio, gruppi di familiari che avevano parenti e conoscenti nelle aree colpite, o anche semplici cittadini colpiti pure loro nel corpo vivo della comune appartenenza, mossi soprattutto dal desiderio di rendersi conto dell’entità del disastro, si affrettarono per raggiungerle. Chi attraversava il tunnel e per via Popoli Uniti per Turro, chi per via Conti dietro la chiesa o lungo il naviglio per Gorla, chi per via Rucellai per Precotto.

Ci affidiamo per questo ricordo alle immagini di un giovanissimo di allora che forse più di quelle di un adulto, turbate da considerazioni di altra natura, sono rimaste scolpite nella mente in maniera indelebile. Già all’imbocco di via Rucellai alle Quattrostrade, gruppi di persone con passo affrettato e silenzioso si inoltravano nella strada, mentre altri ne uscivano; il pallore dei visi, la concitazione dei gesti, denunciavano uno stato di agitazione, voci sommesse e rotte, figure nere e grigie entro una luce espansa.

La semicurva della via mostrava i fabbricati bassi e gialli dell’ospedaletto, sul tetto del quale spiccavano le grandi croci rosse in campo bianco. Poco più avanti si intravedevano le prime case colpite.

Le domande concitate dei nuovi arrivati:

"L’è la ca del…"

"Doe hinn … hinn sota? … s’hinn salvaa?"

"No … no … se sa no"

Altri arrivi: "Lasciateci passare, sono nostri parenti …"

Le persone che volevano proseguire erano impedite dalla calca e dalle macerie trabordanti dalle case colpite. Qualche soldato, i pompieri, altri uomini in divisa, tutti impegnati intorno alle case sventrate. A loro ci si rivolge. Chi piange, chi conforta, chi grida, chi aspetta impietrito. Ma ecco viale Monza … i tram verdi, quelli lunghi a più carrozze, eccoli là rovesciati sul fianco, le rotaie divelte e volte all’insù. Là un cavallo disteso per terra, imponente, rigido, ancora legato alle stanghe del carro; più avanti eccone un altro nella stessa condizione, nessuno lo degna di uno sguardo. La strada (viale Monza) è ingombra d’una infinità di detriti, massi, macerie sparse, buche, e di gente che va e che viene sempre più esagitata. I cavi elettrici, i pali della luce, gli alberi, i grandi platani, tutti piegati, contorti, troncati, riversi, ingombrano la via ma in parte nascondono la vista delle case.

Le case costituiscono lo spettacolo più tragico. Quelle non direttamente colpite sono tutte butterate; le facciate sono segnate da centinaia di bozzi, grandi e piccoli, l’intonaco lacerato e in parte caduto mette a nudo i mattoni; le finestre sono ormai tutte prive di vetri, le tapparelle e le gelosie penzolano fuori dai cardini in precari equilibri. Giù in basso i negozi hanno le saracinesche gonfie a dismisura, quasi fossero incinte.

Dappertutto detriti, vetri, legni, sassi, intorno si aggirano ombre nere: sono gli inquilini che non sanno se disperarsi per aver perso la casa o ringraziare il cielo per la fortuna di aver avuto salva la vita.

Ma le case colpite? Le case di tre, quattro, cinque piani? Sono sventrate! Metà sono venute giù, l’altra metà come un dente cariato è ancora su. I singoli piani sono ben evidenti e segnano linee trasversali su pareti verticali frastagliate. I plafoni sono precipitati, caduti gli uni sopra gli altri, finchè tutti sono sprofondati in un unico ammasso. Sulle pareti rimaste in piedi sono ora ben evidenti i singoli locali, si possono "leggere" attraverso le diverse tinteggiature quelle che erano "la stanza " e "la cusina". Qualche mobile, qualche quadro sono rimasti appesi alla parete, altri pendono nel vuoto in bilico. Le travi che costituiscono il pavimento, quel poco che non è caduto, trattengono detriti, tegole, qualche mobile distrutto. Tutto il resto è giù là, i mobili, i tavoli, i lampadari, le credenze, le pentole, i piatti, i vestiti, i letti, gli armadi con la "dotta" delle figlie, tutto è laggiù in fondo, coperto da un inestricabile guazzabuglio di travi, mattoni, tegole, calcinacci. Anche le rampe delle scale sono precipitate, tranne qualche spezzone che è rimasto lassù stranamente appeso. Ma le case non sono due o tre, sono decine e decine, da Villa San Giovanni a Precotto, lungo viale Monza verso Gorla, Turro, e poi verso l’interno: via Dolomiti, via Aristotele, via Teocrito, via Pirano…

Ma là sotto’? Cosa succede nelle cantine-rifugio delle case colpite? Sono vivi? Sono tutti morti? Da dove cominciare a scavare? Nessuna precedenza! Là dove si radunano le persone mosse dalla loro disperazione. Là qualche pompiere s’è messo a dirigere le operazioni, coinvolgendo giovani e meno giovani; c’è il pericolo di nuovi crolli, prima di scavare bisogna abbattere i muri pericolanti. Le case? Si, ma le scuole? Quella di Precotto: colpita! La bomba non è arrivata in fondo, è scoppiata prima, quando i ragazzi erano già in cantina. Ora sono laggiù, vivi ma sepolti! Non così a Gorla, dove è scoppiata quando si trovavano ancora sulle scale: 205 morti! Nelle scuole il lavoro si svolge ancor più affannosamente, disperatamente si cerca di arrivare in tempo, di rimuovere, di scavare, senza pensare a nulla, ad altri crolli. Ma da lì si estraggono solo cadaveri tumefatti, laceri, sporchi di sangue e di terra, con le membra rotte che penzolano. La folla tutt’intorno si accalca, piange, si dispera, urla, grida. Una voce, un grido forte: è vivo! è vivo! le madri accorrono. No! Non è vivo! arriva la madre, è il suo, sì! Lo abbraccia, mani pietose la trattengono e dopo un grido si accascia. Ma quello che avviene in quel momento non è una scena unica, già prima si è ripetuta decine di volte e ancora sarà seguita da altre, e altre, e altre, e non solo qui, un poco più in là, qualche decina di metri più in là. Ogni casa nasconde la sua tragedia sotto un cumulo di calcinacci. Tutt’intorno, a corona, sfidando il pericolo di nuovi crolli, si accalcano persone con la disperata speranza nel cuore.

Alle imprecazioni e alle maledizioni "ufficiali" indirizzate dai responsabili governativi agli esecutori materiali della tragedia (inglesi e americani), dimentichi di quanto da loro precedentemente realizzato, stranamente non si unirono quelli della popolazione colpita, o almeno il rancore, l’odio, l’ira che fatalmente crebbero nei loro petti e nelle loro menti, presero un altro indirizzo, dirigendosi verso coloro che vennero ritenuti i veri responsabili. E quest’ira repressa avrà modo di manifestarsi più avanti, quando esploderà terribile anche con manifestazioni di barbara inciviltà durante il periodo di insurrezione cittadina (25 aprile 1945), agli epigoni di quello che era diventato l’odiato regime che agli occhi della gente comune aveva assunto l’aspetto e l’immagine di due figure emblematiche: quella del soldato tedesco con l’elmetto squadrato e due chiribizzi ai lati formanti le lettere SS, e quella altrettanto dura del milite della "Muti" col suo basco nero o della X mas, o del "repubblichino", o per dire più esplicitamente del fascista che aveva perso in pochi anni l’alone artificioso di romantico e intrepido conquistatore dei cieli, solcatore di mari, dissodatore di nuove terre verso cui tutti, o quasi, avevano finito con l’aderirvi.

Per i "liberatori" americani e inglesi, esecutori materiali del bombardamento, arrivati sei mesi dopo, non vi furono che acclamazioni, grida di gioia, feste ed accoglienze trionfali. Questo ci spiega quale immenso valore abbia la libertà! Con loro il sole tornò a splendere! Con loro tornò la gioia di vivere! Con loro tornò la musica! Con loro il popolo italiano conobbe e potè sperimentare per la prima volta nella sua più che bimillenaria storia, il valore della libertà, avviandosi sul cammino democratico.

Il lungo corteo funebre proveniente da Gorla percorreva via Prospero Finzi ed imboccava la salita del cavalcavia fino al cimitero di Greco. La lunga teoria di camion militari con le piccole bare, separati l’un l’altro dal seguito dei genitori, dei parenti e della gente del quartiere, si avvicinava all’ingresso. Destinazione delle salme era l’ultimo campo del cimitero, in fondo sulla destra, proprio davanti al muro di cinta che aveva come sfondo il cavalcavia. Mentre le prime bare erano ormai deposte davanti alle tombe che le avrebbero accolte, ancora sulla strada sopra di loro sfilavano altri camion con il loro triste carico di dolore. Il silenzio era totale se non fosse stato per il naturale calpestio prodotto dalla gente che si ammassava intorno. L’ora del supremo addio era giunta. Improvvisamente emerse una voce lamentosa, la voce di una mamma che chiamava per nome il proprio figlio. Quella mattina le aveva detto: "Mamma, oggi non vado a scuola, non mi sento bene", "Vai!, vai!" rispose lei, ben sapendo che il malessere del figlio non poteva avere molte commiserazioni. Ora quella parole risuonavano nella sua mente e la colpevolizzavano. In un vano monologo invocava: "figlio, figlio mio, figlio mio … perdonami".

Oltre al dolore della perdita si sentiva addosso anche la responsabilità. La beffa del destino che le aveva dato una possibilità e lei l’aveva sprecata. Il calare nella fossa dei primi piccoli giunti in quel campo, accompagnato dal rumore sordo della terra che scorreva sulle piccole bare era il richiamo netto e senza speranza alla dura realtà. Il cordone ombelicale definitivamente reciso, l’estremo addio e, per sempre, sepolta la possibilità di vedere ancora una volta quei visi, quei corpicini composti. Crudeltà suprema! Bastava che con un atto d’imperio si fosse levato via quel coperchio ed afferrato il bimbo per le spalle, per gridargli: Alla buon ora! Alfine esci! Esci perdio! Sgridarlo così, come si sgrida per una disobbedienza e forse … forse il miracolo si sarebbe compiuto! Ora non più, ora non più! Già terra e sassi scorrevano inesorabilmente sulla bara, annullando ogni speranza.

Altro non c’era che piangere sommessamente, altro non c’era che lasciare a quella mamma e alle altre mamme, nel loro soliloquio, il disperato compito di piangere per tutti. Le madri erano avvolte tutte in manti neri che le chiudevano nel loro irreale mondo. Erano là, ognuna davanti alla piccola bara, come statue di sale. Ora nella loro vita sarebbe apparso un nuovo itinerario che avrebbero percorso, giorno dopo giorno, anno dopo anno, fino all’esaurirsi della loro vita, fino a quando l’imprevedibilità degli uomini avrebbe decretato: Ora basta! Ora cancelliamo, se possibile, anche il ricordo!

Il ripercorrere all’indietro i sentieri del piccolo cimitero era occasione per meditare sugli effetti della guerra. Per i giovani non c’erano meditazioni bensì occasioni per vedere e visitare i personaggi che sempre più andavano popolando il cimitero: le tombe dei soldati. Per i "grandi" non si sa! Difficile scoprire ciò che si nasconde in fondo al cuore. Tra i due scegliamo i primi. Ecco, laggiù, nel bel mezzo, imponente, la statua bronzea del soldato, a grandezza naturale o forse più, dato che sta sopra un piedistallo, gambe aperte, busto eretto, braccia larghe e mani ai fianchi, sguardo fisso in avanti verso il sole. Eroe! La statua recentissima brilla al sole di riflessi d’oro. Il profilo di un altro, eccone uno più modesto. Eroe! Eroe! Eroe!

Là sulla fotografia di ceramica, il volto sorridente di un marinaio, si legge nel suo sguardo un sorrisetto malizioso; le onde non sono quelle del mare ma quelle di lucidi capelli neri che il berretto militare non riesce a nascondere del tutto. Nei suoi occhi brilla una gran voglia di vivere, non già di morire! Neanche per la Patria! Anche se le parole incise sulla lapide a questa si riferiscono: Eroe? Eroe si! Doppiamente perché la vita l’ha data, anche se fortissimamente voleva vivere! Più avanti una stele mostra in un basso rilievo due aeroplani che tracciano un ghirigoro che ha per conclusione l’impatto con il suolo. Così morì il Giussani, pilota grechese, prima ancora che iniziasse la guerra. Eroe! Una serie di tombe di soldati che ancora non hanno una lapide definitiva. Là un’elica di marmo spezzata, qui un’ancora, là un tronco di colonna, una foto di alpino in posa presso una colonnina di legno, con pantaloni alla zuava, larghi larghi, con le fasce che gli stringono le gambe. Poi un fante, un altro fante, un bersagliere… la meglio gioventù che va sottoterra, canterà più tardi la canzone del ponte di Perati, ricordando laggiù la Grecia. Poi ancora qua e là steli, busti di marmo, bronzi, giovani con sguardi sereni e fieri … quanti eroi … tutti eroi? Chi sono gli eroi? Gli eroi sono prima di tutto quelli che hanno donato la propria vita! Coscienti? Costretti? Non domandiamocelo! Per loro il sacrificio fu totale! Anche là in fondo, presso la "murella", sotto la scarpata della "monta" cominciarono a spuntare i primi monumenti.

A grandezza naturale, in bronzo, il bimbo scende un gradino. Tiene sulla destra la sua cartella, porta calze corte e pantaloncini, la camicia con giacchino. Molto probabilmente era biondo, con capelli lisci, la scriminatura molto precisa ed un ciuffetto che si stacca appena per andare ad occupare un poco la fronte. Accenna appena ad un sorriso che genera sulla guancia una piccola fossetta. Al suo fianco, la tomba successiva, due piccole testine, fratello e sorella, si guardano e si sorridono, lei tiene un nastro tra i capelli con la galla. Altre tombe per altri bambini, altri marmi bianchi, fotografie con volti sorridenti, libri di marmo aperti con scritta sopra la frase più dolente… mamma, papà. Altre file, altre tombe, altri ragazzetti e bambini, tutto il campo è riservato a loro, e loro lo hanno riempito come fossero lì su un prato a giocare,. Così, scorgendolo da lontano, dava quest’impressione.

Col passare degli anni anche quest’angolo impercettibilmente mutava: gli alberelli si erano fatti grandicelli ed i marmi bianchi scomparivano per metà dietro di loro. Il marmo si era fatto opaco, le lapidi un po’ sconnesse a causa dell’assestamento del terreno, ma quanti visitavano il cimitero di Greco non scordavano mai di fare un breve giro da quella parte "a trovaa i fioeu de Gorla…", a dare un’occhiata, un saluto silenzioso, a continuare quel personale colloquio, a fare le proprie intime riflessioni. Tutto veniva naturale passando per quei vialetti, lentamente, senza scomporsi, sentendo solo il proprio calpestio sul ghiaietto.

E venne il tempo anche per i fioeu de Gorla, de tirai su, ma si decise che dovessero restare ancora qualche tempo. Tutti gli altri man mano se ne erano andati. Se ne erano andati i soldati, le grandi statue, le colonne, i cippi, i busti. Con loro scomparvero anche le parole Patria, Sacrificio, Eroe. Alla fine però, inesorabilmente, toccò anche a loro, anzi a Voi, abbandonare l’ultimo campo giochi. Marmi, lastre, statue, tutto seguì la prassi e vennero distrutti. Ma tu, piccolo bimbo di bronzo, e voi testoline sorridenti, e voi immagini sbiadite dal tempo, chi mai avrà avuto l’ardire di frantumarvi? Avete voi esaurito la missione di farci ricordare cos’è la guerra? Ma siamo noi così stolti e incoscienti da distruggere non solo le vostre immagini ma anche il vostro ricordo?

Sta il monumento nella piazza Piccoli Martiri a Gorla! Là dove sorgeva la vostra scuola. L’immagine velata della Mamma, privata ormai delle lacrime, mostra a noi il bimbo inerte: Ecco la guerra!

Giù nella cripta, in quell’angusto spazio vi siete riuniti con la maestra per continuare quella lezione che non avete potuto finire quel giorno, ricordate? Era il 20 ottobre 1944.

P.S.: i bronzi sono stati restituiti alle famiglie

 

 

testimonianza di Lucia Berardi

Eravamo venuti a Milano da Giovinazzo (Bari) in sei, mamma, papà e quattro bambini: Paolo nato nel 1936, io nel 1937, Isabella nel 1939 e Luigi nel 1941. Abitavamo in via Tanaro 6, zona Crescenzago, la nostra prima casa fu una vecchia cascina (ora demolita) ubicata fra due palazzi più nuovi, che avevano le cantine adibite a rifugi.

Non avevamo nessuna comodità, l'ingresso era senza portone e internamente si sviluppava su tre lati, a ferro di cavallo (tipica cascina lombarda); le abitazioni erano a uno o due piani, e tutti gli usci si aprivano sul cortile comune. A destra c'era una grossa pompa per attingere l'acqua dal pozzo. La parte centrale comprendeva, oltre ad alcune abitazioni, due gabinetti utilizzati da tutte le famiglie e la pattumiera situata in una buca profonda delle dimensioni di circa due metri per quattro, chiusa da un pesante coperchio in legno borchiato dotato di una piccola botola per permettere alle persone di gettare i propri rifiuti.

Il mio ricordo è legato a questi dettagli perchè mio papà, quel terribile giorno, al suono della sirena d'allarme fece uscire tutti noi di casa per condurci al rifugio di via Ponte Nuovo 5, ma vedendo nel cielo azzurro che gli aerei già sganciavano le bombe a pioggia, ebbe paura di non fare in tempo ad attraversare il cortile e d'istinto ci infilò tutti nella pattumiera, dove rimanemmo fino alla fine del bombardamento.

Il terrore in quei momenti fece sragionare tutte le persone, grandi e piccole, ed in quel momento per il mio papà era stata la cosa più giusta ed immediata da fare.

Se questo ricordo non fosse legato a quel giorno tanto triste e drammatico, potrebbe far sorridere la soluzione adottata da mio padre per salvare i suoi quattro figli.

 

 

testimonianza di Giorgio Bettini

Sono nato a Milano il 17 maggio 1936.

Superstite della scuola elementare Francesco Crispi di Gorla, che frequentavo con mio fratello Mario (nato nel 1934 e deceduto adulto) nella seconda e quinta classe.

Il ricordo del 20 ottobre è rinnovato ogni anno, quando partecipo alla commemorazione dei Piccoli Martiri, scolaretti tanto sfortunati. Guardo il monumento e ripenso alla mia scuola e a tutto quello che è successo alle ore 11,30 circa.

Da via Pisino 4, dove abitavamo, io e mio fratello Mario insieme al nostro amico Antonio ci incamminammo sereni verso la scuola; c'era un bel sole e sembrava primavera. Antonio raccontava con entusiasmo la trama di un film musicale che aveva visto in un cinema di viale Monza; gli era piaciuto tanto e si era divertito. Arrivati davanti al portone ci disse: "E stato troppo bello, finchè avrò vita non lo dimenticherò mai...". Ci salutammo ed entrammo nelle nostre classi, dandoci appuntamento all'uscita per tornare a casa insieme.

Le lezioni erano quasi al termine quando sentimmo le sirene d'allarme. Quando succedeva la mamma raccomandava di scappare a casa subito, quindi fuggimmo come lepri verso l'uscita. Trovati però i cancelli chiusi decidemmo di scavalcare il muretto di cinta insieme ad altri ragazzi.

Iniziato il bombardamento riuscimmo ad entrare nel portone della cascina che si trovava sul lato sinistro della scuola, verso il naviglio, e da li raggiungemmo la stalla dove ci sentivamo sicuri e protetti. Fuori c'era il finimondo.

Quando il silenzio totale sostituì l'assordante rumore dovuto agli aerei nel cielo sopra il quartiere, alle bombe che scoppiavano, agli edifici che crollavano, provammo ad uscire senza però vedere niente.

Tutto era avvolto in una nebbia fitta, che scoprimmo poi essere polvere, macerie, distruzione e morte. Una parte della cascina ed alcune case adiacenti erano crollate, un'ala della scuola non c'era più, i nostri compagni che stavano scendendo nel rifugio, sotto le macerie senza scampo.

Correndo verso casa sentivamo solo urla. Incontrammo la mamma disperata in via Asiago e ci abbracciammo stretti senza riuscire a dire una parola.

Nel caseggiato dove abitavo molti bambini quella mattina non tornarono da scuola, il dolore e la desolazione entrarono nella vita di tante famiglie; la mamma veniva guardata con invidia dalle altre mamme colpite dalla tragedia.

Il mio amico Antonio, coetaneo di mio fratello Mario e suo compagno di classe, morì sotto le macerie della scuola, forse pensando a quel bel film musicale, mentre noi con il passare degli anni ricordavamo la sua frase: "finchè avrò vita...". Avrebbe avuto solo quattro giorni: dalla domenica precedente a venerdi 20 ottobre 1944, e tre ore: dalle 8,30 alle 11,30 circa... Questa è la mia testimonianza, per non dimenticare mai.

 

 

testimonianza di Silvio Bertolotti

Mi chiamo Silvio Bertolotti, sono un ex pompiere di Milano, da anni abito a Baveno (Verbania). Prestavo servizio in un distaccamento presso le scuole di via Ravenna, verso Chiaravalle.

Da poco era morto mio padre e mio fratello era militare, per questi motivi avevo chiesto il trasferimento per essere vicino a mia madre che era a casa da sola.

Ricordo che quel tragico mattino, con la mia squadra, fummo chiamati di buon ora a domare un incendio scoppiato nella stalla di una caserma a San Donato Milanese, mitragliata dal ricognitore notturno detto "Pippo". Al nostro ritorno ci dissero di recarci subito a Gorla, dove avevano colpito la scuola elementare e tante altre case. Sul posto, oltre ai parenti ed ai soccorritori, c'erano già alcuni nostri compagni provenienti dalla caserma di via Benedetto Marcello.

Il capo di costoro lo conoscevo bene, si chiamava Garlaschini. Avevano già recuperato tanti piccoli corpi inanimati, fra questi anche quello di suo figlio Riccardo di sei anni. Con questo povero papà, tanto provato dalla vita, nel dopoguerra ho lavorato a lungo nello stesso gruppo. Io ho 86 anni, ma quando penso a quel terribile giorno mi emoziono ancora.

A voi che siete più giovani dico: mantenete alto il ricordo, che quei piccoli non siano morti invano...

 

 

testimonianza di Renata Anna Caretta

Sono Renata Anna Caretta, nata nel 1946.

I miei familiari hanno voluto chiamarmi così per ricordare due bimbe, Renata di undici anni e Anna di sei, purtroppo tolte alla mia famiglia nella grande tragedia che è stata il bombardamento della scuola di Gorla, oltre al cuginetto Luigi di sette anni ed a tutti i loro amichetti che frequentavano la stessa scuola.

I miei ricordi iniziano dal periodo in cui, ancora piccola, ho iniziato a capire cosa significava la data del 20 ottobre per la mia famiglia e per tutto il quartiere di Gorla.

Ricordo che quel giorno con il passare degli anni era sempre uguale, sempre un giorno di lutto, come se il tempo non passasse mai; fino a che i miei genitori sono avanzati negli anni ed io mi sono sposata avendo a mia volta dei figli. Quella data è sempre stata sacra, un giorno di preghiere e di ricorrenza nel dolore; un giorno, ogni anno, in cui nella nostra casa non esistevano ne radio, ne giradischi, ne televisione.

Ed anche oggi che di anni ne ho 54 (la testimonianza è del 2000) e che i miei genitori non ci sono più, si affacciano alla mia mente tutto ciò che mia madre mi raccontava: quella mattina, visto che mio padre si trovava al fronte, si trovava al lavoro in fabbrica per provvedere al sostentamento della famiglia composta anche da due figlie: Wilma di un anno ed Emilia di 14 anni che si occupava della casa e delle mie sorelline in assenza della mamma. Renata e Anna non volevano andare a scuola, contrariamente a quanto succedeva di solito e solo dopo le insistenze di Emilia, che spiegò loro che questo comportamento avrebbe causato un dispiacere alla mamma già costretta a tanti sacrifici, si convinsero ad andare a scuola.

Quando suonò l'allarme, Renata insieme ad altri ragazzi era riuscita a scappare ma arrivata ormai in prossimità della casa si ricordò di aver lasciato a scuola la sorellina più piccola, Anna. Sentendosi responsabile di quanto poteva accaderle tornò di corsa verso la scuola dove il destino aveva deciso per entrambe la stessa fine; questo dettaglio venne poi confermato da alcuni nostri vicini di casa che la incontrarono sotto il ponte di via Tofane incitandola a correre a casa, ma lei ribadì che doveva tornare a scuola perchè aveva dimenticato la sorellina.

Altra tregedia fu dopo alcuni mesi quando papà, che era dato per disperso rientrò a casa, felice di vedere nuovamente la famiglia unita, quella famiglia di cui da tempo non aveva notizie; ma la sua felicità durò poco, fino a quando cercando le sue bambine scoprì che non le avrebbe più riviste, perchè la guerra gliele aveva portate via. Non erano bastate tutte le sofferenze che aveva dovuto sopportare in sette anni di guerra in Russia e di prigionia in Africa, il destino aveva gli aveva riservato anche questo colpo.

L'unica consolazione, oltre a quella di aver trovato almeno la mamma ancora viva, fu la mia nascita 19 mesi dopo la disgrazia per riempire un piccolo spazio nel grande vuoto incolmabile della loro vita. E' pur vero che io portavo il nome di entrambe le bambine scomparse, ma fisicamente ero una sola, così i miei genitori seppur distrutti dal dolore, dopo tre anni giunsero alla decisione di mettere al mondo altri due gemelli, che chiamarono Anna (come la loro piccolina) e Luigi, come il loro nipotino scomparso quella mattina.

 

 

testimonianza di Luigina Comparin

"Loredana è a scuola...".

Mamma e babbo l'aspettano sempre (da anni ormai l'hanno raggiunta).

Questa è la frase scritta sul retro della fotografia scattata nella sua casa, seduta alla scrivania del papà, che mi donarono i suoi genitori, la data sul retro: 20 ottobre 1944.

Sto ricordando la mia cara amichetta Loredana Calabrese di sei anni, anche lei scomparsa in quel lontano, triste mattino. Anch'io avevo sei anni, frequentavo la prima elementare, mi salvai perchè quel mattino avevo la febbre.

Udii il suono dei vari allarmi e vidi l'arrivo degli aerei dalla finestra della cucina nella quale mi trovavo insieme al nonno.

Gli aerei scintillavano nel cielo terso e avanzavano verso il nostro rione.

Li vidi molto bene (allora non c'erano i palazzi nelle vie adiacenti, erano quasi tutti prati) anche se la mia casa si trovava solo al piano rialzato. Nel nostro palazzo vivevano altri bambini: Edvige e Franco Andreoni, gemelli di sei anni, Anna Maria Pioltelli, anche lei di sei anni, Adriano Moroni, di nove anni. Ci salvammo in due, io e Valter Filippi, che poi si è consacrato Sacerdote Salesiano.

 

 

testimonianza di Matilde D'Andrea in Corba

Mi chiamo Matilde D'Andrea, nata a Milano (rione Crescenzago) nel 1938. Dei tanti miei amichetti purtroppo oggi mancano quattro innocenti perchè la via Tanaro ai numeri 4, 6, e 8 ebbe le sue piccole vittime. Ivonne e Giovanna, due sorelline sfollate sul lago di Garda, morirono con altri bambini del luogo perchè una bomba colpì la loro scuola; Diana il giorno 6 febbraio 1945 a causa di un mitragliamento aereo mentre attraversava il cortile per correre in rifugio. Il piccolo Guido raccolse una bomba a mano inesplosa, che gli scoppiò tra le mani sulla porta di casa. Fece un buco nella ringhiera del secondo piano e finì in cortile, come un mucchietto di stracci fumanti.

Per i miei genitori, dopo la tragedia di Gorla, pensare che fossi ancora viva era una benedizione di Dio. Il giorno 20 ottobre 1944 si trovavano al mercato di via Giacosa e non avendo ben capito quale scuola fosse stata centrata dalle bombe corsero in via via Bottego, a Crescenzago, dove c'era mio fratello Lorenzo (io mi trovavo sfollata a Pescara). Mio padre tornò a Gorla e non dimenticò mai più l'orrore di tutti quei bambini scomparsi.

Purtroppo in quegli anni terribili eravamo abituati ai funerali dei bambini anche per altre cause: le privazioni e il gran gelo. Molti neonati non sopravvivevano, venivano messi dalle mamme sui comò tra i fiori, sembravano bambolotti di cera, e poi ricordo nelle vie mesti cortei, con mattoni mattoni caldi nelle mani, perchè il freddo era insopportabile. Finita la guerra ogni giorno nel mio cortile c'era una moltitudine di bambini, si rideva, si cantava, si giocava urlando forse troppo.

Dalle ringhiere alcuni inquilini infastiditi ci gridavano di smettere, ci minacciavano con le scope e gettavano secchi d'acqua.

I miei genitori, uniti ad altri tolleranti, ci difendevano ricordando che dovevano sentirsi fortunati di avere ancora tanti bambini con la gioia di vivere dopo la terribile esperienza della guerra e di pensare alle povere mamme di Gorla e ai loro cortili tristi e desolatamente vuoti.

 

 

testimonianza di Don Valter Filippi (intervistato dal Prof. Franco Mereghetti per il fascicolo "Cammino di Pace")

Il 20 ottobre 1944, venerdi, era una bellissima giornata. Avevo nove anni e frequentavo la quarta elementare. Alle 11,15 ero in classe, nella scuola, quando è suonato il piccolo allarme e, subito dopo, il grande allarme. Eravamo al primo piano, siamo usciti dall'aula per andare in rifugio. Siamo passati davanti all'ufficio della Direttrice, l'abbiamo vista e l'abbiamo salutata. Sentivamo il rumore degli aerei. Non siamo riusciti ad arrivare al rifugio...c'erano tutte le classi nella tromba delle scale, tranne la quinta maschile che aveva l'aula al piano terra ed ha fatto in tempo ad uscire; un ragazzo di questa quinta è rientrato perchè voleva portare con se il fratellino di prima. Sono morti tutt'e due.

La bomba ha colpito la tromba delle scale ed ha svuotato le aule del primo e del secondo piano. Ad un certo punto mi è parso di volare, la cartella mi è stata strappata ed ho perso tutti i vestiti per lo spostamento d'aria. Sono finito sotto un cumulo di macerie insieme ad altri. Le travi cadute sopra di noi si sono disposte casualmente in modo da lasciarci una cassa d'aria. Per questo io e tre altri ragazzi ci siamo salvati.

Il bombardamento è avvenuto alle 11,27. Io sono stato estratto alle 14,00. Per un certo tempo sono svenuto; poi ho parlato con i compagni, ho pregato. Il mio compagno di banco Bombelli aveva una ferita alla testa. Non potevo toccarlo perchè gli facevo male. Prima di morire ha detto: "Saluta la mia mamma, dille che non ho sofferto".

Avevo un braccio che usciva di poco dalle macerie. Ho sentito il freddo di un badile, l'ho toccato, il badile ha oscillato ed i soccorritori mi hanno trovato; sono stato il primo ad essere estratto dalle macerie, poi è toccato agli altri tre. Avevo ferite non gravi e mi hanno portato all'Ospedale di Niguarda. Alla sera un'infermiera mi ha riaccompagnato a casa, in viale Monza 156; la casa aveva subìto qualche danno ma era rimasta in piedi. C'erano i miei genitori che mi avevano cercato senza trovarmi.

Il tram da Niguarda arrivò a Loreto o a Turro, non mi ricordo. Dovemmo fare un pezzo a piedi: le rotaie erano divelte. Mi ricordo, sul tram, una bambina con un cappotto rosso che mangiava pezzi di grana. C'era suo padre con lei, ha visto che avevo indosso solo il pigiama dell'Ospedale e mi ha dato il cappotto della bambina, accompagnandomi fino a casa con l'infermiera.

Nel caseggiato di viale Monza 156 tutti i bambini, maschi e femmine, dalla prima alla quarta, morirono. Io solo sono sopravvissuto. Le altre mamme guardavano me, me e la mia mamma con un sentimento che non so definire.

 

 

testimonianza di Don Ferdinando Frattino (tratta da Terra Ambrosiana del Luglio-Agosto 1994)

L'Arcivescovo comparve dopo le 13 sul luogo dell'incursione. dovevo essere nella scuola a fare lezione di religione, ma quel giorno per impegni parrocchiali non ci andai. All'allarme tennero dietro quasi immediatamente i primi scoppi. Non ci si rese conto... Ci sentimmo come svuotati dal di dentro per lo spostamento d'aria. Bombe un po' dappertutto, ma il dramma più grosso fu la scuola. Accorsi e mi trovai di fronte ad un mucchio di macerie. Le scale erano crollate insieme ai bambini che stavano scendendo.

Gli alunni che erano arrivati per primi al piano terreno li trovammo seduti, come se dormissero; quelli sulle scale rovinati e schiacciati. Appena il Cardinale mi vide sporco e lacero mi chiamò due volte per nome: Don Ferdinando! Don Ferdinando! Mi conosceva bene perchè avevo frequentato il seminarietto e mi incontrava spesso nel suo palazzo.

Lavoravamo tutti per rimuovere le macerie e per estrarre i piccoli, sperando di trovare qualche superstite, ma affioravano quasi solo vittime. Otto ragazzi rimasero vivi perchè difesi da un plafone retinato, crollato ma non distrutto. Uno di loro si chiamava Valter Filippi, divenuto poi Sacerdote Salesiano. Ho saputo che molti bambini hanno pregato finchè la loro bocca non si è riempita di terra.

Le mamme prendevano in braccio i loro bambini come se fossero ancora vivi e scappavano via, scena di comprensibile strazio e di grande pietà.

 

 

testimonianza di Eufemia Galimberti Monfrini

Mi chiamo Eufemia Galimberti, ho novantatre anni, durante la guerra abitavo a Gorla in viale Monza 154.

Purtroppo non ho mai dimenticato quello che è successo il 20 ottobre del 1944, indelebile è rimasto nel mio cuore il dolore per la perdita di mio figlio Bruno di sei anni, scolaretto di prima elementare alla scuola Francesco Crispi.

Quel mattino ho accompagnato mio figlio a scuola, il cielo era di un azzurro luminoso. Strada facendo gli parlavo del fratellino che sarebbe nato presto, perchè ero incinta di otto mesi e felice di regalargli un compagno di giochi e Bruno era impaziente di vederlo; lo lasciai davanti al portone e tornai a casa come sempre.

Era quasi mezzogiorno quando suonarono le sirene d'allarme e su Gorla arrivarono gli aerei con il loro carico di morte, sganciarono le bombe e per noi fu la rovina. Intuii quello che stava capitando e cessato il bombardamento corsi verso la scuola, da mio figlio. Dappertutto vedevo solo case distrutte e cumuli di macerie; la scuola non era più intatta, una parte era crollata. Fu una visione spaventosa. Bruno era là sotto. Improvvisamente un'oscurità portò via mio figlio e tanti altri martiri innocenti; quell'oscurità scese anche nella mia anima, e ancora oggi mi chiedo se è stato solo un brutto sogno oppure la realtà, un dolore perenne da non dimenticare mai. Scavarono in tanti, chi con le mani, chi con altri mezzi e fortunatamente trovarono dei superstiti.

Il mio Bruno venne trovato il giorno dopo e in seguito mi resero anche la sua cartella che conservo in una busta di seta azzurra, ricamata con le mie mani; ho gia dato disposizioni ai miei familiari che quando morirò la voglio con me.

In quel triste giorno persi anche due nipotini, Rolando e Rosalina Galbiati, rispettivamente di otto mesi e tre anni; morirono nella loro casa e la loro mamma, mia sorella, restò ferita gravemente ma si salvò.

Questa è la mia testimonianza.

 

 

testimonianza di Fortunato Libanori (tratta da Famiglia Cristiana del 1974)

Sono nato a Gorla; mio padre ha fatto per 32 anni l'operaio alla Pirelli. Siamo d'origine veneta, in provincia di Rovigo, dove quell'estate del '44 eravamo sfollati noi cinque fratelli. Poi l'avvicinarsi del fronte convinse i nostri genitori a riportarci a Gorla, per paura di restare separati.

Quella mattina andai a scuola con mio fratello Giancarlo, che frequentava la prima elementare, e con mio cugino Giancarlo Masiero, che era in terza. Quando suonò l'allarme, a noi grandicelli il maestro disse di svignarcela di corsa. E così facemmo. Dopo cento metri successe il finimondo.

Mi ritrovai sbattuto sotto l'androne di una casa, in mezzo ad un polverone che sembrava nebbia di novembre. Tutti gridavano, correvano, specialmente le mamme. Noi ragazzini, nonostante il cordone di pompieri, di militi dell'U.N.P.A., di vigili, di guardie repubblicane, riuscivamo a farci avanti sulle macerie, per cercare di rivedere i nostri compagni.

Mio fratello e mio cugino li ritrovarono soltanto due giorni dopo.

 

 

testimonianza di Angela Locardi (raccolta da un giornalista per il fascicolo "La strage degli innocenti" del 1944)

Ci siamo presi una bimba, la più piccina, sulle ginocchia; divorava avidamente una mela (non grande, perché quelle grandi costano troppo) e ci guardava con occhi dilatati e curiosi. Si chiama Angela Locardi, ha sei anni. Ha raccontato che, appena suonate le sirene, insieme alle compagne venne avviata dalla maestra verso il rifugio ma, sulle scale, colta dalla bomba, ricorda di essere stramazzata a terra.

"C’era buio – dice – e ho tentato di scappare, ma non vedevo e non potevo alzarmi"

"Perché?"

"Non lo so…"

Ed allora è rimasta vicino ad una compagna che era morta perché dopo aver udito che invocava la "Signora maestra" s’era taciuta improvvisamente.

La piccola Angela era rimasta prigioniera con un braccino, quello destro, che poteva muovere a stento perché conficcato sotto un gradino della scala. Ma fu quel gradino che la salvò; benchè i suoi occhietti e la sua bocca fossero un grumo di liquidi e di terriccio, non poteva soffocare; il gradino sosteneva fortunatamente una parte di muro che altrimenti l’avrebbe sepolta viva.

Angela racconta che si sentiva mancare il fiato e di aver provato un indicibile dolore al braccio, ma nient’altro; udiva a tratti, lontani e confusi, lamenti e grida, sempre più fiochi. La polvere che le riempiva la boccuccia sanguinante le dava molta noia e allora cercava di sputacchiarla fuori, e le labbra le sembravano di fiamma.

Aveva cercato, si, aveva cercato Angela di liberarsi da sé raspando con le manine il terriccio intorno, poiché nella sua grande innocenza le era parso che avrebbe potuto uscire da sola. Ha raccontato infatti che, con grande sforzo sperava di riuscire ad allontanare le macerie che la circondavano, ma le unghiette le si spezzarono e le manine le dolevano e allora attese. Finalmente, dopo due ore, un uomo giunse fino a lei e la sollevò di peso, con i vestitini a brandelli, sanguinante, sfigurata, tramortita, ma viva. La portò all’aria, alla luce, al sole, e in una saletta bianca d’ospedale si sentì rianimare.

Salva! Angela Locardi, di anni sei, dopo due ore di sepoltura, lottando con le sue deboli forze era riuscita a sopravvivere su quel piccolo grande cimitero d’innocenti.

 

 

testimonianza di Sergio Mattusi (tratta da "La mia guerra" del 1990)

Sono uno dei pochi superstiti del bombardamento della scuola elementare di Gorla, un rione di Milano, dove quel giorno morirono circa duecento bambini ed i loro insegnanti, oltre ad alcuni genitori che si erano recati a scuola per prendere i loro figli.

Il 20 ottobre 1944 avevo nove anni e frequentavo la quarta elementare. Era una bellissima giornata di sole e non avevo molta voglia di andare a scuola. A Turro, un rione vicino, c’era un mercato e mi sarebbe piaciuto accompagnare mia madre ma lei, giustamente, non acconsentì. Perciò entrai in classe come ogni mattina. Verso le undici, undici e trenta, suonò l’allarme e come ogni volta radunammo le cartelle per andare in cantina. Ma quel giorno la mia maestra disse che forse era meglio restare in classe perché non aveva fiducia nella sicurezza del rifugio. Trascorsero pochi minuti e si sentì la sirena che segnalava il secondo allarme, cioè quello del pericolo. A questo punto la nostra insegnante non volle prendersi la responsabilità e decise che dovevamo seguire le altre classi che nel frattempo erano già scese in cantina. Mi ricordo che eravamo al secondo piano e, mentre la maestra con i miei compagni scendevano le scale, io e altri tre amici: Valter Filippi, Recli e Ceccato restammo per ultimi e ci fermammo a giocare sul pianerottolo.

Ad un tratto si sentirono dei boati. Guardai fuori dalle finestre e vidi alzarsi dalle case colonne altissime multicolori, che si aprivano come fossero dei ventagli. E quasi contemporaneamente tutti i vetri delle nostre finestre si ruppero. Questa fu l’ultima visione che ricordo e poi più nulla.

Quando ripresi conoscenza non mi rendevo conto di dove fossi, mi sentivo schiacciare in ogni parte del corpo. Le macerie mi avvolgevano come una ruvida coperta. Solo la testa e la mano sinistra erano libere. Poi seppi che un putrella della scala si era messa di traverso e mi proteggeva la testa.

Ero in una posizione strana, semi-seduto con una gamba flessa all’indietro. Sentivo lontano gli altri bambini che piangevano e gridavano aiuto. Cercai di muovermi, senza esito. Respiravo a fatica e quando mi muovevo sentivo molto distintamente dei lamenti. Era il mio amico Recli che mi supplicava di stare fermo, forse perché muovendomi le macerie premevano maggiormente sul suo corpo.

Penso che tutto accadesse in un tempo che non so quantificare, probabilmente perché i momenti di lucidità erano intervallati dagli svenimenti.

Ad un certo punto sentii una sensazione di fresco al viso: erano le macerie che venivano bagnate dall’esterno, forse dai Vigili del Fuoco. Sentivo con piacere quella frescura e ingoiavo con sollievo i calcinacci bagnati che mi davano la sensazione di respirare meglio.

Risentii ancora la voce del mio amico Recli e, senza sapere con precisione a che distanza si trovasse, mi resi conto che anche lui stava nella mia stessa situazione. Ricordo che mi disse: "Sergio, che facciamo?". Risposi: "Non lo so, penso che dovremo morire". Lui replicò: "Allora non vedremo più i nostri genitori". Io dissi che anche a me spiaceva di non rivedere più la mamma, il papà e il nonno. Ci mettemmo a pregare confortati dal fatto che saremmo andati in Paradiso.

Un altro ricordo indelebile è questo: con la mano sinistra riuscivo a compiere un piccolo movimento e pizzicavo una gamba che appoggiava sulla mia spalla destra. Era fredda ma io non mi rendevo conto che era di un bambino morto e insistevo, forse perché in quel momento era l’unico contatto umano che avevo. Trascorsi in quella situazione circa tre ore (mi è stato riferito che rimasi sotto le macerie sino alle tre del pomeriggio). Ad un tratto sentii delle voci sopra di me e qualcosa che si muoveva sopra la mia testa. Poco dopo provai la meravigliosa sensazione: l’aria. Non riuscivo a vedere perché, malgrado tenessi gli occhi aperti, distinguevo solo un velo rosso accecante. Sentivo tante voci intorno a me. Distinsi solo quella di Don Ferdinando Frattino, il Sacerdote di Gorla, che aveva iniziato a scavare proprio dove eravamo noi e mi ricordo che mi accarezzava e mi diceva: "Sergio, sei salvo". Non riuscivo a parlare perché durante quelle ore mi ero inconsciamente morso l’interno inferiore della bocca. Riuscii solo a dire che volevo la mia mamma e una voce mi disse: "adesso ti portiamo da lei". Poi svenni e mi svegliai all’ospedale Fatebenefratelli di Milano.

Ero immerso in un liquido, forse era una vasca, dove intuivo che mi stavano lavando. Svenni di nuovo. Quando mi ripresi aprii gli occhi, era sera e la prima cosa che vidi fu il volto di mio nonno che mi sorrideva. Poi arrivò mia madre e anche mio padre che si trovava fuori città, in campagna.

Forse la mia giovane età e una grande gioia di vivere mi sono state alleate per riprendere una vita normale. Senza però poter dimenticare che tanti amici non potevano più giocare con me.

Non riuscivo più a stare a Gorla; perciò ci trasferimmo in un paese di montagna dove si trovava mio padre e ritornammo in città a guerra finita.

 

 

testimonianza di Antonio Recli

Quel 20 ottobre 1944 era una bella giornata: il sole splendeva nel cielo azzurro come in primavera. Io avevo nove anni e frequentavo la quarta elementare e come ogni mattina mi avviavo verso la scuola "Francesco Crispi" con la cartella pesante ed il cuore leggero come si addice ad ogni bambino, nonostante fosse tempo di guerra.

Non potevo certo immaginare la tragedia che di lì a poco avrebbe segnato per sempre il quartiere di Gorla distruggendo la vita di tanti bambini innocenti, dei miei compagni di gioco, e delle loro mamme che non avrebbero piu potuto riabbracciare i loro piccoli.

Ma ve lo immaginate il non-ritorno da scuola di un bimbo di sei, sette, otto, nove, dieci anni ?

Non che sia stato più facile accettare il non-ritorno di una moglie e maestra elementare...

Beh, io alla bella età di nove anni non riuscivo proprio ad immaginarmelo, nonostante fossi quasi abituato all'allarme che annunciava le incursioni aeree anche nel mezzo della notte.

Alle 11,15 circa suonò il piccolo allarme (la sirena emetteva suoni brevi che annunciavano l'avvicinarsi degli aerei alla città), seguito a qualche minuto di distanza dal grande allarme (la stessa sirena emetteva suoni prolungati ad annunciare che il pericolo si faceva più imminente). Immediatamente, la nostra maestra, signora Nosetto, ci radunò fuori dall'aula che si trovava al primo piano per scendere nel rifugio. Il rifugio della scuola era uno scantinato puntellato da pali di legno che avrebbero dovuto sostenere il soffitto, ma che ahimè, quella mattina non servirono a salvare le vite dei bimbi che vi si trovarono.

Io ed alcuni miei compagni ci attardammo per osservare dai finestroni quello che, nonostante il pericolo, alla curiosità infantile appariva come un attraente spettacolo: il folto stormo di bombardieri ad alta quota era gia sopra di noi e ciò che maggiormente attirò la nostra attenzione fu una nutrita quantità di palloncini luccicanti (così ci dicevamo additandoli !), che scendevano dal cielo... erano proprio le bombe che ci permisero a malapena di raggiungere le scale e scendere i primi gradini che conducevano al rifugio. A questo punto udii un sibilo assordante e mi voltai verso le grandi finestre, quando improvvisamente l'edificio si aprì in uno squarcio che mi lasciò vedere il cielo azzurro, poi un lampo mi accecò, sentii la cartella sfuggirmi dalla mano e più nulla.

Ripresi conoscenza dopo almeno due ore: ero immobile sotto il peso delle macerie, fortunatamente a testa in giu, cosicchè riuscii a respirare fino al momento del salvataggio.

Al mio risveglio in quella posizione il primo suono che udii furono le picconate dei soccorritori, poi il pianto ed i lamenti dei miei compagni che chiamavano le loro mamme, alcuni pregavano ed altri dicevano di non farcela più, molte voci ricordo che si spensero improvvisamente mentre i colpi di piccone si avvicinavano per salvare me ed altri miei tre compagni: soli sopravvissuti in quel punto a ricordare ciò che vorrei nessuno dimenticasse.

La tragedia continuò per mesi e mesi, nella disperazione delle mamme ed anche nell'angoscia di noi pochi sopravvissuti, senza più gli amici di un tempo con cui giocare e con uno sguardo preoccupato sempre rivolto verso il cielo: da quel momento, per noi, mai più luogo spensierato di luccicanti palloncini.

 

 

testimonianza di Emilia Sala Pacchetti

Io, Emilia Sala, voglio ricordare mia cugina Compiti Agostina di anni nove.

Il 2 maggio 1944 sua mamma Bernini Maria, da Bozzolo Monferrato stava andando ad Alessandria in bicicletta con un’amica per avere notizie dei parenti dopo un bombardamento. Erano nelle vicinanze di Valmadonna quando venne urtata da una camionetta tedesca, cadendo ha battuto la testa contro un paracarro ed è morta sul colpo.

Ha lasciato il marito e quattro figli, Agostina era la più piccola. Fino alla fine della scuola è stata curata da una vicina di casa, poi è stata portata dai nostri nonni. In casa c’era uno zio sposato che aveva due bambine, una di nove anni e l’altra di tre. Purtroppo la maggiore ogni tanto rinfacciava ad Agostina che quella non era casa sua; questo causava sofferenze a lei ed ai parenti, così i miei genitori di comune accordo e sperando che non bombardassero più la portarono a Milano, dove la poverina è morta a scuola.

Io avevo 19 anni, abitavo al primo piano di via Monte San Gabriele 1, angolo viale Monza, con i genitori e un fratello di 23 anni. Agostina con noi si trovava bene, era molto affettuosa e di conseguenza era amata e coccolata. Al mattino quando si svegliava ci salutava tutti e ci baciava.

Il 20 ottobre eravamo in casa io e lei, quando è giunta l’ora di andare a scuola è uscita e rientrata tre o quattro volte a salutarmi e ogni volta mi diceva: "se suona l’allarme mi vieni a prendere?". Forse ha avuto un presentimento!

Come tutti sanno, quando è suonato l’allarme nel cielo di Gorla c’erano già gli aeroplani che hanno eseguito un bombardamento a tappeto; poca gente ha fatto in tempo ad arrivare ai rifugi e molti sono morti nelle case o sulle scale. Io sono uscita di casa per andare a scuola a prendere Agostina, mi trovavo sul pianerottolo a pochi passi dai gradini della scala quando lo spostamento d’aria dovuto all’esplosione delle bombe che hanno colpito la mia casa mi ha bloccato contro il muro. All’inizio non ho visto più niente per un gran polverone nero, poi non so quanto tempo è passato ed il polverone è diventato bianco, ero intontita e sentivo un peso sui piedi, li ho mossi e sono caduta sul mucchio di macerie.

Me la sono cavata con qualche graffio e molto spavento, dopo un po’ è arrivato mio fratello che mi ha trovata tremante ma viva, quando gli ho spiegato dove mi trovavo ha notato un pezzo di ripiano dove mi ero fermata e un altro al piano superiore che mi aveva riparata dalle macerie.

E’ corso subito a scuola e vedendola distrutta è tornato piangendo disperatamente. Poi si è incamminato alla ricerca di mio papà che lavorava nello stabilimento della Pirelli alla Bicocca. Insieme dopo essere tornati a scuola hanno incominciato a girare negli ospedali, all’obitorio e nei cimiteri, finchè dopo due giorni l’hanno trovata al Cimitero Monumentale con la testa fracassata. A distanza di cinque mesi aveva raggiunto la sua mamma, lasciando nella nostra famiglia un gran vuoto.

 

 

testimonianza del Dottor Ennio Serio

Tra i tanti ricordi tristi della seconda guerra mondiale quello che mi è rimasto maggiormente impresso nel cuore e nella mente è la visione, nella vecchia chiesetta di Gorla, di parte dei 200 bambini uccisi dal bombardamento della scuola. Ero militare e fui comandato a far parte del picchetto d'onore che presenziò alla cerimonia religiosa e poi scortò il corteo funebre sino al cimitero di Greco.

Che tristezza!

Ho sperato che nel mondo non accadessero più guerre che provocano il sacrificio di tante vite umane e di piccoli innocenti, ma invece...

 

 

testimonianza di Marisa ed Ernestina Sivieri

Siamo due sorelle, Marisa ed Ernestina Sivieri, native di Gorla. Il 20 ottobre 1944 eravamo nella scuola di Gorla, all’epoca avevamo sette e nove anni. Quando suonò l’allarme l’insegnante ci fece alzare e uscire dall’aula, a metà scala c’era la Direttrice alla quale dovevamo fare il saluto (allora era rigoroso e guai se non lo si faceva). Arrivate in fondo alla scala, all’uscita trovammo la bidella che diceva: "Chi vuole andare a casa vada pure e chi invece vuole andare in rifugio, faccia come vuole".

La classe di Ernestina (racconta Marisa) era davanti alla mia, quando mi vide mia sorella mi chiamò, mi prese per mano e insieme ci incamminammo verso casa ma, fatti pochi passi, circa 50 metri, sopra le nostre teste vedemmo gli apparecchi e sempre tenendoci per mano tornammo indietro. Invece di rientrare nella scuola entrammo nell’edificio di fronte, dove c’era una casa di contadini. Facemmo appena appena in tempo ad entrare che subito un gran boato ed un polverone ci sovrastarono e ne restammo intontite. Nel frattempo nostra madre si trovava a Crescenzago quando vide salire una colonna di fumo, che voci dicevano provenire dalla scuola di Gorla. Figuriamoci lei! Con grande angoscia prese la bicicletta e di corsa arrivò a Gorla, all’incrocio di via Asiago con l’attuale piazza Piccoli Martiri e li trovò un signore che le disse: "Signora, le sue bambine sono in quella casa", indicando nella nostra direzione. Lei non sapeva chi fosse quell’uomo che non aveva mai visto.

Ma potete immaginare la reazione di nostra madre: buttò a terra la bicicletta e corse verso la cascina dove ci eravamo riparate, trovandoci impolverate e piangenti, ma salve. Era un miracolo! Fatti pochi passi per tornare a casa trovammo nostro padre seduto sul marciapiede, piangeva disperato, con le mani nei capelli. Ci vide e non credette ai propri occhi, anche lui si salvò per miracolo, aveva un’officina in una casetta in legno sul viale Monza e fece appena in tempo ad uscire insieme ad un ragazzo che lavorava con lui ed a buttarsi a terra quando l’officina crollò; si ferì con alcune schegge ma si salvò. Allora corse verso la scuola colpita. Disperato si mise a scavare con le mani, sperando di poter fare qualcosa, ma inutilmente. E noi lo trovammo così come ho detto, piangente, sul marciapiede, credendoci morte.

Nostro cugino Luigi Ferrario andò in rifugio e lo tirarono fuori ancora vivo. In ospedale cercava la sua mamma, ma purtroppo non fece in tempo a vederla prima di morire.

In quei momenti di disperazione e confusione non si sapeva in quale ospedale fosse, così si arrivò troppo tardi. Sua madre, sorella di mio padre, vive ancora in buona salute, ha 92 anni ma i suoi pensieri vanno sempre a quel figlio perso in una guerra inutile, devastante, che ha procurato solo vittime e dolore.

La nostra casa rimase in piedi per miracolo, sebbene colpita da due bombe rimaste inesplose, una sul davanti e una dietro, si ruppero solo i vetri di tutte le finestre. Per fortuna anche la nonna che si trovava in casa riuscì a trovare riparo sulle scale e così si salvò. Quella giornata per noi fu proprio un miracolo. Ringraziamo sempre la Madonna per questo grande dono.

 

 

testimonianza di Elisa Zoppelli Rumi

Quel venerdì mattina il mio bambino Aldo, che frequentava la terza classe elementare, era particolarmente affettuoso e prima di recarsi a scuola mi disse delle parole tenerissime che non potrò mai dimenticare: sembrava un segno del destino, ma purtroppo a certe cose ci si pensa quando ormai è successo l’irreparabile! Sembrava che si sentisse che non sarebbe più tornato a casa e voleva in qualche modo farmi partecipe il più possibile del suo immenso affetto verso di me.

La mia bambina Gabriella aveva sei anni e frequentava la prima classe elementare, anche lei quel giorno era particolarmente felice e desiderava, assieme al fratello maggiore, recarsi il più presto possibile a scuola per imparare tante cose nuove ed aumentare il proprio sapere. Rammento le sue treccine che sparivano dalla porta di casa.

Alle ore 11,25 di quel tremendo venerdì mattina si udì un fortissimo boato che mandò in frantumi tutti i vetri delle finestre di casa. Subito circolò la voce che una bomba aveva colpito in pieno la scuola elementare ed aveva causato un disastro immenso. Mi sentii raggelare il sangue e subito accorsi fuori dalla porta.

Al mio nipotino Massimo, che abitava nella nostra stessa casa, domandai con un terribile presentimento dove fossero Aldo e Gabriella; mi rispose che dietro di lui non c'era più nessuno e che era stato l’ultimo bambino ad abbandonare il luogo del disastro.

Con la forza della disperazione e con la morte nel cuore mio marito ed io ritrovammo i nostri bambini al cimitero Monumentale che si tenevano ancora per mano; non erano più, però, bambini di questo mondo, ma Angeli volati in Cielo con i loro compagni ed i loro insegnanti.

Intanto a casa il piccolo Carluccio, di diciotto mesi, chiamava i fratellini e li cercava per giocare perché erano soliti nascondersi al loro rientro da scuola.

 

 

Riportiamo anche alcuni pensieri di Graziella Ghisalberti su altri suoi amici che oggi, purtroppo, non possono piu’ parlare

Desidero parlare dei miei piccoli amici: Bice Benzi era per me come una sorellina, aveva sei anni e l’estate precedente eravamo andate al mare con la signora Ferrari, zia del dottor Boveri. Eravamo poche bambine, molto paurose dell’acqua; alla sera ci addormentavamo tenendoci per mano. Ricordo pure il suo papà che, quando tornava dal lavoro, ci portava nei prati a giocare. Oscar Fontana era un caro bambino di otto anni, insieme a lui giocavamo in cortile con il carretto del falegname. Suo fratello Ezio, più grande di noi, faceva la quinta elementare e si salvò; con lui spesso si litigava. E’ scomparso nell’estate del 2001, dall’ospedale ha chiesto di rivedermi, ed insieme abbiamo ricordato il tempo trascorso giocando e di quando anch’io gli tiravo i sassi. Assieme al mio cuginetto Edoardo c’erano i bambini del caseggiato. Ricordo poi con affetto Aldo e Gabriella Rumi, amici di sempre, Luisa De Conca, un po’ più grandicella di noi (aveva dieci anni), era molto riservata. Nella sua stessa casa abitava Mariolino Piazza di sei anni. Il suo papà era un militare, ma era a casa ammalato e poco dopo morì anche lui. Fra le mie compagne di scuola ricordo Graziella Orlandi, la maestra la chiamava "occhi di carbone", Rina Volpin era una timida bambina, un giorno venne a scuola con un vestitino rosa perché il grembiulino non era asciutto. Ricordo anche le sorelle Balucci, appena rientrate dall’Egitto.

Tornando al ricordo di quella mattina, tutto il quartiere era distruzione e morte. Uno dei caseggiati più colpiti fu quello di via Monte San Gabriele 1, all’angolo con viale Monza deve vi furono alcuni morti nei negozi. Nel panificio Castoldi perse la vita la figlia, sposata Mutti, mentre la sua bambina moriva sotto la scuola; la mamma, signora Elide venne colpita alla testa e rimase a lungo in ospedale mentre il nonno fu colpito ad una gamba. Nella vicina salumeria perse la vita la proprietaria, signora Giannina Terragni, insieme ad alcuni clienti presenti nel suo negozio. La stessa sorte toccò al lattaio, il signor Nasi detto Pupo, e con lui suo figlio a scuola, mentre si salvò miracolosamente la commessa Rosa Gallina. Tra gli scomparsi anche l’ortolana Gemma Meroni, mentre la droghiera Maria Paglioli (che perse il figlio Guido a scuola) rimase gravemente ferita e dovette subire un grosso intervento alla testa. Tutto il caseggiato venne completamente distrutto e fu ricostruito soltanto dopo molti anni.

Tornando un attimo a parlare dei bambini, vorrei ricordare anche una mia amichetta che non ho mai scordato: Laura Fagotti, conosciuta dopo il bombardamento di Gorla quando continuai a frequentare la scuola a Briosco, in Brianza, che perse la vita nei pressi di piazzale Loreto il giorno 4 novembre 1944 quando, insieme alla mamma, alla zia ed alla nonna, si trovava sulle scale cercando di raggiungere un rifugio durante un’altra incursione di bombardieri americani.

Aggiungo un ultimo pensiero su Annamaria Redaelli che allora aveva sei anni; riuscì a salvarsi uscendo viva dal rifugio sotto la scuola, era per mano ad Annamaria Pioltelli che le chiedeva "Resisti tu? Io no!"; sua mamma morì sotto le bombe mentre stava correndo a scuola per metterla in salvo. Annamaria proprio il giorno del suo 60° compleanno l’ha raggiunta. Anche Angela Locardi riuscì ad uscire viva dal rifugio della scuola, il suo racconto lo trovate tra queste testimonianze. Dal luglio 2001 non è più tra noi.

 

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Le testimonianze sopra riportate sono di bambini superstiti, genitori o parenti che abitavano principalmente sul viale Monza o nelle vie limitrofe e che frequentavano il turno del mattino uscendo alle ore 11,30.

Come già spiegato nella descrizione di come si svolsero i fatti (pagina "Quella mattina d'autunno", sezione "A terra"), a mezzogiorno iniziava il secondo turno, quello pomeridiano, principalmente composto dai bambini residenti nelle case della Fondazione Crespi Morbio dove abitavano famiglie numerose (con almeno 5 figli) che prima delle lezioni usufruivano della refezione scolastica a carico del Comune viste le loro precarie condizioni economiche.

Al momento dell'incursione aerea non si trovavano perciò a scuola, ed è per questo motivo che non sono presenti testimonianze di tentativi di salvarsi scappando verso casa; non significa però che i palazzi dove vivevano siano rimasti indenni dalla distruzione provocata dalle bombe anzi, furono numerose le persone che persero la vita in quel complesso edilizio.

A testimonianza di ciò, la famiglia Crespi Morbio dopo aver ricostruito gli stabili danneggiati, fece affiggere sulla facciata una lapide marmorea con i nomi di chi era scomparso nella propria abitazione sita in quei palazzi in quel tragico venerdi di ottobre.

 

Lapide posta all'ingresso della Fondazione Crespi Morbio per ricordare i residenti morti Lapide posta all'ingresso della Fondazione Crespi Morbio per ricordare i residenti morti in quei palazzi nel bombardamento del 20 ottobre 1944

 

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Le squadre di bombardieri si erano suddivise i bersagli da colpire, uno di questi erano gli stabilimenti Breda sul confine con Sesto San Giovanni; il 451° group al quale era stata affidata la missione, come abbiamo già visto, sbagliò completamente la rotta finendo sul quartiere di Gorla, ma da uno degli aerei di coda (probabilmente per una casualità) una bomba cadde lo stesso nelle vicinanze della Breda, più precisamente in via Chiese dove colpì una passante, Emma Manservisi, uccidendola. Ci è sembrato giusto ricordarla nelle nostre pagine anche se perse la vita a circa due chilometri di distanza dalla scuola di Gorla e non sappiamo niente di lei, come vittima della violenza cieca degli alleati in quella mattina e dell'oblio in tutti gli anni a seguire (se non fosse per la rituale corona d'alloro ogni Anniversario della Liberazione).

 

Lapide presente in via Chiese, nei pressi degli stabilimenti Breda, in memoria di Emma Manservisi scomparsa nel bombardamento del 20 ottobre 1944

Lapide sita in via Chiese in ricordo di Emma Manservisi

 

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