IL BARATRO DELLA DEMOCRAZIA

Uno straordinario saggio che ci illustra le dinamiche economiche, la loro storia e il loro potere nel manipolare gli eventi e dettare le politiche decise da un'oligarchia all'unico fine di controllare il mondo, e ci sprona a riappropriarci della nostra sovranità tramite la diffusione di questa consapevolezza. Scritto da Antonio Boncristiano e pubblicato originariamente sul n. 5 della nostra rivista PuntoZero, ve ne proponiamo un estratto, la cui lettura vi sarà utilissima per comprendere il mondo che ci circonda.


Il baratro della democrazia: teoria e pratica della dittatura

È a Madame Giustizia che dedico questo Concerto, in onore della vacanza che sembra aver preso da questi luoghi e per riconoscenza all'impostore che siede al suo posto.
"V per Vendetta"

Il complotto
Papa Giovanni Battista Montini, Paolo VI, fra i “padri” del Concilio Vaticano II, vicino al mondo operaio in molte crisi sociali, il primo papa in età moderna a considerare la religiosità come un bisogno intimo piuttosto che un rito liturgico, fu un finissimo intellettuale, lontano dall’iconografia medievale del suo successore. Risulta pertanto sconcertante una sua asserzione sull’esistenza del Diavolo, inteso proprio come entità fisica in grado di operare scientemente il male. Un passaggio nodale del discorso fu che la maggiore delle abilità luciferine consisteva nel rendere non plausibile la propria stessa esistenza agli occhi degli uomini. Montini stava affermando che il mimetismo è necessario al Male, comunque esso si concretizzi, sia in forma spirituale, ma tanto più nella forma certamente reale rappresentata dall’operato di specifici uomini. Asseriva che il mimetismo è indispensabile a chiunque che, non potendolo fare apertamente, persegue l’appropriazione del Potere e, attraverso di esso, l’asservimento dei popoli. Per chi sa interpretare i messaggi criptici insiti nel linguaggio diplomatico della Santa Sede è impensabile che quello di Montini fosse un puro esercizio teorico. Era una denuncia formale seppure indiretta di fatti in corso o potenziali. Ma se la denunzia papale rimaneva nel vago, qualche anno prima, ormai cinquanta anni fa, era stata preceduta da altra molto meno vaga. In comune con Montini l’autore di tale dichiarazione ha il fatto che ben difficilmente può essere accusato di complottismo: John Fitzgerald Kennedy. Era il 27 aprile 1961, Kennedy era presso l’Hotel Waldorf-Astoria di New York e la sua dichiarazione fu trasmessa da varie emittenti radiofoniche in tutto il Paese. Eccone alcuni stralci:

“Signore e signori. La parola ‘segretezza’ è ripugnante, in una Società aperta e libera. E noi, come popolo, ci siamo opposti, intrinsecamente e storicamente, alle Società segrete, ai giuramenti segreti, e alle riunioni segrete.(…) Abbiamo deciso molto tempo fa che i pericoli rappresentati da eccessi di segretezza e dall’occultamento dei fatti superano di gran lunga i rischi di quello che invece saremmo disposti a giustificare. Non c'è ragione di opporsi al pericolo di una Società chiusa imitandone le stesse restrizioni. E non c’è ragione di assicurare la sopravvivenza della nostra nazione se le nostre tradizioni non sopravvivono con essa. Stiamo correndo un gravissimo pericolo, che si preannuncia con le pressioni per aumentare a dismisura la sicurezza, posta nelle mani di chi è ansioso di espanderla sino al limite della censura ufficiale e dell’occultamento. Non lo consentirò, fin dove mi sarà possibile. E nessun membro della mia Amministrazione, a prescindere dal suo alto o basso livello, civile o militare, dovrebbe interpretare queste mie parole come una scusa per imbavagliare le notizie, soffocare il dissenso, occultare i nostri errori o negare alla stampa e al pubblico i fatti che meritano di conoscere. (…) Siamo di fronte, in tutto il mondo, ad una cospirazione monolitica e spietata, basata soprattutto su mezzi segreti, per espandere la sua sfera di influenza, sull’infiltrazione, anziché sull’invasione, sulla sovversione, anziché sulle elezioni, sull’intimidazione, anziché sulla libera scelta. È un sistema che ha reclutato ampie risorse umane e materiali nella costruzione di una macchina affiatata, altamente efficiente, che combina operazioni militari, diplomatiche, di intelligence, operazioni economiche, scientifiche e politiche.  Le sue azioni non vengono diffuse, ma tenute segrete. I suoi errori non vengono messi in evidenza, ma vengono nascosti. I suoi dissidenti non vengono elogiati, ma ridotti al silenzio. Nessuna spesa viene contestata, nessun segreto viene rivelato. Ecco perché il legislatore ateniese Solone decretò che evitare le controversie fosse un crimine per ogni cittadino. Sto chiedendo il vostro aiuto nel difficilissimo compito di informare ed allertare il popolo Americano. Convinto che col vostro aiuto l’uomo diverrà quello che è nato per essere: libero ed indipendente.”


Al di là della denunzia, soffermiamoci su alcuni passi salienti: secondo Kennedy tale cospirazione è estesa a tutto il globo ed ha mezzi finanziari sufficienti ad asservire militari, politici, scienziati, amministratori, sistemi creditizi. Il che restringe drasticamente il campo di chi può permettersi una tale operazione. L’identità di tali soggetti, comunque li si voglia chiamare, è reperibile in lungo e in largo in Internet e in molti onesti libri d’informazione alternativa. Tuttavia lo scopo di questo scritto non è la loro identificazione. Storicamente potrebbe essere andata diversamente e oggi l’umanità si troverebbe ad avere a che fare con altri soggetti intenti a perseguire i medesimi scopi. Ciò che dobbiamo capire e identificare sono i meccanismi imperfetti e gli errori insiti nei processi democratici che hanno consentito a costoro di sferrare un tale attacco all’Umanità. L’espressione potrà sembrare enfatica nella sua apparente implausibilità, ma sono in buona compagnia. Ecco cosa disse in merito J. Edgar Hoover, per molti anni l’uomo più potente d’America nel suo ruolo di direttore dell’FBI: “L’individuo è talmente in difficoltà quando viene faccia a faccia con una cospirazione così enorme che non può credere che esista.” La maggiore delle abilità di chi complotta contro i Popoli consiste nel rendere non plausibile l’esistenza di tali complotti agli occhi degli uomini. E se mai gli scopi di costoro venissero svelati alla pubblica consapevolezza, utilizzeranno tutte le risorse mediatiche a loro disposizione per smentire, relativizzare, asservire, screditare. La loro arma mediatica preferita è proprio l’accusa di complottismo rivolta agli incauti che hanno osato alzare il velo. Tale metodica è sistematicamente utilizzata allo scopo di sottrarre plausibilità a chiunque cerchi di denunziarne l’esistenza e gli scopi. L’utilizzo del termine “complottismo”, infatti, suggerisce alla psiche del lettore, o ascoltatore che sia, un insieme di significati sottesi da associare alla figura dei malcapitati: mancanza di lucidità mentale, incapacità seria di analisi, ideologie preconcette, immaturità. Insomma, qualcuno da cui prendere le distanze a causa non della eventuale illegittimità delle argomentazioni addotte, ma in nome della evidente distanza psichica di tali soggetti rispetto alla  immagine di “normale buon senso” che ci portiamo cucita addosso. Di per sé il  comune buon senso è un valore positivo quando corrisponde ad un  giudizio medio di oggettività degli eventi di cui veniamo a conoscenza. Ma di fatto quando di determinati eventi veniamo informati, diventiamo soggetti passivi non in grado di verificare tali informazioni. Di conseguenza la nostra percezione media della realtà diviene totalmente dipendente e plasmata dai gestori dell’informazione, e chiunque sia in grado di presentarci come oggettiva una sua versione di tale realtà sarà in grado di pilotare attraverso il nostro stesso inconscio le nostre idee, i desideri, i comportamenti, le scelte politiche e di renderci acquiescenti o reattivi secondo le convenienze del momento od i personali progetti a lungo termine. Identificare i meccanismi, piuttosto che i loro autori, che creano tale narcosi collettiva per consentirne la rimozione e la conseguente consapevolezza della verità, diviene pertanto il primo dovere da assolvere per una corretta informazione.

Il diritto fondamentale dell’uomo
Oggi stiamo vivendo in Italia e nel mondo, anche se ne abbiamo ancora scarsa percezione proprio in virtù dell’appiattimento informativo, un passaggio storico di assoluta delicatezza, paragonabile se non superiore alla stessa Rivoluzione francese, di cui la cosiddetta crisi economica non ne è che un aspetto, che cercheremo di decrittare per fornire una differente chiave di lettura degli eventi che quotidianamente ci assalgono.
 La Società è concepibile come lo stare insieme di gruppi di persone che decidono di aggregarsi per soddisfare collettivamente obiettivi comuni che possiamo identificare come i valori di tale Società. Così definiti i valori della Società, poiché discendono da un atto volontario, un accordo razionale fra esseri dotati di intelletto, hanno un’origine culturale. In effetti osserviamo che gruppi sociali si originano già a livello biologico e proto-culturale ad esempio presso realtà non umane, quali i mammiferi superiori, o le formiche o le api. Esiste cioè una matrice universale che accomuna ed origina le diverse strutture sociali naturali, che è antecedente e genitrice anche della Società umana che di conseguenza, in termini squisitamente marxiani, si articola su due livelli: una sovrastruttura culturale (storia, religione, teorie politiche) innestata su una struttura biologica (la soddisfazione dei bisogni primari attraverso la gestione dell’economia, dei mezzi di produzione, della divisione dei compiti sociali). Le radici naturali all’origine delle strutture sociali possono essere le più varie, da un miglior sfruttamento delle risorse naturali, alla difesa dai predatori o dalle avversità ambientali, alla riproduzione. Di fatto le diverse spinte all’aggregazione sociale hanno tutte lo stesso obiettivo: assicurarsi il diritto all’esistenza. Il principio di autoconservazione a partire dal batterio fino agli uomini, e cioè il diritto di vivere, è il valore assoluto, naturale ed universale. È tale diritto naturale, fondamento inalienabile per tutti gli esseri viventi, a conferire legittimità alle strutture sociali ed è la base delle regole interne di cui queste possono dotarsi. Ne possiamo ricavare una conseguenza fondamentale che investe le Società complesse come la nostra: qualunque sovrastruttura (convenzione o principio giuridico o legge) che organizzi il corpo sociale non potrà mai porsi al di sopra del principio fondamentale del diritto all’esistenza (diritto che nel caso degli uomini non può esaurirsi nel solo soddisfacimento dei bisogni primari, “l’uomo è un animale sociale” – Aristotele, in “Politica” – ma assume anche i crismi dalla dignità del vivere) e qualora ne vada in contrasto o lo neghi tanto apertamente che subdolamente, per ciò stesso non ha legittimità e nessuno è tenuto a soggiacervi a pretesto di qualsivoglia legge o autorità o accadimento. In altre parole se i componenti di una Società dovessero riaffermare, a qualunque prezzo, il proprio diritto all’esistenza, alla dignità del vivere stesso, sono essi nel giusto e nel diritto naturale che prevale su qualunque tesi o legge accampata da chi può aver occupato abusivamente il diritto di rappresentarli.

Le basi economiche della democrazia
a) – Il principio di uguaglianza

 Cerchiamo di capire come, in ordine pratico, una Società (utilizzeremo tale termine intendendo per estensione qualunque forma di aggregazione sociale,  tribù, città o nazione che sia) possa realizzare gli scopi che i suoi componenti si sono dati. Se valutiamo antropologicamente le prime Società naturali, limitando l’analisi ai fattori che ne hanno consentito lo sviluppo, emerge con forza il ruolo in tal senso dell’inscindibile binomio cooperazione sociale/specializzazione produttiva individuale (che non si esaurisce nella divisione del lavoro ma implica il possesso o meno dei mezzi di produzione). La produzione di migliaia di punte di freccia da parte di taluni gruppi tribali a fronte dell’allevamento di animali da parte di altri o la conoscenza delle erbe medicamentose da parte di altri ancora e via discorrendo consentiva ai singoli l’accesso, attraverso lo scambio economico, ad una pluralità di beni e di servizi che altrimenti, e singolarmente, non sarebbero stati in grado di produrre e tantomeno di usufruirne. La specializzazione consentiva inoltre, attraverso l’abbattimento dei costi di produzione dei beni (ciò che oggi va sotto la definizione di economia di scala), l’accumulo di un surplus di disponibilità di beni materiali, ciò che definiamo ricchezza, e di conseguenza sia la loro diffusione presso un’utenza sempre maggiore che il maggior accumulo presso i singoli. Parte di tale surplus di ricchezza venne messo a disposizione della collettività, il cosiddetto Patrimonio, e trasformato in parte in beni comuni materiali, ad esempio scuole od ospedali, ed in parte in beni non materiali, ma altrettanto reali, cioè in servizi quali l’assistenza agli anziani o l’educazione delle nuove generazioni. In sintesi si articolarono, attraverso il meccanismo economico della cooperazione/specializzazione, gruppi sempre più numerosi che nei secoli originarono le strutture complesse che oggi identifichiamo con le Nazioni. Una particolare forma di specializzazione da considerare è quella che consente la gestione e la guida di una Società e che va a definire quella che va sotto il nome di classe politica. È la Società stessa ad assegnare alle persone che formano tale classe la loro funzione in considerazione della loro integrità e perizia, e tale incarico non va considerato in alcun modo cessione o limitazione dei diritti dei deleganti, degli altri cittadini, in quanto nel contesto sociale ugualitario i diritti dei singoli non trovano limitazione e collisione con quelli degli altri bensì risalto sinergico. Alla classe politica non viene consegnata una delega in bianco, ma un incarico da assolvere. Considerata tale genesi, la Società è identificabile con una struttura in cui tutti i componenti godono paritariamente degli stessi benefici a condizione di un altrettanto paritario contributo personale, nasce cioè come volontaria associazione fra uomini liberi e perciò stesso fondata sul principio di uguaglianza fra i suoi componenti. Nel rispetto del principio di uguaglianza, all’interno della Società i diritti collettivi si armonizzano, pertanto l’accettazione dell’appartenenza alla Società è indissolubilmente legata all’accettazione del bene collettivo come elemento prioritario rispetto al pur legittimo interesse personale, che non può né ledere né sopravanzare il primo.

b) – Il principio di uguaglianza nello scambio economico
Poiché è lo scambio economico, o baratto, lo strumento fondante attraverso il quale gli elementi della primigenia Società naturale interagiscono, il principio di uguaglianza, per essere mantenuto tanto nel contesto d’origine che nelle società che da esso si sono succedute ed evolute, deve permeare sempre tutte le fasi dello scambio economico e risultare inalterato al termine dello stesso. Affinché ciò si realizzi occorre che il baratto, lo scambio diretto di beni fra due o più soggetti, avvenga soddisfacendo precise condizioni. Preliminarmente, il bisogno reciproco di ciascuna delle parti che intervengono nello scambio economico del bene posseduto dall’altro (il che pone l’interrogativo sulle modalità e sulla titolarità  di scelta della tipologia di beni da mettere in produzione). Poi occorre la libera volontà dei singoli ad effettuarlo, cioè una condizione di non coercizione di una qualunque delle parti contraenti (al contrario di come avviene, ad esempio, nelle condizioni di monopolio). Infine occorre l’accordo sul valore dei reciproci beni (formazione del prezzo) affinché il baratto risulti equo per entrambe le parti. Tale accordo è frutto di libera contrattazione e suo costituente fondamentale risulta la reciproca accettazione di una misura comune del valore da assegnare ai beni stessi. Non vi è quindi una definizione necessaria, cioè oggettiva, dell’entità di tale valore che pertanto a fronte degli stessi beni, ma fra soggetti differenti, può assumere valori diversi anche a causa della presenza di ulteriori fattori inerenti lo scambio quale, ad esempio, il regime di concorrenza fra più produttori o la scarsità del bene disponibile.

c) – L’Economia reale come fonte primaria dei diritti
Affermiamo, dunque, che aspetto fondamentale del baratto è l’equità dello stesso conseguente ad un libero accordo. Ovvero, ancora, che nell’accordo paritario insito nel baratto così definito si realizzano le condizioni di uguaglianza fondamentali per il diritto democratico e di conseguenza una Società costituita su tali basi è naturalmente equa e democratica. La democrazia può così essere letta come conseguente al mantenimento costante nel tempo di un pari potere contrattuale fra i membri della Società, frutto della condizione di equilibrio intrinseca al baratto. Ne deriva che qualsiasi alterazione delle condizioni di parità dello scambio economico provoca anche uno squilibrio democratico. Porzioni di “potere contrattuale” vengono perse da alcune parti dei componenti della società per essere acquisite da altri.
È la produzione dei beni, cioè l’Economia reale, che consente lo scambio economico paritario che si traduce nell’accumulo della ricchezza di una Società, il Patrimonio, qui inteso come il mezzo attraverso il quale si concretizza il godimento reale dei diritti: casa, lavoro, sanità, pensione, istruzione. La Società è esattamente come un albero i cui frutti reali e commestibili rappresentano i diritti, la linfa che alimenta i frutti di quell’albero altro non è che lo scambio economico, o più in generale, l’Economia di una Società, di una Nazione, di uno Stato. Senza Economia i diritti rimangono lettera morta sulla carta. Colpendo l’Economia, si limitano i diritti, o li si annullano pur restando scritti sulle Costituzioni. Annullare i diritti dei cittadini, la loro dignità, il loro diritto a vivere, è lo scopo di qualunque Tirannia, sia che agisca con le armi, sia che usi altri mezzi. Nella crisi attuale, utilizzando per la Società la similitudine dell’albero, si soffocano i frutti, i diritti, intervenendo su due fronti: si impedisce alla linfa naturale di accedere ai frutti, cioè si strozza l’economia, e si fa affluire ai frutti una linfa avvelenata, proveniente dal di fuori dell’albero/società (cioè  esterna e quindi estranea alla Società) rappresentata dal debito di origine finanziaria. Per entrare nel dettaglio di tali processi e dimostrarne l’illegittimità rispetto al diritto naturale, dobbiamo analizzare sommariamente alcuni aspetti legati all’origine ed al concetto di moneta.

Origine dell’utilizzo della moneta
a) I limiti del baratto, origine della moneta

Nel baratto erano insite almeno due limitazioni non di ordine concettuale, ma pratiche, consistenti sia nella necessità che le merci oggetto di scambio fossero state disponibili contemporaneamente e localmente, sia che le caratteristiche loro richieste dai rispettivi contraenti fossero tutte presenti al momento dello scambio. Ad esempio un baratto di pesce appena pescato contro frutta ancora da maturare, date le evidenti diverse condizioni di fruibilità temporale, non era praticabile a meno di danneggiare uno dei contraenti.     Come si può immaginare la soluzione fu di eliminare il fattore temporale, la contemporaneità, dallo scambio dei beni attraverso un diverso tipo di accordo che garantisse la possibilità di portare a termine lo scambio in tempi differiti. Tale garanzia è preliminarmente consistita, nelle piccole Società organizzate, da un contratto verbale incentrato sulla reciproca fiducia e conoscenza. Ancora oggi in molti scambi dei mercati mediorientali ed orientali è in uso l’accordo con la sola garanzia della stretta di mano (comprese alcune varianti più o meno igieniche quali il preliminare sputo sul palmo…). Va da sé che l’ingrandirsi della struttura sociale rendeva poco praticabile l’atto di fiducia. Il passo successivo fu la consegna temporanea, a garanzia, di un bene di pari valore della merce ricevuta fino alla conclusione del baratto in tempo successivo e conseguente restituzione del “pegno”. Restava uno scambio “personalizzato” che non aveva i crismi dell’universalità, cioè dell’accettazione da parte di chiunque di quella particolare condizione o di quel pegno e men che meno il carattere dell’obbligatorietà, per cui l’accesso al bene poteva essere impedito da motivi personali o velleitari di uno dei contraenti (non a caso nel nostro ordinamento la vendita è un diritto/dovere). Si leggono due differenti aspetti dell’evoluzione dello scambio economico: da un lato la necessità di una sua normazione giuridica, intervento riservato ai rappresentanti dei cittadini, che ne oggettivasse  modalità e condizioni (a cui non accenniamo in questa sede); dall’altro la normalizzazione del sistema di garanzia temporaneo dello scambio, poi tradottosi in moneta metallica, in modo da garantirne l’universalità di accettazione. Storicamente si sono affermati, spesso alternandosi, due differenti sistemi di garanzia, imperniati su una opposta concezione del valore del “pegno” utilizzato per lo scambio. Nel primo caso gli attori dello scambio sono i soli contraenti, venditore e acquirente, e stabiliscono per il “pegno” un valore reale, materialmente intrinseco al pegno utilizzato, e pari a quello delle merci in transazione. La scelta materiale è caduta sui metalli preziosi a motivo dalla loro scarsità, in particolare oro ed argento coniati a forma di moneta, che li rende preziosi (precisiamo, li fa considerare preziosi; in realtà il loro valore è frutto di pura convenzione, se la sabbia delle nostre spiagge fosse d’oro non gli daremmo alcun valore; per dire, con De André, che i valori sono convenzioni relative: “dai diamanti non nasce niente dal letame nascono i fior.”). Nel secondo caso gli attori dello scambio sono tre: oltre ai contraenti è presente la Società nella veste di depositario e di garante del valore di scambio. In tal caso il pegno materiale non ha valore reale intrinseco alla moneta stessa (la Repubblica romana utilizzava monete in rame, di scarso valore materiale, così come, prima e durante il Commonwealth e per oltre 700 anni, il 70% delle transizioni fu affidato a dei rametti di nocciolo tagliati a metà per il lungo e non combacianti con alcun altro ramo, i Tally  Stick, il cui valore era dato da delle tacche incise; una delle due metà non era messa in circolazione rendendo impossibile la contraffazione), ed in questo secondo caso è l’esclusiva Autorità di governo della Società, repubblica o monarchia che fosse, ad obbligare i contraenti all’utilizzo della moneta priva di valore intrinseco. L’utilizzo di un sistema piuttosto che l’altro ha risvolti profondamente differenti per quanto concerne l’equità democratica. L’utilizzo della moneta priva di valore intrinseco consentiva una sua diffusione nelle quantità necessarie presso tutta la popolazione in modo da agevolare a tutti l’accesso ai beni di scambio. Viceversa la moneta in oro o argento, prodotta in quantità limitate e diffusa intenzionalmente in modo preferenziale presso strati sociali differenti fra loro, consentiva l’accesso ai beni solo ai privilegiati detentori della moneta preziosa, provocando la stratificazione della società in base al censo. Fu su tale stortura, ad esempio, che Giulio Cesare pose le basi sia del proprio potere personale che del successivo avvento dell’Impero.

b) Definizione della moneta, dalla moneta alla sovranità monetaria.
Da quanto esposto è di tutta evidenza che la definizione di moneta discende dal suo utilizzo, cioè dalla sua funzione che è quella di essere unità di misura per gli scambi economici. In un sistema sociale organizzato in cui si riconosce un sistema di governo delegato (lo Stato, come lo definiamo oggi) la massa totale della moneta circolante deve coprire tutte le transazioni potenzialmente possibili, e solo quelle, poiché, quantitativamente, la moneta circolante non è altro che la rappresentazione simbolica della totalità degli scambi economici possibili. Pertanto l’emissione della quantità di moneta trova il suo limite superiore nella sua natura di rappresentazione simbolica: esaurita la totalità degli scambi possibili, qualunque ulteriore conio di moneta non rappresenterebbe alcunché di appartenente al mondo reale. Ma gli scambi economici, come dicevamo, non sono altro che la linfa della Società e dei suoi diritti, per estensione sono la Società stessa e pertanto la gestione di tale rappresentazione simbolica, per qualità e quantità, è egida e proprietà esclusiva della Società. Coloro che sono a qualsiasi titolo delegati alla guida della Società la rappresentano, non solo simbolicamente ma realmente, nel momento in cui ai loro atti di governo può conseguire la materializzazione degli scambi economici, condizione che si concretizza attraverso l’emissione della massa monetaria. Primo e unico dovere irrinunciabile di chi guida una società democratica affinché vengano realizzati i diritti dei propri cittadini è l’emissione monetaria, cioè l’esercizio della sovranità monetaria, paradigma stesso della sovranità del popolo. La sovranità, i diritti di un popolo, non si attuano in assenza della sovranità monetaria, le due cose sono inscindibili, questa è la linfa di quella. Ribadiamo: la Sovranità monetaria è la madre della Sovranità tout court. Non a caso i nostri padri costituenti la introdussero nello stesso art. 1 della Costituzione: "La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione." E tale sovranità, con tutta evidenza, si realizza materialmente solo attraverso lo strumento della sovranità monetaria.
Sotto il profilo storico l’altra forma di transazione con valore intrinseco della moneta (oro, argento) trova preminente collocazione nei luoghi e nei periodi di assenza di Società (stati, nazioni) abbastanza forti od estesi sia per dotarsi di un assetto di democrazia diffusa che per poter imporre l’obbligo di utilizzo di una moneta di Stato. È il caso, ad esempio, del periodo dei Comuni. Occorreva che il valore della moneta utilizzata per le transazioni economiche fosse contestuale e scambiabile presso altre realtà socio-politiche. Questo l’aspetto positivo del suo utilizzo, in negativo si sviluppava e perpetuava la gestione diretta da parte di privati della massa circolante con l’effetto che, venendo a mancare il controllo dello Stato, cioè dei cittadini stessi, la massa monetaria poteva quantificarsi tanto in più quanto in meno rispetto alla totalità delle transazioni potenziali possibili, con conseguenze nefaste in ambedue i casi.

c) Nascita e definizione dei sistemi  bancari e di quelli finanziari
Vi sono molti modi e molti inizi storici che si possono assumere come nascita dei sistemi sia bancari che finanziari, che vanno distintamente definiti e che qui accenniamo brevemente. In tempi recenti i Templari sono stati considerati i fondatori del sistema bancario attraverso l’utilizzo delle lettere di credito. La premessa è nella diffusione capillare di chiese templari nei territori di tutta Europa in un contesto di potere polverizzato. In pratica, a fronte di un compenso per il servizio, chiunque dovesse viaggiare portando con sé valori preziosi, oro o argento, poteva garantirsi la propria sicurezza da rapine o morti violente consegnando prima della partenza ad una chiesa templare tali valori e ricevendone in cambio una lettera crittografata, ciò che ne impediva l’uso illegittimo se fosse caduta in mani estranee, la quale, restituita alla chiesa templare più vicina alla destinazione del viaggiatore, veniva riconvertita in equivalente oro od argento.  
Avviene, cioè, che il valore di scambio viene gravato di un ulteriore elemento, estraneo al baratto, ma considerabile come corrispettivo di un servizio. In questo caso, un servizio monetario. Qui dobbiamo evidenziare due aspetti differenti che nascono. Il primo è che un servizio può essere definito come la produzione di un bene reale (la tutela del viaggiatore), per quanto immateriale, e pertanto avente un valore economico (il costo del servizio) ed assimilabile alla realtà produttiva (si è prodotto sicurezza). La seconda è che è sulla sola funzione di deposito (dei valori affidati alla chiesa templare) che si origina storicamente il sistema bancario che pertanto non si fonda sul possesso, e relativa gestione, di capitali propri. I valori depositati sono del “cliente”, non già della banca. È nella transizione dal non utilizzo dei valori in deposito, moneta o metalli preziosi, considerati solo come mezzo per ottenere un compenso tramite l’erogazione di un servizio, al loro utilizzo diretto (una appropriazione di fatto) per altre funzioni quali il credito, la raccolta dei risparmi, la concessione di mutui e prestiti, che nasce e si definisce la Finanza quale attività di intermediazione nei sistemi economici. Di per sé l’intermediazione è un fattore innovativo e positivo, consentendo l’avvio di attività produttive ad alto costo iniziale o a soggetti di talento altrimenti impossibilitati ad operare. L’incongruenza risiede nell’utilizzo diretto di una quota della massa monetaria di proprietà della società non da parte del legittimo sistema di rappresentanza dei cittadini, quale che possa essere, bensì da parte di soggetti privati non proprietari della stessa. Il che rappresenta di fatto un trasferimento a costoro di parte del potere decisionale della società, ed introduce un fattore di potenziale arbitrio e squilibrio sociale insito nella potenziale opacità dei criteri di accesso al credito che può essere riservato a soggetti scelti per contiguità ideologica ed aventi intenti antitetici all’interesse della collettività. Per la sua stessa natura e definizione la Finanza costituisce pertanto un’alterazione del potere contrattuale dei componenti la Società, avendo trasferito di fatto a sé stessa tale potere in quanto soggetto in grado di gestire la programmazione dell’economia reale e ciò nonostante si caratterizzi per nascita come un corpo estraneo alla Società.

La nascita del Potere occulto: I contendenti
a) Il re ed i suoi sudditi

All’alba delle strutture sociali, elementi che si riscontrano già in etologia nella struttura dei branchi e si protraggono nelle prime società tribali, il gruppo che si formava, in emulazione della struttura biologica naturale, la famiglia, assumeva sempre caratteristiche costanti, ed i membri al loro interno si assumevano ruoli specifici ed interconnessi. La struttura base di un gruppo vede almeno tre elementi: il leader, i gregari, il capro espiatorio. Nella sua funzione di guida il leader assume inizialmente un potere globale, identificandosi con la figura del monarca o del re/sacerdote. È fondamentale percepire che tale potere non si instaura attraverso un processo di imposto predominio interno, ma si alimenta attraverso una continua identificazione del popolo (i gregari) con il suo il re. È proprio il consenso popolare il fondamento da cui il re trae la propria autorità al punto da poter considerare una completa identificazione fra la società ed il suo monarca che ne assorbe ed assomma in sé tutti i diritti, in particolar modo la sovranità. Il popolo è il suo re. Il re è il suo popolo. La sovranità del re e quella del popolo sono la stessa entità. Il re che difende la propria sovranità sta difendendo quella del popolo. Per inciso, vale la pena notare che proprio a causa della sua radice biologica, tale identificazione con un leader carismatico, quale feticcio del re/monarca, si protrae in forme meno totalizzanti ai giorni nostri indipendentemente dal tipo di governance vigente, vedi i vari dittatori, o più banalmente i vari “salvatori della patria” che si danno il turno al suono delle grancasse mediatiche.   
All’aumentare della complessità sociale, la gestione diretta di tutte le forme di potere da parte del monarca diventa poco efficiente e pertanto diventano necessarie deleghe parziali. Nascono varie oligarchie quali quella religiosa, o quella amministrativa, o l’aristocrazia che in generale assommava in sé diritti territoriali e militari. Questi centri di potere secondario finirono spesso per porsi in antitesi al potere del re, che a maggior ragione perseguiva il rapporto diretto con i propri sudditi a supporto e garanzia della propria legittimità. Qualunque forma di sostituzione del potere legale del re non poteva prescindere, pertanto, o dalla limitazione dei suoi poteri, e di conseguenza di quelli del popolo, oppure dalla rottura del rapporto privilegiato di questi con i propri sudditi. Strategie, queste, entrambe messe in atto nel corso della Storia e che spesso hanno offuscato il potere del monarca, pertanto del popolo stesso, limitandolo ed asservendolo di fatto ad adempimenti imposti dalle oligarchie. Questo pendolarismo attraverso le ere storiche fra maggiori o minori livelli di sovranità del monarca, simbolicamente la Società stessa, in competizione con oligarchie interne di potere, è caratterizzato pertanto dalla necessità per il re di una doppia legittimazione: quella popolare e quella delle oligarchie che ne condizionano il potere. Un mito esplicativo è quello di re Artù. Non è sufficiente l’investitura per diritto di nascita, ma deve superare una condizione, l’estrazione della spada, simbolo del potere che gli viene concesso dai suoi pari. “Primus inter pares”, cioè un potere condizionato. Un altro mito racconta però una storia differente.

Il nodo di Gordio
 Tale mito narra dell’esistenza in una città dell’Anatolia, Gordio, porta naturale per l’Asia minore, di un carro sacro dedicato a Zeus, saldamente legato ad un palo tramite una corda annodata con un intreccio molto complesso ed assunto a simbolo del potere del re. Una profezia oracolare voleva che chi avesse sciolto il nodo, sarebbe diventato imperatore dell'Asia minore. Vari regnanti si erano cimentati senza superare la prova. Nel IV secolo a.C. Alessandro Magno giunse a Gordio nel suo viaggio di conquista del mondo allora conosciuto. Alessandro non sciolse il nodo, ma lo tagliò di netto e, rispettando comunque la profezia, conquistò l’Asia arrivando sino al fiume Indo. La lettura più nota del mito, fra le altre, è che rappresenti un’allegoria dell’imposizione della forza bruta e del diritto di conquista. Ma la figura di Alessandro, già ai suoi tempi, non si presta ad una interpretazione così manichea. Era di profonda cultura e già allievo di Aristotele. Sciogliere un nodo era probabilmente alla sua portata. Il senso del mito va ricercato nel rifiuto di sottostare ad una condizione di legittimazione, nel rifiuto di considerare l’assunzione del potere alla stregua di una concessione da parte di un’autorità pari o superiore, una evidente contraddizione in termini. Alessandro rivendica l’autonomia del potere sovrano asserendo che non è condizionabile, non accetta le regole del gioco delle oligarchie ma ripristina il potere assoluto di derivazione popolare e così facendo  Alessandro, che incarna simbolicamente il popolo, ribadisce la legittimità e l’unicità del potere di quest’ultimo. Se trasliamo il senso di questo mito ai tempi attuali in cui, ancora una volta, i cittadini sono stati privati di fatto dalle nuove oligarchie finanziarie dei loro diritti, il messaggio alessandrino è chiaro: il ripristino della sovranità dei popoli passa obbligatoriamente  attraverso il rifiuto delle regole del gioco imposto dalle oligarchie. Il senso profondo del mito di Gordio è che tale rifiuto è legittimo. Alcune nazioni, oggi, cercano di svincolarsi dalla stretta del debito dichiarandone l’illegittimità: Equador, Islanda. Altre potrebbero seguire il loro esempio. Ma il debito è un effetto delle regole imposte dalle attuali oligarchie finanziarie che hanno intimamente metastatizzato, culturalmente ed operativamente, il corpo sociale tramite un proprio corpus ideologico e pratico. Alcune fra le teorie che ci hanno condotto alla schiavitù dei tempi moderni, in gran parte derivate dalle teorie economiche di Malthus, sono il mito liberista, il mito della crescita continua, cioè un asservimento progressivo ad un modello di sviluppo orientato ad una produzione fine a sé stessa; il mito dell’efficienza, definizione asettica e neutra che cela un progressivo incremento dello sfruttamento del lavoro a dispetto della naturale costanza e linearità delle attività e potenzialità umane; il mito degli indicatori economici quali oggettivi valori di riferimento, in realtà vere e proprie armi di dominio sociale.

b) Le oligarchie finanziarie, ovvero “l’Élite”
Abbiamo visto la nascita e la legittimità di alcune oligarchie in conseguenza di una delega del re/monarca e funzionali ad una maggiore efficienza del sistema di governo. Tipica, in questo senso, la struttura che Carlo Magno si era dato nell’organizzare il proprio impero. In tutti i casi restava saldamente centralizzata l’emissione monetaria, quindi la sovranità del popolo.
La genesi delle oligarchie finanziarie è di tutt’altra natura. Dobbiamo risalire, nella storia recente, al quinquennio 1642-49, a partire dal quale gli orafi del tempo, sostanzialmente soggetti (ed in particolare William Patterson) che praticavano l’usura ai privati e fra gli antesignani del sistema bancario attuale, finanziarono la rivoluzione inglese. A Guglielmo III venne prestato oltre un milione di sterline al tasso annuo dell’8% a condizione che fosse concessa la nascita di una banca privata (la Banca d’Inghilterra creata nel 1694) che fosse l’unica autorizzata ad emettere sterline senza che vi fosse adeguata copertura patrimoniale. Quella di Guglielmo III, consapevole o meno che ne fosse, è sintetizzabile come cessione della sovranità monetaria e di conseguenza passaggio occulto del potere reale nelle mani di coloro che d’ora in avanti rappresenteremo col nome di Élite. Nel corso degli anni successivi al 1650 si radica una classe di uomini abbienti un po’ in tutta Europa, che matura man mano l’idea di essere in grado di dominare da dietro le quinte il mondo. La punta di diamante di questa classe di uomini d’affari culmina nella figura di Mayer Amschel Bauer, di origine ebraica e nato nel 1744 a Francoforte. Dotato di straordinarie capacità in campo finanziario, Mayer Amschel Bauer scalò velocemente la scala del successo e mutò il proprio cognome in Rothschild, che significa “scudo rosso” (l’emblema di famiglia), dando così origine alla dinastia. Fu Mayer a teorizzare occultamente il dominio della ricchezza planetaria e a coagulare intorno a sé le famiglie che insieme a lui fondarono l’Élite.
Dell’agire nell’ombra tale organizzazione fece il suo punto di forza sia perché i loro progetti non sarebbero stati attuabili alla luce del sole, ma soprattutto perché in antitesi al potere legittimo del monarca  destinato a tramontare con lui, la leadership occulta non è associabile a singoli individui e pertanto non termina con loro. La “smaterializzazione” dei componenti del gruppo leader ha rappresentato un elemento di longevità temporale. Al passare delle generazioni si sono succeduti altri individui dietro la maschera, senza che i loro programmi subissero intoppi.
 Costoro si appropriarono di un potere realizzato nei fatti ma non sancito o legittimato giuridicamente o politicamente. L’Élite non era in grado di assoggettare legalmente le monarchie regnanti ad alcun obbligo di onorare i debiti contratti, anzi a volte potevano considerarsi fortunati se gli rimanevano le teste attaccate sul collo. Il perdurare del potere assoluto dei sovrani era pertanto un impedimento alla certezza della gestione occulto-economica del potere. Era dunque interesse e scopo dell’Élite che l’equilibrio dei poteri si spostasse a loro favore attraverso un processo di legittimazione. Difatti agirono di conseguenza soprattutto, come anticipato, fomentando uno scollamento culturale ed ideologico fra l’istituto della monarchia ed il popolo. Un programma articolato su vari livelli e fasi il cui substrato culturale fu veicolato dalle idee illuministe (ancora oggi i principi di riferimento della massoneria, il braccio secolare dell’Élite), che propugnavano e diffondevano le basi ideologiche per l’egualitarismo sociale, leva della frattura della simbiosi fra il re ed il suo popolo, che infine sfocerà nella Rivoluzione Francese, e proseguirà con quella Americana e quella Russa. Attraverso la Rivoluzione francese si consuma la rottura della leadership monarchica (che non a caso, come potere reale e non simbolico, perdurerà solo nella perfida Albione) che verrà sostituita da varie tipologie di rappresentanze parlamentari i cui candidati saranno filtrati dai sistemi di rappresentanza organizzata, i partiti, ponendo di fatto un limite di accesso della società civile alla gestione della cosa pubblica.

Estratto dall'articolo di Antonio Boncristiano, Il baratro della democrazia: teoria e pratica della dittatura, pubblicato su PuntoZero n. 5, gennaio - aprile 2013

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