La via della Povertà

La via della Povertà

La Povertà non può permettersi si essere sensibile al ridicolo perché, prima di un'idea, è una pratica. È usare i piedi al posto della motocicletta, è usare la bicicletta al posto dell'automobile. Povertà, in poche parole, è tutto ciò che contrasta le ragioni demagogiche o pseudo-economiche secondo cui il consumo è benessere.

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Nei primi anni settanta avvenne un dialogo silenzioso tra due scrittori tanto diversi nella forma quanto simili nella loro sostanza. Iniziò con la ripubblicazione di un testo di poesie in friulano, in particolar modo con l’appendice a questo volumetto in lingua volgare, a cui seguì una serie di articoli  pubblicati sulla seconda pagina domenicale del Corriere della Sera. Il centro della questione era la Povertà. L’Italia dei primi anni settanta era alla fine di quel miracolo economico che l’aveva portata, dagli stenti del secondo dopoguerra, alla crescita media annua del 6 per cento. Per milioni di italiani delle periferie, che vissero il “miracolo” con alcuni anni di ritardo, non era ancora finito il calendario rurale e dovevano ancora imparare l’italiano televisivo, che la sfida degli intellettuali era già sul versante opposto. Bisognava (già) tornare indietro. Chiudere la porta allo sviluppo; abbandonare l’americanismo reclamizzato dal cinema e dai settimanali; dimenticare il Carosello. Gli italiani furono sordi a questo pericolo che non conoscevano ancora e,  smaniosi di benessere, iniziarono a familiarizzare coi contratti di indebitamento redatti dagli istituti di credito. Come  potevano ascoltare qualcuno che usava le parole “povertà” e “recessione”? Gli italiani (forse) non sono mai stati quel popolo di contadini felici cantato dal poeta di Casarsa. Assomigliano più a provinciali che, loro malgrado, si ritrovano in situazioni sconvenienti dalle quali non sempre  riescono ad uscire (vedi Il padrone di Parise). Il dialogo di Pasolini con Parise fu silenzioso poiché non trovò qualcuno pronto ad ascoltarlo. Fu silenzioso perché venne pronunciato con parole indifendibili.  La loro colpa fu l’inattualità e solo oggi, a distanza di oltre quarant’anni, quelle parole vengono ripubblicate e lette nella loro giusta prospettiva. Ma anche questa “correttezza postuma” non è altro che un senso di colpa per la propria pochezza intellettuale che imperterrita fa commettere enormi errori di valutazione. 

Credere nella Povertà significa difendere il cibo necessario e non quello superfluo; è imparare a osservare il buio senza accendere la luce elettrica; è scaldarsi con una minestra ribollita o soffiarsi nelle mani quando viene estate. Credere nella Povertà significa difendere il vestiario necessario, l’abitazione minima così come il veicolo utile. La Povertà non può permettersi si essere sensibile al ridicolo perché, prima di un’idea, è una pratica. È usare i piedi al posto della motocicletta, è usare la bicicletta al posto dell’automobile. Povertà, in poche parole, è tutto ciò che contrasta le ragioni demagogiche o pseudo-economiche secondo cui il consumo è benessere. La Povertà è il rimedio alla piatta uniformità che nega le differenze tra le cose e le persone, facendo dimenticare la Bellezza e la Qualità. Scrive Parise che «i ragazzi non conoscono più niente, non conoscono la qualità delle cose necessarie alla vita perché i loro padri l’hanno voluta disprezzare nell’euforia del benessere». Oggi, noi siamo i figli di quei figli, ragazzi senza padri, e spetta a noi salvare ciò che rimane ancora di salvabile dell’Uomo. Al “perché salvarlo” abbiamo già risposto implicitamente.

Così come Gogol’ ammoniva di non fidarsi della Prospettiva Nevskij, men che mai dobbiamo fidarci di coloro che promettono il benessere perché, lo sappiamo, la contropartita è la miseria e non la Povertà. Dobbiamo altresì diffidare della dissidenza ad orologeria, della disubbidienza spettacolare e della falsa morale delle emergenti élites (a sinistra le insidie sono addirittura più perniciose!). Cosa spinse i due poeti a difendere la Tradizione? In entrambi si percepisce un’afosità estiva, un sottofondo dolciastro e malinconico tipico delle annotazioni in lapis che fece Moretti all’inizio del Novecento. In “Quel che c’era una volta”, il poeta di Cesenatico si lascia cullare da una nostalgia del Passato, in cui l’anelito poetico si riferisce ad una condizione più solida a livello sociale (un re), a livello familiare (un caminetto) e a livello personale (io). Marino Moretti tenta di far fronte al senso di vuoto che lo circonda proponendo una favola ancestrale della vita quotidiana : vola intanto il poeta, ma il suo cuore / rivede quello che c’era una volta; / e sa ben quel che v’era: un mormorio / di labbra stanche, un caminetto, un drago / un re di Spagna, un re di Francia, un mago, / un orco… ed io, c’ero una volta anch’io.

Tradizione, Ritorno all’ordine e Povertà sono solo significanti (neppure tanto barbari, oramai) che esprimono una proposta, una direzione, una via d’uscita dal sistema unico occidentale in cui viviamo, e che sembra essersi sostituito al limite del nostro orizzonte. Abituati a vedere abbiamo dimenticato ad orientarci. Le onde sonore si riflettono contro l’ottusità e ritornano indietro, un poco falsate, per essere percepite da chi ascolta. Basta chiudere gli occhi e ascoltare un poco il silenzio. Noi, che lo sentiamo con dolore, e che cerchiamo tuttavia di accettarlo con cuore non amaro, siamo in ritardo o siamo in anticipo, e avremo la forza di far rivivere le eriche? Ma questa è la voce di Camus …

 

inserito da Domenico Marigliano Blogger

 

 

 

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