Il libro di Alan Friedman e la vera storia del complotto di Napolitano

Tutti i retroscena sui giornali italiani. C'è chi accusa il Colle di tradimento. E chi ricorda cosa è successo nell'occasione. E per colpa di chi

Il libro di Alan Friedman e la vera storia del complotto di Napolitano
Le “rivelazioni” di Alan Friedman mettono nei guai Giorgio Napolitano. Il libro “Ammazziamo il Gattopardo” (edito da Rizzoli, la stessa casa editrice del Corriere della Sera che ieri ne ha anticipato una parte deflagrante) dipinge uno scenario di complotti in cui il presidente della Repubblica avrebbe brigato per costruire la candidatura di Mario Monti a presidente del Consiglio al posto di Silvio Berlusconi. Una situazione che il Giornale sobriamente definisce così:

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Mentre sui giornali gli approfondimenti riportano le versioni del presidente e il tripudio dei complottisti politici italiani, anche oggi in prima linea.

IL LIBRO DI FRIEDMAN, NAPOLITANO E IL COMPLOTTO PER MONTI - Il Corriere riporta la lunga lettera del presidente della Repubblica sul presunto complotto rivelato da “Ammazziamo il gattopardo”, il libro di Alan Friedman:

Naturalmente non poteva abbandonarsi ad analoghe confidenze (anche se sollecitate dal signor Friedman), il presidente della Repubblica, che «deve poter contare sulla riservatezza assoluta» delle sue attività formali ed egualmente di quelle informali, «contatti», «colloqui con le forze politiche» e «con altri soggetti, esponenti della società civile e delle istituzioni» (vedi la sentenza n.1 del 2013 della Corte Costituzionale). Nessuna difficoltà, certo, a ricordare di aver ricevuto nel mio studio il professor Monti più volte nel corso del 2011, e non solo in estate: conoscendo da molti anni (già prima che nell’autunno 1994 egli fosse nominato Commissario europeo su designazione del governo Berlusconi), e apprezzando in particolare il suo impegno europeistico che seguii da vicino quando fui deputato al Parlamento di Strasburgo. Nel corso del così difficile — per l’Italia e per l’Europa — anno 2011, Monti era inoltre un prezioso punto di riferimento per le sue analisi e i suoi commenti di politica economico-finanziaria sulle colonne del Corriere della Sera. Egli appariva allora — e di certo non solo a me — una risorsa da tener presente e, se necessario, da acquisire al governo del paese. Ma i veri fatti, i soli della storia reale del paese nel 2011, sono noti e incontrovertibili. Ed essi si riassumono in un sempre più evidente logoramento della maggioranza di governo uscita vincente dalle elezioni del 2008. Basti ricordare innanzitutto la rottura intervenuta tra il Pdl e il suo cofondatore, già leader di Alleanza nazionale, il successivo distacco dal partito di maggioranza di numerosi parlamentari, il manifestarsi di dissensi e tensioni nel governo (tra il presidente del Consiglio, il ministro dell’Economia ed altri ministri), le dure sollecitazioni critiche delle autorità europee verso il governo Berlusconi che culminarono nell’agosto 2011 nella lettera inviata al governo dal presidente della Banca Centrale Europea Trichet e dal governatore di Bankitalia Draghi. L’8 novembre la Camera respinse il rendiconto generale dell’Amministrazi one dello Stato, e la sera stessa il presidente del Consiglio da me ricevuto al Quirinale convenne sulla necessità di rassegnare il suo mandato una volta approvata in Parlamento la legge stabilità. Fu nelle successive a quelle annunciate che potei riscontrare convergenza sul conferimento a Mario Monti — da me già nominato, senza alcuna obiezione, senatore a vita — dell’incarico di formare il nuovo governo. Mi scuso per aver assorbito spazio prezioso sul giornale da lei diretto per richiamare quel che tutti dovrebbero ricordare circa i fatti reali che costituiscono la sostanza della storia di un anno tormentato, mentre le confidenze personali e l’interpretazione che si pretende di darne in termini di «complotto» sono fumo, soltanto fumo.

Ma il quotidiano riporta anche i dettagli di un piano segreto di Corrado Passera per il rilancio dell’economia. Passera divenne poi ministro delle attività produttive con Monti:

Napolitano un piano per il rilancio dell’economia, che comprende «un vero shock strutturale positivo», intitolandolo: «Un Grande Piano di Rilancio». Monti, nella sua video intervista per il libro Ammazziamo il Gattopardo, ha confermato che conosceva bene il documento del banchiere e che «una volta con il presidente Napolitano mi è capitato, tra lui e me, di fare riferimento a questo lavoro di Passera». Nella prima bozza di agosto, come nella quarta versione di novembre in nostro possesso, saltano fuori svariati obiettivi, compreso quello di raggiungere una crescita di almeno il 2% all’anno nel medio periodo; portare i conti pubblici in pareggio già entro il 2012 e riportare il debito pubblico intorno al 100% del Prodotto interno lordo (Pil) entro tre anni. C’era, sempre nella quarta bozza, la reintroduzione dell’Ici sulla prima casa, l’aumento dell’Iva a 23% entro settembre 2012, e un piano per abbattere il debito anche grazie alla presunta raccolta di 85 miliardi di euro con una tassa patrimoniale del 2% su tutta la ricchezza immobiliare esclusa la prima casa, i depositi bancari e i titoli di Stato.

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COMPLOTTO CONTRO BERLUSCONI - Anche Repubblica ha in prima pagina la storia di Napolitano, ma miracolosamente riesce a parlarne senza citare mai nel titolo Friedman e il libro della concorrente Rizzoli (miracoli della lingua italiana, che notoriamente batte sempre dove il dente duole). Poi il quotidiano dipinge strategie convergenti tra Forza Italia e MoVimento 5 Stelle sull’impeachment al presidente della Repubblica:

La linea è tenere alta la tensione. Forza Italia un asse coi 5 stelle lo stringe comunque nel Comitato per lo stato d’accusa riunito proprio ieri. E conferma con il senatore Lucio Malan che «non aderirà alla mozione per archiviare il procedimento di messa in stato d’accusa» dopo le ultime rivelazioni. Si riprenderà oggi nell’organismo parlamentare, anche se i numeri non mettono a repentaglio certo il Colle. Le cui motivazioni diffuse nel pomeriggio vengono bollate come «insufficienti». Così il consigliere politico Toti al Tg5, citandole: «C’è chi oggi parla di fumo, ma noi guardiamo all’arrosto ». E poi giù con allusioni sempre più pesanti, «regia occulta ai danni del paese» (Giancarlo Galan), «se oggi al Colle ci fosse stato Berlusconi, sarebbero intervenuti i caschi blu» (Deborah Bergamini), «Napolitano non persuade e non chiarisce (Anna Maria Bernini), «è il regista della trama contro Napolitano» (Maria Stella Gelmini) un crescendo fino a Michaela Biancofiore che invoca la «class action contro il Quirinale».

Mentre Gaetano Quagliariello, all’epoca dei fatti capogruppo PdL al Senato e oggi ministro, risponde con franchezza a tutte le ipotesi di complotto:

«L’anno precedente c’era stata la rottura con Fini che aveva molto indebolito la maggioranza, poi quell’estate ci fu una crisi evidente dovuta alle profonde difficoltà della maggioranza con i rapporti complicati tra Tremonti e il Pdl, le difficoltà con la Lega sulle pensioni e infine con l’uscita di molti deputati dal Pdl che andava perdendo pezzi. Quale sarebbe lo scoop? Che Napolitano abbia vagliato le alternative e si sia tenuto pronto a qualsiasi eventualità? È ordinaria amministrazione e anzi sarebbe da stigmatizzare se si fosse comportato diversamente, se non avesse immaginato opzioni d’emergenza in uno scenario del genere nel quale sarebbe potuto accadere di tutto con il saldarsi della crisi politica interna alla crisi finanziaria internazionale».

libro friedman complotto napolitano 1

IL RETROSCENA - L’arte del retroscena è insomma ben rappresentata oggi sui giornali italiani. Ne citiamo però uno, quello di Fabio Martini sulla Stampa, perché è l’unico a spiegare con dovizia di particolari per quali errori politici (e di chi) si arrivò al governo Monti:

Dunque in quella fase Berlusconi tratta con la Bce di Mario Draghi, che invece Tremonti non ama. Il 7 agosto il Corriere della Sera pubblica un editoriale di Mario Monti, che scrive: «Il governo e la maggioranza, dopo avere rivendicato la propria autonoma capacità di risolvere i problemi del Paese», «hanno accettato in questi ultimi giorni, nella sostanza, un “governo tecnico”», «la primazia della politica è intatta», «ma le decisioni principali sono state prese da un “governo tecnico sopranazionale”». Messaggio in codice al mondo che conta: il governo tecnico è nelle mani di Mario Draghi, Berlusconi ha un’ultima chance.

Ma la sua ultima occasione il Cavaliere se la gioca male:

La maggioranza si sfilaccia, perde pezzi e il 10 ottobre il governo è battuto per un voto sull’articolo 1 del Rendiconto di bilancio. Il New York Times titola: «L’era Berlusconi volge al termine». Anche sulle riforme strutturali il governo perde quota, in particolare la Lega si oppone ad interventi incisivi sul sistema pensionistico. Lo spread si impenna. Il 22 Berlusconi parla con laMerkel e annuncia: «L’ho convinta». Non deve esser vero perché l’indomani l’Unione europea lancia l’ultimatum: entro tre giorni un piano su crescita e debito. Un monito accompagnato da uno sketch: durante una conferenza stampa comune la Cancelliera Angela Merkel e il presidente Nicolas Sarkozy, interpellati su Berlusconi, rispondono con sorrisi irridenti. Una caduta di stile che però è un brutto segnale per il premier italiano.

 

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